Ordo Fratrum Minorum Capuccinorum 2

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updated 8:41 AM UTC, Dec 3, 2022

Fr. William Henn OFM Cap

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Capitolo XII delle Costituzioni

L'annuncio del Vangelo e la vita di fede

di fra William Henn OFM Cap.

 

 Il capitolo XII, intitolato “L'annuncio del Vangelo e la vita di fede”, con i suoi due articoli intitolati “Il nostro impegno per evangelizzare” e “La nostra vita di fede”, contiene alcune importanti revisioni volte ad aggiornare le Costituzioni Cappuccine alla luce dei recenti sviluppi all'interno della Chiesa e dell'Ordine. Prima di considerare questi sviluppi e il loro impatto sulla revisione di questo capitolo, è utile ricordare una scena dell'inizio della conversione di san Francesco quando chiese al sacerdote che aveva appena finito di celebrare la messa nella chiesetta della Porziuncola di spiegare il brano che raccontava di Gesù che mandava gli apostoli a predicare il Vangelo. Secondo Tommaso da Celano, “il sacerdote glielo commentò punto per punto, e Francesco, udendo che i discepoli di Cristo non devono possedere né oro, né argento, né denaro, né portare bisaccia, né pane, né bastone per via, né avere calzari, né due tonache, ma soltanto predicare il Regno di Dio e la penitenza, subito, esultante di Spirito Santo, esclamò: 'Questo voglio, questo chiedo, questo bramo di fare con tutto il cuore!'” (1 Celano IX ,22; FF 356). Difficilmente si potrebbe immaginare un'indicazione più chiara di come Francesco comprendesse il modo di vivere che sentiva che Dio lo chiamava ad abbracciare: “Questo voglio, questo chiedo, questo bramo di fare con tutto il cuore!” Sospetto che molti di noi frati, leggendo questa storia, siano stati più attenti all'insistenza di Gesù sul fatto che i discepoli “non prendano nulla per il loro cammino” che al motivo stesso del viaggio, cioè ad annunciare la buona novella di Gesù Cristo a tutti gli uomini.

Il capitolo XII riguarda proprio la chiamata che Francesco accolse quel giorno alla Porziuncola. Egli comprese che questa era anche la vocazione di tutti i frati che presto lo avrebbero seguito. I resoconti dei primi giorni di vita della nostra fraternità indicano che quando i frati erano solo otto (Leggenda Maggiore III, 7 = FF 1058-1960) o sei (Leggenda dei tre compagni X,36-37 = FF 1440-1441), o anche quattro (Leggenda dei tre compagni IX, 33; FF 1436), essi si divisero in gruppi per andare ad annunciare il Vangelo del regno di Dio e chiamare gli ascoltatori al pentimento. Come disse Francesco a questi primi seguaci:

“Fratelli carissimi, consideriamo la nostra vocazione. Dio, nella sua misericordia, ci ha chiamati non solo per la nostra salvezza, ma anche per quella di molti altri. Andiamo dunque per il mondo, esortando tutti, con l’esempio più che con le parole, a fare penitenza dei loro peccati e a ricordare i comandamenti di Dio” (Leggenda dei tre compagni X, 36 = FF 1440).

Le pagine seguenti daranno anzitutto uno sguardo ad alcuni degli sviluppi, rilevanti per il capitolo finale delle nostre Costituzioni, che sono stati evidenziati nei recenti insegnamenti del Magistero. Come ha risposto l'Ordine a quegli insegnamenti? Una seconda sezione esaminerà diversi modi in cui la revisione approvata al Capitolo generale del 2012 ha cercato di aggiornare le Costituzioni alla luce di tali sviluppi. Infine, una terza sezione fornirà alcune considerazioni che l'autore auspica che stimolino la riflessione da parte dei frati che cercano di mettere in pratica il nostro impegno di evangelizzazione e la nostra vita di fede. 

1. L’evoluzione del recente insegnamento della Chiesa e la risposta dell'Ordine dei Cappuccini

Gli insegnamenti recenti della Chiesa sull'evangelizzazione

Molti hanno sottolineato il fatto che l'intenzione fondamentale di Giovanni XXIII nel convocare il Vaticano II (1962-1965), come descritto nel suo discorso di apertura Gaudet Mater Ecclesia nel primo giorno del Concilio, era quella di adottare un approccio pastorale nel presentare la dottrina cattolica, più adatta al tempo attuale. Lo scopo non era quello di cambiare l'insegnamento cattolico, ma di aggiornarne la forma in modo da essere più adeguato al ricco contenuto della fede e più capace di essere compreso ed essere attraente per le persone del giorno d’oggi. Paolo VI riaffermò l'intenzione del suo predecessore nel discorso di apertura della seconda sessione del Concilio nell'autunno del 1963.

Per rispondere a questo obiettivo, il Concilio ha recuperato alcuni importanti temi ecclesiologici, talvolta trascurati negli ultimi secoli, come il vedere la Chiesa come popolo di Dio profetico, sacerdotale e regale nella storia (Lumen gentium, Capitolo II ) e che tutti i battezzati hanno ricevuto la chiamata a una vita di perfetta carità (LG, cap. V). L'insegnamento circa la vocazione universale alla santità ha portato anche a un fecondo ripensamento del posto particolare della vita religiosa all'interno della Chiesa (LG, Capitolo VI, e Perfectae caritatis) 

Il tema biblico, patristico e tradizionale della “Chiesa-comunione” si è rivelato una categoria molto utile per trasmettere molte delle intuizioni ecclesiologiche recuperate dal Vaticano II. Tale “ecclesiologia di comunione” è strettamente connessa alla comprensione della Chiesa come una specie di sacramento (veluti sacramentum) di comunione tra Dio e l'umanità e tra gli stessi esseri umani (cfr LG 1). Concependo la Chiesa in una cornice sacramentale – come “sacramento universale di salvezza” (cfr LG 48, Ad gentes 1 e Gaudum et spes 45) – il Vaticano II ha anche fornito una base per affermare che la Chiesa è essenzialmente missionaria. La Chiesa non esiste primariamente e unicamente per se stessa, ma, fin dal primo momento della sua esistenza, è chiamata ad annunciare agli altri la buona novella, come attestano i brani conclusivi di tutti e quattro i Vangeli (Mt 28,16-20; Mc 16, 15-20; Lc 24,44-49; Gv 20,21).

