Ordo Fratrum Minorum Capuccinorum

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updated 8:39 PM CET, Nov 20, 2018

Paul Hinder, un vescovo in Arabia pastore di migranti

La vita della Chiesa del Golfo nell’intervista al vicario apostolico di Emirati Arabi Uniti, Yemen e Oman.

CRISTINA UGUCCIONI

ABU DHABI

«Io mi vedo in primo luogo come pastore di migranti». Così si definisce il vescovo svizzero Paul Hinder: 76 anni, appartenente all’Ordine dei frati minori cappuccini, nel 2005 è stato nominato vicario apostolico di Arabia, un territorio vastissimo comprendente Yemen, Oman, Arabia Saudita, Qatar, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti. Nel 2011 il vicariato è stato diviso: Bahrein, Qatar e Arabia Saudita sono stati aggregati al vicariato del Kuwait (da allora chiamato vicariato apostolico dell’Arabia Settentrionale). Yemen, Oman ed Emirati Arabi sono andati a costituire il nuovo vicariato apostolico dell’Arabia Meridionale, guidato dal vescovo Hinder. In questo territorio i cattolici, tutti stranieri, sono circa un milione. Impegnati soprattutto in alcuni settori (edilizia, scuola, servizi e lavoro domestico), provengono da oltre cento Paesi: in prevalenza Filippine, India e altri Paesi asiatici. Vi è anche un numero consistente di fedeli di lingua araba (in maggioranza giunti da Libano, Siria, Giordania). Inoltre negli ultimi anni si è segnalato un significativo incremento di cattolici di origine africana, europea e americana. Il vescovo Hinder, che risiede ad Abu Dhabi, è autore del volume “Un vescovo in Arabia. La mia esperienza con l’islam” . In questa conversazione con Vatican Insider racconta la vita della Chiesa del Golfo, che lui definisce «di migranti e per migranti».

Nel suo vicariato la libertà religiosa è circoscritta: quali limiti patiscono le comunità cattoliche nei singoli Paesi?  

«Le costituzioni di questi Paesi dichiarano l’islam religione di stato e indicano la sharia fonte principale della legislazione. Le altre religioni sono tollerate e possono avere luoghi di culto: così, ad esempio, la chiesa cattolica ha otto chiese (parrocchie) negli Emirati Arabi Uniti e quattro nel Sultanato dell’Oman. Attualmente stiamo costruendo la nona chiesa (parrocchia) nella regione occidentale dell’Emirato di Abu Dhabi. Nella Repubblica Unita dello Yemen, invece, la vita pastorale è paralizzata a causa della guerra. Sebbene al decoro delle chiese non vengano poste limitazioni, resta severamente proibito porre simboli religiosi visibili dall’esterno. I nostri edifici di culto, in genere, sono situati in luoghi appartati. Le conversioni dall’Islam a un’altra religione sono rigorosamente proibite. Il culto deve svolgersi solo nei luoghi che ci sono assegnati dai singoli governi. Allo stesso modo, assemblee di carattere religioso sono consentite esclusivamente all’interno di edifici messi a nostra disposizione per tale scopo. Entro questi limiti siamo liberi di svolgere il nostro lavoro pastorale».

Quali limiti sono più difficili da sopportare?  

«Ciò che maggiormente pesa è lo spazio esiguo sul quale possiamo contare: abbiamo difficoltà ad organizzare sia il catechismo sia gli orari delle celebrazioni eucaristiche dal momento che il numero dei fedeli è molto elevato e continua ad aumentare a ritmi sostenuti».

Nel libro di imminente pubblicazione lei scrive che la vita nel Golfo «può essere una vita marginale o di periferia in molti modi»: quali?  

«Chi giunge nei Paesi del Golfo per lavorare deve essere cosciente che, contrariamente alle aspettative, non troverà la miniera d’oro. Qui si vive nella provvisorietà sia per quanto riguarda il lavoro, che può essere perso in ogni momento, sia per quanto riguarda il permesso di residenza, che viene concesso al massimo per due o tre anni. Inoltre, anche se nel Golfo lo stile di vita è simile a quello occidentale, siamo inseriti in un contesto culturale e religioso che ci rimane estraneo. In questi Paesi l’integrazione degli stranieri non è né voluta né consentita. Quella dei migranti è una società parallela e in questo senso è “marginale o di periferia”».

Qual è attualmente la situazione nello Yemen?  