Un altro aspetto della visione conciliare della Chiesa, che è di particolare significato per apprezzare la revisione contenuta nel capitolo XII delle nostre Costituzioni, è l'insegnamento del Vaticano II sulla Chiesa locale. Il Vaticano II ha cercato di integrare la trattazione del Vaticano I sul primato del successore di Pietro con una descrizione esplicita del ruolo dei vescovi nelle loro diocesi, il che significava necessariamente fare luce sulla natura e l'attività della chiesa locale. Ciò avrebbe avuto implicazioni significative per la nostra comprensione non solo delle Chiese locali, ma anche della natura missionaria della Chiesa nel suo insieme.

Negli anni successivi al Vaticano II, diversi eventi molto significativi hanno ulteriormente approfondito e sviluppato le intuizioni del Concilio sulla natura missionaria della Chiesa. Uno di questi fu il sinodo sull'evangelizzazione e la successiva espressione del suo insegnamento in quello che molti considerano uno degli insegnamenti più importanti di Paolo VI: la sua esortazione apostolica postsinodale Evangelii nuntiandi del 1975. In quel testo, papa Paolo affermava che “la presentazione del messaggio evangelico non è per la Chiesa un contributo facoltativo: è il dovere che le incombe per mandato del Signore Gesù, affinché gli uomini possano credere ed essere salvati.” (EN 5). La missione è dunque “l’identità più profonda” della Chiesa (EN 14). Egli continua scrivendo: “per la Chiesa non si tratta soltanto di predicare il Vangelo in fasce geografiche sempre più vaste o a popolazioni sempre più estese, ma anche di raggiungere e quasi sconvolgere mediante la forza del Vangelo i criteri di giudizio, i valori determinanti, i punti di interesse, le linee di pensiero, le fonti ispiratrici e i modelli di vita dell'umanità, che sono in contrasto con la Parola di Dio e col disegno della salvezza.” (EN 19).

Uno degli aspetti più sorprendenti del sinodo sull'evangelizzazione è stato il riconoscimento della varietà e della potente influenza della cultura sulla missione della Chiesa. Ciò è stato molto evidente durante il sinodo sull'evangelizzazione del 1974, quando voci provenienti dall'America Latina sottolinearono la necessità che gli evangelizzatori presentassero il Vangelo come una buona notizia per coloro che soffrono a causa delle condizioni economiche disagiate di quel continente. Da parte loro, i vescovi asiatici insistettero sul fatto che l'evangelizzazione deve essere sensibile al fatto che la maggior parte degli asiatici vive in paesi in cui predominano le religioni non cristiane. Voci provenienti dall'Africa invocavano l'incarnazione della vita della Chiesa in modo che si desse maggiore importanza e si facesse uso delle ricchezze delle diverse culture africane, mentre la necessità di presentare la fede cristiana in modo convincente in mezzo a un ambiente sempre più secolarizzato e post-cristiano è stato sottolineato dagli interventi provenienti dall'Europa e dal Nord America. Tali accenti distintivi espressi dai vescovi delle diverse aree culturali hanno dimostrato quanto sia importante per l'evangelizzazione la situazione locale delle Chiese particolari. Le discussioni del sinodo hanno portato Paolo VI a formulare il rapporto tra cultura ed evangelizzazione nel modo seguente:

… occorre evangelizzare - non in maniera decorativa, a somiglianza di vernice superficiale, ma in modo vitale, in profondità e fino alle radici - la cultura e le culture dell'uomo, … partendo sempre dalla persona e tornando sempre ai rapporti delle persone tra loro e con Dio. Il Vangelo, e quindi l'evangelizzazione, non si identificano certo con la cultura, e sono indipendenti rispetto a tutte le culture, tuttavia il Regno, che il Vangelo annunzia, è vissuto da uomini profondamente legati a una cultura, e la costruzione del Regno non può non avvalersi degli elementi della cultura e delle culture umane. Indipendenti di fronte alle culture, il Vangelo e l'evangelizzazione non sono necessariamente incompatibili con esse, ma capaci di impregnarle tutte, senza asservirsi ad alcuna (EN 20).

A causa di questo stretto rapporto tra cultura ed evangelizzazione, Paolo VI proseguì affermando che “la rottura tra Vangelo e cultura è senza dubbio il dramma della nostra epoca, come lo fu anche di altre” (EN 20). Questa intuizione è senza dubbio l’elemento più significativo tra le tante recenti riflessioni ufficiali sulla necessità di una “nuova evangelizzazione”.

In effetti, molti osservatori hanno messo in evidenza i cambiamenti piuttosto drammatici che si sono verificati in varia misura e con diverse sfumature all'interno delle culture e delle società umane in tutto il mondo. La secolarizzazione è tra le cause più potenti di molti di questi cambiamenti, che il filosofo cattolico canadese Charles Taylor ha descritto come avvenuti in diverse fasi: 1) la rimozione di Dio dagli spazi pubblici e dal discorso, 2) la successiva riduzione del credo religioso e della presenza al culto religioso e 3) l'eventuale convinzione diffusa che la fede sia solo un'opzione tra altre opzioni ugualmente valide, quindi prive di ogni rapporto con la verità (cfr Martinelli 2012, 400-407). Altri fattori importanti che contribuiscono a questi cambiamenti sono le migrazioni, il consumismo, la globalizzazione, le pratiche economiche, le dottrine politiche, l'evoluzione dei mezzi di comunicazione sociale e il degrado ambientale (cfr Martinelli 2012, 407-411 e Martinelli 2013, 69-71).

L'Esortazione apostolica postsinodale Christifideles laici (1988) riafferma e approfondisce l'insegnamento ufficiale cattolico sull'evangelizzazione. In primo luogo, Giovanni Paolo II unisce le dimensioni della comunione e della missione in modo più esplicito di quanto non fosse stato fatto con il Vaticano II. Il paragrafo 32 di questa Esortazione apostolica ricorda che:

La comunione e la missione sono profondamente congiunte tra loro, si compenetrano e si implicano mutuamente, al punto che la comunione rappresenta la sorgente e insieme il frutto della missione: la comunione è missionaria e la missione è per la comunione. E' sempre l'unico e identico Spirito colui che convoca e unisce la Chiesa e colui che la manda a predicare il Vangelo «fino agli estremi confini della terra» (At 1, 8). Da parte sua, la Chiesa sa che la comunione, ricevuta in dono, ha una destinazione universale. Così la Chiesa si sente debitrice all'umanità intera e a ciascun uomo del dono ricevuto dallo Spirito che effonde nei cuori dei credenti la carità di Gesù Cristo, prodigiosa forza di coesione interna ed insieme di espansione esterna. La missione della Chiesa deriva dalla sua stessa natura, così come Cristo l'ha voluta…. 

Inoltre, i drammatici mutamenti culturali di cui sopra indussero Giovanni Paolo II ad affermare che “situazioni nuove, sia ecclesiali sia sociali, economiche, politiche e culturali, reclamano oggi, con una forza del tutto particolare, l'azione dei fedeli laici” (ChL 3 ), aggiungendo:

Come non pensare alla persistente diffusione dell'indifferentismo religioso e dell'ateismo nelle sue più diverse forme, in particolare nella forma, oggi forse più diffusa, del secolarismo? Inebriato dalle prodigiose conquiste di un inarrestabile sviluppo scientifico-tecnico e soprattutto affascinato dalla più antica e sempre nuova tentazione, quella di voler diventare come Dio (cf. Gen 3, 5) mediante l'uso d'una libertà senza limiti, l'uomo taglia le radici religiose che sono nel suo cuore: dimentica Dio, lo ritiene senza significato per la propria esistenza, lo rifiuta ponendosi in adorazione dei più diversi «idoli» (ChL 4).

Secondo Giovanni Paolo, ciò ha portato a una situazione molto preoccupante per la Chiesa.

Interi paesi e nazioni, dove la religione e la vita cristiana erano un tempo quanto mai fiorenti e capaci di dar origine a comunità di fede viva e operosa, sono ora messi a dura prova, e talvolta sono persino radicalmente trasformati, dal continuo diffondersi dell'indifferentismo, del secolarismo e dell'ateismo. Si tratta, in particolare, dei paesi e delle nazioni del cosiddetto Primo Mondo, nel quale il benessere economico e il consumismo, anche se frammisti a paurose situazioni di povertà e di miseria, ispirano e sostengono una vita vissuta «come se Dio non esistesse». Ora l'indifferenza religiosa e la totale insignificanza pratica di Dio per i problemi anche gravi della vita non sono meno preoccupanti ed eversivi rispetto all'ateismo dichiarato (ChL 34).

 Diversi anni dopo, Giovanni Paolo II sottolineava ancora una volta il rapporto tra missione e comunione nell'enciclica Redemptoris missio (1990): “Questo popolo messianico … costituito da Cristo per una comunione di vita, di carità e di verità, è pure da lui assunto quale strumento della redenzione di tutti e, come luce del mondo e sale della terra, è inviato a tutto il mondo” (RMi 9). Uno dei motivi importanti alla base dell'Enciclica di Giovanni Paolo II sulla missione è stato quello di rispondere alla domanda che, se Dio trova il modo di offrire ad ogni essere umano la salvezza che vuole per tutti gli uomini (cfr 1 Tm 2,4 e GS 22), allora non è superfluo l'annuncio del Vangelo? A questo il Santo Padre risponde:

 All'interrogativo: perché la missione? noi rispondiamo con la fede e con l'esperienza della chiesa che aprirsi all'amore di Cristo è la vera liberazione. In lui, soltanto in lui siamo liberati da ogni alienazione e smarrimento, dalla schiavitù al potere del peccato e della morte. Cristo è veramente «la nostra pace», (Ef 2,14) e «l'amore di Cristo ci spinge», (2 Cor 5,14) dando senso e gioia alla nostra vita. La missione è un problema di fede, è l'indice esatto della nostra fede in Cristo e nel suo amore per noi (RMi 11).

 È interessante notare che il Santo Padre collega specificamente la missione con la fede. Vediamo dunque qui un parallelo con il fatto che i due articoli del capitolo XII delle nostre Costituzioni collegano anche l’evangelizzazione e la fede, legame che si può vedere anche nel capitolo finale della Regola bollata di san Francesco.

 Mentre il Vaticano II e i successivi chiarimenti papali hanno sottolineato la natura missionaria essenziale della Chiesa e la necessità che ogni battezzato sia un missionario, i cambiamenti culturali e sociali in evidenza negli ultimi decenni hanno portato a una nuova e più diversificata comprensione della natura e dello scopo dell'evangelizzazione. Anche questo trova una sintetica espressione nell'Enciclica di Giovanni Paolo II sulla missione della Chiesa.

 Le differenze nell'attività all'interno dell'unica missione della chiesa nascono non da ragioni intrinseche alla missione stessa, ma dalle diverse circostanze in cui essa si svolge. Guardando al mondo d'oggi dal punto di vista dell'evangelizzazione, si possono distinguere tre situazioni. Anzitutto, quella a cui si rivolge l'attività missionaria della chiesa: popoli, gruppi umani, contesti socio-culturali in cui Cristo e il suo Vangelo non sono conosciuti, o in cui mancano comunità cristiane abbastanza mature da poter incarnare la fede nel proprio ambiente e annunziarla ad altri gruppi. È, questa, propriamente la missione ad gentes.  Ci sono, poi, comunità cristiane che hanno adeguate e solide strutture ecclesiali, sono ferventi di fede e di vita irradiano la testimonianza del Vangelo nel loro ambiente e sentono l'impegno della missione universale. In esse si svolge l'attività, o cura pastorale della chiesa. Esiste, infine, una situazione intermedia, specie nei paesi di antica cristianità, ma a volte anche nelle chiese più giovani, dove interi gruppi di battezzati hanno perduto il senso vivo della fede, o addirittura non si riconoscono più come membri della chiesa, conducendo un'esistenza lontana da Cristo e dal suo Vangelo. In questo caso c'è bisogno di una «nuova evangelizzazione», o «rievangelizzazione» (RMi 33).