«Purtroppo è drammatica, ma è difficile avere un quadro preciso, io stesso non posso ancora entrare nel Paese. Una cosa è certa: la maggior parte della popolazione (27 milioni di persone) è prostrata dalle sofferenze causate dalla guerra, dalle malattie, dalla malnutrizione. Il numero dei cristiani, che è sempre stato esiguo, è drasticamente diminuito. Attualmente a Sana’a vivono dieci Missionarie della Carità che si prodigano per assistere i più poveri, ma in tutto il Paese non vi è alcun sacerdote e i luoghi di culto sono stati distrutti o resi inaccessibili. I pochi fedeli rimasti sono privi di cura pastorale. Quando vi sarà una tregua duratura e una pace giusta? Purtroppo non lo sappiamo».

Nel suo vicariato quali forme assume il dialogo interreligioso, nel quale lei crede molto?  

«Considero il dialogo tra le religioni uno dei fattori decisivi per lo sviluppo del mondo. Quello con l’islam è una via obbligata: lo ritengo necessario benché non facile: gli ostacoli non mancano. Nel vicariato occasionalmente si tengono congressi organizzati per lo più da istituzioni musulmane. A ciò si aggiungono eventi che coinvolgono tutte le Chiese cristiane e nei quali la Santa Sede ha un ruolo importante attraverso il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso. Ma forse la forma di dialogo più significativa è costituita dagli incontri personali: penso ad esempio a quelli che ho con rappresentanti del governo, ad esempio con il ministro per gli affari religiosi, con docenti universitari e con persone musulmane che frequento, e con le quali ho stretto anche rapporti di amicizia. Sono convinto che il dialogo più fruttuoso sia quello che nasce nell’ambito dei rapporti personali, giorno dopo giorno: beninteso, gli incontri istituzionali ad alto livello sono utili e necessari, ma talvolta corrono il rischio di diventare troppo formali».

Perché reputa Abramo «una grande fonte di ispirazione per i cristiani del vicino Oriente»?  

«Abramo è considerato il padre delle tre religioni monoteistiche e costituisce un importante punto di riferimento comune sebbene le narrazioni divergano da una religione all’altra. Abramo lasciò la propria patria e sperimentò la presenza e la cura di Dio. Con il suo atto di fede e il suo coraggio sfida e accompagna la nostra Chiesa: per molti migranti Abramo è segno di speranza e di orientamento».

I vostri fedeli come vivono la celebrazione eucaristica?  

«Generalmente con grande fede e ammirevole attenzione. Ogni giorno migliaia di fedeli partecipano alla messa. Durante il fine settimanale le chiese sono affollate come raramente mi è capitato di vedere in Europa».  

A proposito della Chiesa del futuro, lei afferma: «Penso che potremmo contribuire alla riflessione con molte nostre esperienze. Credo che su alcuni temi noi siamo più avanti, a modo nostro, delle comunità e delle diocesi d’Europa». Cosa pensa che la Chiesa del suo vicariato stia portando in dono alla Chiesa tutta?  

«Ritengo che essere una Chiesa di migranti ci conferisca un carattere speciale e forse profetico. Possiamo testimoniare come vivere la fede con coraggio in un contesto non cristiano: qui i fedeli cattolici non nascondono la loro appartenenza religiosa, non hanno paura di mostrare ciò che sono e ciò in cui credono. Sono rispettosi della fede musulmana, ma non pavidi. Il loro è un coraggio mite. Forse in qualche modo sono stimolati dagli stessi musulmani che non temono di mostrare la loro appartenenza religiosa. Il coraggio manifestato dalle nostre comunità penso possa essere d’esempio: in Europa i cristiani a volte sembra quasi si vergognino di aver fede. Inoltre il fatto di avere un numero limitato di sacerdoti (circa 65 per un milione di cattolici) porta centinaia di laici a impegnarsi molto di più di quanto accada in Europa. Senza il gratuito e generoso impegno di questi fedeli la nostra Chiesa non avrebbe la vitalità che conosciamo. Da noi l’espressione “gioia del Vangelo” (Evangelii Gaudium) non è vuota, ma realtà vissuta. Poter contare su strutture relativamente deboli e molto spesso provvisorie da un lato ci garantisce maggiore flessibilità, dall’altro costituisce una sfida permanente: non è facile mantenere l’unità e la comunione profonda tra fedeli di nazionalità, culture, lingue, riti diversi. Mi sembra però che lo sforzo quotidiano di mantenere unità e comunione dia a questa Chiesa una sensibilità che forse qualche volta manca nelle parrocchie di antica tradizione, caratterizzate non di rado da una mentalità “nazionalistica”».

Quali sono i principali problemi della vostra Chiesa?  