 Questa triplice divisione della missione della Chiesa in quanto diretta 1) a coloro che non hanno ascoltato il Vangelo, 2) a coloro che necessitano di alimento pastorale e guida come credenti praticanti, e 3) a coloro che si sono allontanati dalla pratica della fede si coglie nel suggestivo titolo del motu proprio con il quale Benedetto XVI ha istituito il Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione il 21 novembre 2010, Ubicumque et semper (Ovunque e sempre). Ciò significa che, in modo molto reale, nessun territorio è più da considerare come “territorio di missione” a differenza di altri come “non missionario”. Sempre e ovunque la Chiesa è una comunità di discepoli evangelizzatori. Questa comprensione richiederà un impegnativo processo di ripensamento e conversione da parte dei credenti battezzati e da parte delle Chiese particolari in tutto il mondo. Dal semplice mantenimento dei propri membri, le comunità cristiane più che mai dovranno essere comunità di sensibilizzazione dinamica, condividendo il Vangelo con le parole e con i fatti.

 Il ruolo delle congregazioni religiose all'interno della comunità cristiana è stato successivamente esplorato da un sinodo di vescovi, i cui suggerimenti sarebbero stati alla base dell'esortazione apostolica postsinodale Vita consecrata (1996) di papa Giovanni Paolo II. In questo testo il papa descrive i religiosi come “esperti di comunione” (VC 46) e li colloca a pieno titolo nella dimensione missionaria della Chiesa: . “… la missione è essenziale per ogni Istituto, non solo in quelli di vita apostolica attiva, ma anche in quelli di vita contemplativa. … inoltre partecipa alla missione di Cristo con un altro elemento peculiare e proprio: la vita fraterna in comunità per la missione” (VC 72). Questo contributo è descritto in modo più esplicito diversi paragrafi dopo.

 Il contributo specifico di consacrati e consacrate alla evangelizzazione sta innanzitutto nella testimonianza di una vita totalmente donata a Dio e ai fratelli, a imitazione del Salvatore che, per amore dell'uomo, si è fatto servo. Nell'opera della salvezza, infatti, tutto viene dalla partecipazione all'agape divina. Le persone consacrate rendono visibile, nella loro consacrazione e totale dedizione, la presenza amorevole e salvifica di Cristo, il consacrato del Padre, inviato in missione. Esse, lasciandosi conquistare da Lui (cfr Fil 3, 12), si dispongono a divenire, in certo modo, un prolungamento della sua umanità. La vita consacrata dice eloquentemente che quanto più si vive di Cristo, tanto meglio Lo si può servire negli altri, spingendosi fino agli avamposti della missione, e assumendo i più grandi rischi (VC 76).

Ancora più recentemente sono stati numerosi gli appelli affinché tutti i battezzati, non solo i religiosi, siano “discepoli evangelizzatori”. Forse l'esempio più significativo di questi appelli è stato il XIII sinodo generale dei vescovi del 2012, dedicato al tema sulla nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede. Successivamente l'esortazione apostolica di papa Francesco Evangelii gaudium, del 2013, ha attinto in parte dalle proposizioni emerse da quel sinodo e ha insegnato:

Fedele al modello del Maestro, è vitale che oggi la Chiesa esca ad annunciare il Vangelo a tutti, in tutti i luoghi, in tutte le occasioni, senza indugio, senza repulsioni e senza paura. La gioia del Vangelo è per tutto il popolo, non può escludere nessuno. … La Chiesa “in uscita” è la comunità di discepoli missionari che prendono l’iniziativa, che si coinvolgono, che accompagnano, che fruttificano e festeggiano. “Primerear – prendere l’iniziativa”: vogliate scusarmi per questo neologismo. La comunità evangelizzatrice sperimenta che il Signore ha preso l’iniziativa, l’ha preceduta nell’amore (cfr 1 Gv 4,10), e per questo essa sa fare il primo passo, sa prendere l’iniziativa senza paura, andare incontro, cercare i lontani e arrivare agli incroci delle strade per invitare gli esclusi. Vive un desiderio inesauribile di offrire misericordia, frutto dell’aver sperimentato l’infinita misericordia del Padre e la sua forza diffusiva. Osiamo un po’ di più di prendere l’iniziativa! (Evangelii gaudium23-24).

La chiamata di papa Francesco è ovviamente rivolta anche alle nostre fraternità e ai frati cappuccini. Per alcuni di noi questo comporterà solo un approfondimento del modo in cui già pensiamo a noi stessi e mettiamo in pratica la nostra vocazione francescana; per altri può richiedere l'adozione di un'autocomprensione e di un modo di agire più missionari.

Sviluppi all'interno dell'Ordine dei Cappuccini

È segno dell'impegno della nostra Fraternità ad essere fedeli agli insegnamenti della Chiesa, impegno espresso nel paragrafo 183, che appare nel capitolo XII, che le intuizioni sull'evangelizzazione sopra elencate dal Vaticano II, Evangelii nuntiandi, Christifideles laici, Redemptoris missio, Vita consecrata ed Evangelii gaudium non sono cadute nel vuoto.

Già la revisione delle nostre Costituzioni nel 1968 integrava alcuni dei temi ecclesiologici del Vaticano II, soprattutto riguardo a come il nostro Ordine in vari modi deve riflettere sul tema della “Chiesa come comunione”. Ma è stata soprattutto la celebrazione del sinodo sull'evangelizzazione nel 1974 e l'apparizione nel 1975 della Evangelii nuntiandi di Paolo VI che hanno ispirato il Ministro generale Paschal Rywalski e i suoi consiglieri a convocare un Consiglio plenario dell'Ordine dedicato alla nostra vocazione missionaria, che si è tenuto a Mattli, Svizzera, nel 1978. Le sue conclusioni traevano molto dall'esortazione di Paolo VI, considerando 1) il posto della nostra vocazione cappuccina nell'essenziale missionarietà della Chiesa, 2) i nuovi contesti ecclesiali, socio-politici, economici e religiosi all'interno dei quali i nostri sforzi missionari si svolgono oggi, e 3) diversi principi pratici allo scopo di guidare tali sforzi. Sono stati passi preziosi per cercare di rispondere positivamente alle riflessioni del sinodo sull'evangelizzazione e della Evangelii nuntiandi.

Tuttavia, come risulta dalla prima frase del documento Mattli, l'opinione comune tra i cappuccini dell'epoca era che quei frati opportunamente chiamati "missionari" formassero un gruppo distinto all'interno dell'Ordine: "Riuniti a Mattli per il Consiglio plenario della Ordine, prima di tutto sentiamo il bisogno e il dovere di rivolgere i nostri cordiali auguri a tutti voi, nostri fratelli missionari, che generosamente vi dedicate a portare il peso e la gioia del nostro servizio di evangelizzazione in ogni continente e in situazioni spesso difficili.” Pur riconoscendo giustamente la dedizione esemplare e coraggiosa di quei frati che sono andati in terre lontane per annunciare il Vangelo in culture diverse dalla propria, Mattli non ha tuttavia potuto sottolineare con sufficiente chiarezza che ogni cappuccino deve essere consapevole della dimensione missionaria della nostra vocazione. Tuttavia, degno di lode è stato il riconoscimento da parte di questo terzo Consiglio plenario che la situazione missionaria all'interno della Chiesa e all'interno dell'Ordine stava cambiando rapidamente. Una delle intuizioni più stimolanti di questo consiglio plenario è stato il suo riconoscimento del ruolo cambiato di coloro che hanno servito nella missione ad gentes 

In questa situazione i missionari si trasformano ora da fondatori dinamici di chiese in collaboratori, da uomini dell'iniziativa e delle decisioni autonome in uomini del dialogo, dell'ascolto e, in una certa misura, dell'obbedienza e della disponibilità. In questo retrocedere in seconda fila, in questo distacco, il frate minore si trova nel suo clima congeniale, nella opportunità di vivere maggiormente la sua identità nella disponibilità e minorità. Egli non si presenta né come superiore né come inferiore, ma come fratello. Non si impone, ma si offre. Non è più tanto un «inviato» da parte di una Chiesa madre con decisione unilaterale, quanto un «invitato» da parte di una chiesa particolare che ha bisogno e fino a quando ha bisogno (paragrafo 18). 

L'assemblea di Mattli ha proposto che il contributo specifico dei Cappuccini all'attività missionaria si trovi nella fedeltà, come individui e in comunità, al nostro carisma di Frati e di Minori (paragrafo 12). Questo consiste nell'annunciare il Vangelo dell'amore del Padre per tutti gli uomini con gioia e semplicità. Inoltre, i delegati a Mattli hanno aggiunto le seguenti parole sulle qualità specifiche di una presenza missionaria che è autenticamente cappuccina:

 Crediamo che la presenza-fermento del missionario francescano debba essere caratterizzata dalla

 

  • fraternità: vivendo da veri fratelli tra di noi e realizzando forme di vita fraterna con gli uomini in mezzo ai quali operiamo; 
  • minorità: vivendo da veri servitori di tutti, umili, poveri, rispettosi e pacificatori, semplici nello stile di vita e nelle relazioni con gli altri; 
  • esperienza dello Spirito nella propria vita: mostrandoci in tutto veri «uomini di Dio» attenti e disponibili a qualsiasi divina ispirazione ricevuta direttamente o tramite la vita e la realtà degli altri; 
  • sensibilità ai problemi della promozione integrale, affinché la nostra presenza missionaria sia davvero stimolo allo sviluppo e alla giustizia, al dialogo e alla solidarietà; 
  • radicalità evangelica, che ci porti sempre alla più generosa disponibilità, all'accettazione della croce e a un sano pionierismo, come risposta coraggiosa alle più urgenti necessità degli uomini e della Chiesa(paragrafo 12).

Un frutto immediato del consiglio plenario di Mattli fu che, cinque anni dopo, la revisione delle Costituzioni del 1982 affermava che i missionari sono coloro che, in qualsiasi continente o regione, portano la gioiosa buona novella della salvezza a coloro che non credono in Cristo (174,5). La frase successiva, però, aggiunge subito che «riconosciamo la situazione particolare di quei fratelli che si impegnano nell'attività missionaria al servizio delle nuove Chiese costituite» (174,6). Da quel momento in poi, la revisione del 1982 si è concentrata prevalentemente sul significato più ristretto e tradizionale dell'attività missionaria come invio in terra straniera. Tuttavia, a suo merito, la revisione del 1982 riconosce che «le Chiese particolari hanno già acquisito la parte più importante nell'opera di evangelizzazione».

I delegati che avrebbero dovuto partecipare al Capitolo Generale che avevano adottato le nostre nuove Costituzioni ricevettero una spiegazione della proposta di revisione che si intitolava Schema delle nostre costituzioni per il Capitolo Generale LXXXIV. Seconda Proposta di Revisione (PdR2), Tomo I, Introduzioni, Prospetti sinottici, Nota esplicativa, che descriveva le modifiche al Capitolo XII alle pagine 573-627. PdR2 evidenziava che la Commissio Constitutionum OFM Cap. aveva fatto abbondante uso del documento del Terzo Consiglio Plenario dell'Ordine, tenutosi a Mattli, e che “Lo sviluppo della ecclesiologia suscitato dal Concilio Vaticano II e l'urgenza della nuova evangelizzazione, già riconosciuta dalla Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi di Paolo VI (8 dicembre 1975) e in seguito insistentemente sollecitata da Giovanni Paolo II che la 'approfondì sistematicamente in numerosi interventi,' hanno determinato un ripensamento del concetto di missione. Il nostro Ordine si è inserito in questo nuovo orizzonte soprattutto teologico e pastorale attraverso il III CPO (Mattli 1978) e il Capitolo generale del 1982…” (PdR2, 575).

Se le Costituzioni rivedute del 2002 hanno aggiunto ulteriori sfumature all'approccio cappuccino all'evangelizzazione, forse l'influenza più importante nelle revisioni approvate al Capitolo del 2012 è da attribuire alla lettera “Nel Cuore dell'Ordine la Missione” del Ministro generale Mauro Jöhri nel 2009. Uno dei suoi primi paragrafi porta il titolo: “Essere cappuccino è essere missionario” e aggiunge: “San Francesco fu il primo tra i fondatori di un Ordine a fissare nella Regola 'la missione', un testo che i primi cappuccini ripresero quasi integralmente nelle Costituzioni di Sant'Eufemia (1536)” (Jöhri 2009, 1.3). Ha continuato a riflettere sulla storia del coinvolgimento dei cappuccini nell'evangelizzazione e ha notato cambiamenti drammatici negli ultimi tempi:

Per molto tempo il principio di fr. Bernhard Christen da Andermatt, “Una Provincia – Una Missione” si è rivelato essere un’intuizione geniale: esso venne favorito dal fatto che molto spesso i cappuccini erano gli unici ad essere presenti nel territorio affidato loro da Propaganda Fide e la Chiesa locale non era ancora sorta. Così la Provincia disponeva dell’autonomia necessaria per impostare e portare avanti la missione che le era stata affidata. Oggi le condizioni sono radicalmente mutate non solo nella Chiesa e nell’Ordine, ma anche in campo politico ed economico (Jöhri, 2009, 1.4).