«Come accennavo poc’anzi, uno dei maggiori riguarda il mantenimento dell’unità nella diversità. Ripiegarsi nel proprio gruppo linguistico o culturale è un rischio reale per i nostri fedeli. Considero perciò importante che vi sia un solo vescovo per l’intero gregge: in questo modo siamo maggiormente protetti dal rischio di un “tribalismo ecclesiastico” che molto spesso fatica a guardare oltre il proprio orticello. Un altro problema, che rappresenta una sfida per noi pastori, è la condizione di “celibi artificiali” che caratterizza la maggior parte dei nostri fedeli, i quali sono sposati ma separati dal coniuge rimasto in patria. Questa condizione causa problemi affettivi e comportamenti non esemplari che chiedono di essere affrontati. Un altro problema è costituito dalle ingiustizie sperimentate da non pochi fedeli: assisterli nel modo migliore senza entrare in conflitto con le autorità civili o con i datori di lavoro è un compito impegnativo e delicato. Essere una Chiesa costituita esclusivamente da migranti significa vivere nella costante insicurezza, nella provvisorietà: se muta la situazione economica o la politica dei governi, nelle nostre comunità le conseguenze si fanno immediatamente sentire. Può accadere che un numero consistente di fedeli perda improvvisamente il lavoro e sia costretto a lasciare il Paese».  

Lei sostiene che la Chiesa di domani «sarà una Chiesa del toccare e del farsi toccare. Oppure non sarà»: che cosa intende?  

«Le strutture della Chiesa sono necessarie ma, a mio giudizio, decisivi per la Chiesa di domani saranno i legami tra i fedeli. È necessario che all’interno della comunità i rapporti diventino meno istituzionali e più personali, umani. Quando parlo di una “Chiesa del toccare e del farsi toccare” penso a Gesù che non temeva di compromettersi con gli esclusi del suo tempo. Papa Francesco costantemente ci ricorda che solo una Chiesa che esce dalla sicurezza e ha il coraggio di andare in periferia sarà viva».

Quali sono le fatiche e le gioie più grandi che lei ha sperimentato in questi anni alla guida del vicariato?  

«Le gioie superano le fatiche. Penso alla fede e l’entusiasmo dei nostri fedeli, all’impegno di centinaia di donne e uomini nelle nostre comunità, al fervore e alla fedeltà dei sacerdoti e delle religiose, alle grandi celebrazioni eucaristiche festive con migliaia di persone. Tra le fatiche cito le difficoltà, talvolta insormontabili, per realizzare i molti progetti che ho in mente; le lunghe, sfiancanti procedure per ottenere i permessi che ci sono necessari; l’egoismo di alcuni gruppi di fedeli, che determina situazioni conflittuali. Spesso mi sento come san Paolo con le sue comunità: pieno di gratitudine e di gioia guardando la loro fede e, allo stesso tempo, affaticato dagli sforzi compiuti per superare i conflitti interni. Sono un lavoratore nella vigna del Signore e so che è Lui che fa crescere i frutti: vado avanti con serenità».

Fonte: Paul Hinder, un vescovo in Arabia pastore di migranti


 

Un vescovo in Arabia. La mia esperienza con l'Islam

Paul Hinder book«Bianco e nero, e basta: non funziona così. E soprattutto non funziona così alcun dialogo. L'analisi delle differenze è nemica della spettacolarizzazione emotiva e della mobilitazione. Quando si vive in regioni come la nostra, allora tutto diventa più frammentario, perché noi facciamo altre esperienze». Dal 2003 Paul Hinder è vescovo nella Penisola araba, la terra sacra per ogni musulmano perché qui Maometto fondò la religione ispirata dal Corano. In queste pagine, per la prima volta un vescovo cattolico racconta cosa significa vivere da cristiani nei Paesi governati dagli sceicchi dei petrodollari, dove la fede islamica avvolge ogni aspetto della vita e non esiste libertà religiosa, ma solo di culto. La testimonianza del vescovo Hinder è preziosa perché racconta in presa diretta le difficoltà, le speranze e le conquiste di quel dialogo tra cristiani e musulmani che resta una delle chiavi per la pace nel mondo. Alieno da ogni faciloneria nel confronto interreligioso, realista nell'affrontare gli snodi di una convivenza socio-religiosa che interpella anche l'Occidente, Hinder offre un esempio di quell'ottimismo della speranza proprio di chi vive la fede cristiana come ragione di vita. E per questo non ha né paura dell'altro né vergogna della propria tradizione.

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Ultima modifica il Lunedì, 29 Ottobre 2018 13:28