La lettera di Mauro riconosceva cambiamenti non solo nella Chiesa e nelle varie società in cui noi cappuccini serviamo, ma anche cambiamenti significativi nella demografia dell'Ordine: 

In questi ultimi anni l’Ordine si è esteso, ha allargato i suoi confini. Abbiamo assistito al fenomeno della crescita notevole delle fraternità di Asia, Africa e America latina, soprattutto del Brasile, e a quello del costante decremento delle fraternità dell’Europa e dell’America del nord, con variazioni regionali che a volte indicano un processo molto rapido come pure la tenuta della nostra presenza nell’Europa orientale. Accanto a questa constatazione, che si riferisce a quanto risulta essere immediatamente visibile, esistono problematiche meno visibili e che incidono direttamente sulla missione o sul nostro modo di essere missionari. (Jöhri 2009, 1.10)

 Queste intuizioni sono facilmente riconoscibili nelle revisioni che ora troviamo nel testo del Capitolo XII delle nostre Costituzioni approvato nel Capitolo del 2012 e promulgato nel 2013.

 Infine la lettera di fra Mauro del 6 gennaio 2011, chiedendo la reazione di tutti i frati dell'Ordine a quella che, all'epoca, era l'ultima revisione del Capitolo XII, ricordava ancora che il nostro Serafico Padre San Francesco fu il primo Fondatore di un Ordine Religioso a inserire nella sua Regola di vita un Capitolo specifico sulle Missioni, aggiungendo: “Grazie a una riflessione più profonda sull'ecclesiologia, dopo la chiusura del Concilio Vaticano II abbiamo cominciato a parlare meno di 'missioni' al plurale con riferimento a determinati territori, e a parlare invece di 'missione' nel senso di un mandato o di un impegno affidato a un corpo intero o a una singola persona” (Prot. N. 00052/11 del 6 gennaio 2011).

 In che modo, allora, la revisione che ha prodotto le nostre attuali Costituzioni riflette questi sviluppi riguardanti l'evangelizzazione, che sono stati presentati nei recenti insegnamenti cattolici ufficiali e gli sforzi dei Cappuccini per rispondere a questi insegnamenti? A questo ora ci dedichiamo.

 II. Capitolo XII: “L’annuncio del vangelo e la vita di fede”

La forte affermazione dell'essenziale natura missionaria della Chiesa è lo sviluppo teologico più pertinente nel considerare il capitolo XII delle Costituzioni cappuccine riviste del 2013. L'attuale revisione cerca di recepire in modo esplicito il ruolo ecclesiale dell'Ordine dei Cappuccini in linea con due preoccupazioni del Vaticano II: primo, che “La Chiesa durante il suo pellegrinaggio sulla terra è per sua natura missionaria, in quanto è dalla missione del Figlio e dalla missione dello Spirito Santo che essa, secondo il piano di Dio Padre, deriva la propria origine” (AG 2; cfr LG 1-4, 9, 17, 48); e secondo, che la diocesi o Chiesa particolare è il frutto e l'agente dell'attività evangelizzatrice della Chiesa (cfr AG, cap. III, LG 13 e 23). Queste due preoccupazioni sono state ripetute e ulteriormente sviluppate, come abbiamo visto, negli insegnamenti cattolici ufficiali dopo il Concilio.

Quest'ultima enfasi sulla Chiesa locale ha contribuito anche alla decisione del Capitolo Generale del 2012 di ridefinire in modo nuovo la struttura dell'Ordine nel Capitolo VIII delle Costituzioni rivedute, allontanandosi dalla divisione in Province, Viceprovince, Custodie, delegazioni e case (come al paragrafo 110,11 delle precedenti Costituzioni) alla più semplice designazione di tutte le sue giurisdizioni come province o custodie (cfr PdR2 366). “Non si tratta, infatti, di una semplificazione strutturale finalizzata a se stessa, ma di una conseguenza che deriva dalla nuova e più ampia concezione della missione stessa e dalla realtà dell'Ordine, che negli ultimi tempi è cambiata e si è andata sviluppando anche alla luce della ecclesiologia di comunione e della stessa nuova concezione della dimensione missionaria della vita cristiana e del compito missionario della Chiesa” (PdR2, 579). All'inizio del Cinquecento, all'epoca delle nostre origini cappuccine, emerse una concezione dell'attività missionaria fortemente influenzata dall'espansione europea in molte parti del mondo in cui gli esploratori vennero a conoscenza di vaste popolazioni di persone che non avevano mai sentito il messaggio di Cristo e del suo vangelo. Definire la struttura dell'Ordine alla luce di questi territori missionari sembrava il modo appropriato per designare i vari tipi di giurisdizioni cappuccine. La nuova comprensione della missione come centrata nelle Chiese locali in tutto il mondo ha reso questa concezione non più adeguata. La Commissio Constitutionumaggiunge: “Se la Congregazione per la Evangelizzazione dei Popoli o de Propaganda Fide ha competenza su circoscrizioni ecclesiastiche (attualmente più di 1000), ciò è da attribuire solo a un fatto amministrativo e di organizzazione, non già dottrinale e teologico” (PdR2 576).

Prima di considerare alcuni dei temi specifici presenti nelle nostre Costituzioni rivedute, è utile ricordare la fondamentale continuità del materiale del Capitolo XII con le nostre origini francescane, sottolineando l'importanza dell'evangelizzazione negli scritti stessi di san Francesco. Si può parlare di uno “statuto missionario” francescano riconoscibile nei suoi scritti autentici (cfr Lehmann, passim). Questo statuto missionario può essere enunciato analizzando il capitolo 16 della Regula non bullata. Quel capitolo inizia con un riferimento diretto alle parole di Gesù: “Ecco, vi mando come pecore in mezzo ai lupi. Siate dunque prudenti come serpenti e semplici come colombe» (Rnb 16, 1-2, citando Mt 10,16). Poi Francesco scrive che i frati che vogliono andare tra coloro che non credono in Cristo devono chiedere il permesso ai loro ministri e che quei ministri non devono negare il permesso se vedono che tali frati sono adatti, per non porre un ostacolo in ciò che Dio ha ispirato (Rnb 16, 3-4). Il capitolo 16 continua: “I frati poi che vanno fra gli infedeli possono comportarsi spiritualmente in mezzo a loro in due modi. Un modo è che non facciano liti o dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio e confessino di essere cristiani. L'altro modo è che, quando vedranno che piace al Signore, annunzino la parola di Dio perché essi credano in Dio onnipotente Padre e Figlio e Spirito Santo, Creatore di tutte le cose, nel Figlio Redentore e Salvatore, e siano battezzati, e si facciano cristiani, poiché, se uno non sarà rinato per aqua e Spirito Santo non può entrare nel regno di Dio» (Rnb 16, 5-7, citando Gv. 3,5). La parte restante e più ampia di questo capitolo (Rnb 16, 8-21) è poco più che una serie di citazioni delle parole di Gesù che incoraggiano i discepoli a continuare a testimoniarlo, anche se saranno respinti e perseguitati.

Così lo statuto missionario francescano della Regula non bullata può essere brevemente riassunto nei seguenti punti. In primo luogo, l'evangelizzazione si compie in obbedienza al comando di Gesù e sotto l'ispirazione del Signore e non va ostacolata. In secondo luogo, i frati evangelizzino con il loro modo di vivere, non impegnandosi in controversie ma essendo soggetti a tutti e riconoscendo di essere cristiani. Terzo, quando la situazione lo richiede, i frati dovrebbero pronunciare la parola di Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, in modo da invitare gli altri a credere e a diventare cristiani attraverso il battesimo. Quarto, il messaggio del Vangelo li renderà vulnerabili al rifiuto e alla persecuzione. La dimensione missionaria della vocazione francescana, come delineata in questo statuto del capitolo 16 della Rnb, è confermata da altri scritti autentici del poverello. Le sue lettere ai fedeli, ai governanti dei popoli, ai custodi e all'intero Ordine contengono tutte brani che riflettono il desiderio di Francesco di annunciare Cristo a tutto il mondo. Ad esempio, nella sua “Lettera a tutto l'Ordine” invita i suoi frati ad ascoltare la voce del Figlio di Dio, aggiungendo: “Lodatelo poiché è buono ed esaltatelo nelle opere vostre, poiché per questo vi mandò per il mondo intero, affinché rendiate testimonianza alla voce di lui con la parola e con le opera e facciate conoscere a tutti che non c'è nessuno Onnipotente eccetto lui” (Let Ord 6-9; FF216). Questa stessa azione universale affinché tutti possano lodare il Signore, trova espressione in molte preghiere di Francesco, come quella che appare nel capitolo 23 della Regola non bollata, dove egli chiama “tutti i piccoli e i grandi e tutti i popoli, genti, razze e lingue, tutte le nazioni e tutti gli uomini d'ogni parte della terra, che sono e saranno” a perseverare nella vera fede e nella penitenza (Rnb 23, 7 : FF 68).

Articolo I: Il nostro impegno di evangelizzare N. 175-181 

I sette paragrafi numerati di questo primo articolo sono stati così intitolati:

 

N. 175 – Il fondamento teologico e francescano del nostro impegno di evangelizzare;

N. 176 – Missio ad gentes e nuova evangelizzazione;

N. 177 – Stile missionario;

N. 178 – La vocazione missionaria;

N. 179 – Implantatio Ordinis;

N. 180 – Competenze circa le missioni;

N. 181 – Testimoni di fraternità e minorità (Polliani, 357, con commenti alle pp. 358-374).

Nel descrivere quelli che considerava alcuni dei principali aspetti della sua opera di revisione, la Commissio Constitutionum OFM Cap. ha evidenziato i suoi sforzi per arricchire le Costituzioni includendo "i vari e differenziati ambiti della missione" e sottolineando:

  • che “il testo non parla più dei frati missionari … tra i non cristiani, bensì dei frati missionari inviati nelle diverse parti del mondo indicando così un orizzonte piu ampio (NN. 176,7-8 e 177,1);  
  • che i frati non leghino la loro azione evangelizzatrice alla sicurezza delle risorse economiche .. e rinuncino ad ogni prestigio sociale (N. 177,5); 
  • che In dialogo con le altre Chiese cristiane e con le diverse religioni ricerchino con rispetto i segni della presenza di Dio e i germi del Verbo nelle varie culture e insiste sulla preparazione dei frati “non solo in missiologia e in ecumenismo, ma anche nel dialogo interreligioso” (NN. 177,7-8 and 178,2);
  • che i frati “promuovano la vita consecrata e la presenza del nostro carisma nella vita delle chiese particolari,” cioè in tutte le Chiese, sia quelle di nuova Fondazione che le altre di antica tradizione e con una lunga storia (N. 177,1); 
  • che non si parla più di segretariato per l’animazione e la cooperazione missionaria ma di segretariato per la evangelizzazione (N 180,3) e che “i frati collaborino costantantemente con gli istituti religiosi che nello stesso territorio si dedicano alla evangelizzazione” (N 180,4); 
  • che l’Ordine mantiene “una visione universale e l’apertura verso un ampio orizzonte apostolico di evangelizzazione missionaria, richiamando l’intuizione del Sacrum Commercium, n. 63 [= FF 2022] che ‘il nostro chiostro è il mondo’” (N. 181) (Tutti questi punti si trovano in PdR2, 580-581). 

A queste brevi descrizioni dei contenuti e delle novità presenti nella revisione dell'articolo I del capitolo XII delle costituzioni, vorrei ora aggiungere alcune mie personali riflessioni.

Il paragrafo iniziale presenta una visione molto condensata della Chiesa come sacramento universale di salvezza e, quindi per sua stessa natura missionaria, rispecchiando l'insegnamento di Paolo VI che, nel suo viaggio da pellegrino nella storia, dice che la sua vocazione è quella di vivere la grazia dell'evangelizzazione, vocazione che si rivolge in particolare ai religiosi per la loro speciale consacrazione (N. 175,1-2). Situa poi san Francesco e la sua fraternità all'interno di quella visione ecclesiale, chiamati ad annunciare il Vangelo e a contribuire alla trasformazione del mondo nella giustizia e nella pace e accogliendo l'impegno di evangelizzare come principale compito apostolico che contribuisce al rinnovamento e all'edificazione del Corpo di Cristo (N. 175,3-4). L'accento di questo primo paragrafo è sul fatto che l'Ordine dei Cappuccini può essere compreso solo all'interno della Chiesa. Come la Chiesa è essenzialmente missionaria, così deve esserlo anche la Fraternità cappuccina. Chiaramente questo paragrafo riflette l'accresciuta enfasi sull'evangelizzazione che ha trovato crescente espressione nell'insegnamento ufficiale della Chiesa:

 Evangelizzare, infatti, è la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda. Essa esiste per evangelizzare, vale a dire per predicare ed insegnare, essere il canale del dono della grazia, riconciliare i peccatori con Dio, perpetuare il sacrificio del Cristo nella s. messa che è il memoriale della sua morte e della sua gloriosa risurrezione (EN 14).

Mi sembra che qui due punti meritino un'attenzione particolare. In primo luogo, la vita cappuccina deve essere coinvolta con tutto il cuore nella vita della Chiesa, sia nella sua guida universale che nella sua esperienza vissuta nei contesti delle Chiese particolari in tutto il mondo. La vita cappuccina non è una questione di stile di vita personale senza riferimento alla partecipazione attiva alla vita ecclesiale. In secondo luogo, l'inclusione della nozione di “grazia dell'evangelizzazione” è molto utile. L'evangelizzazione può richiedere coraggio, come attestano le parole e l'esperienza di san Francesco e dei primi frati ricordati in precedenza in questo saggio. Bisogna pregare e ricevere la grazia dell'evangelizzazione per avere la generosità e il coraggio di impegnarsi in essa. Nel descrivere la propria vocazione missionaria ai pagani e quella di san Pietro agli ebrei, san Paolo raccontava che Dio operava attraverso ciascuno di loro e che i pilastri della comunità di Gerusalemme riconoscevano la grazia che gli era stata concessa di portare a compimento la sua missione (cfr Gal 2,7-9). 

Il paragrafo successivo delle Costituzioni (N. 176) trae la logica conclusione dal paragrafo precedente, cioè che tutti i frati, nessuno escluso, devono considerarsi missionari e sono chiamati a portare agli altri il lieto messaggio di salvezza (N 176 , 1). Questa applicazione universale dell'identità evangelizzatrice di ogni frate cappuccino è poi giustificata parafrasando il recente insegnamento ufficiale cattolico che descrive i tre ambiti dell'evangelizzazione nei termini della missione ad gentes ai non credenti, della pastorale di coloro che praticano la loro fede cristiana, e avvicinarsi a coloro che si sono allontanati da tale pratica in ambiti che richiedono una nuova evangelizzazione (N. 176, 1-4). Senza perdere l'ammirazione per l'eroica attività dei nostri "missionari stranieri" del passato e ancora di oggi, è necessario, alla luce degli sviluppi nella Chiesa, nelle società contemporanee e nell'Ordine, abbandonare la precedente concezione che designava solo un certo segmento parziale di frati come missionari. Questo paragrafo riflette chiaramente la più ampia comprensione dell'evangelizzazione che è stata sottolineata dai santi Paolo VI e Giovanni Paolo II e dai loro successori, i papi Benedetto XVI e Francesco. A causa della visione dell'opera missionaria che era stata predominante negli ultimi secoli, il paragrafo 176 può rappresentare una vera sfida per molti frati. Molti di noi sono stati attratti dall'Ordine in un momento in cui il desiderio di servire come missionari avrebbe portato naturalmente un candidato a cercare l'ingresso in una congregazione religiosa specificamente identificata come congregazione o società missionaria e la scelta di diventare cappuccino non era guidata principalmente come risposta alla grazia dell'evangelizzazione. Le costituzioni rivedute invitano inequivocabilmente tutti i frati a riflettere nuovamente su come comprendono e mettono in pratica la dimensione missionaria della loro vocazione.

Questo può invitarci a riconsiderare il modo in cui vediamo i nostri santi cappuccini, la cui vita è stata una delle ispirazioni più importanti per molti di noi nell'entrare nell'Ordine. Alcuni dei santi canonizzati della famiglia cappuccina possono essere descritti come uomini che hanno lasciato la loro patria per impegnarsi in una missione ad gentes in alcune culture e tra alcune persone che non erano le loro. Ma non è così per tutti loro. Santi come Felice da Cantalice, Corrado di Parzham, Angelo d'Acri, Pio da Pietrelcina, o i martiri spagnoli e polacchi del XX secolo non furono “missionari stranieri”. La comprensione allargata contemporanea dell'evangelizzazione ci chiede di riflettere con maggiore precisione sulla dimensione missionaria di ciascuno dei nostri santi, non in modo anacronistico – attribuendo loro una specifica mentalità “missionaria” che forse non avevano avuto – ma diffondendo più luce diretta sul modo in cui la loro vita è stata modello di annuncio del Vangelo di Gesù Cristo. Come vederli vivere la dimensione missionaria che è già radicata negli scritti di san Francesco stesso, dal loro esempio di vita, dalla loro esplicita testimonianza del Vangelo di Gesù Cristo e dalla loro coraggiosa vulnerabilità al probabile rifiuto?

Il paragrafo 177 delle Costituzioni rivedute può servire ad aiutarci in tale riflessione sulla dimensione missionaria dei nostri frati del passato e sulla nostra stessa chiamata ad essere evangelizzatori oggi. Questo paragrafo riprende alcuni aspetti dello “statuto missionario” francescano del capitolo 16 della Rnb: testimoniare il Vangelo con il modo in cui vivono e, quando vedono che piace a Dio, annunciare apertamente il mondo della salvezza (N 177,1 ). L'intero paragrafo è particolarmente sensibile al fatto che il contesto dell'evangelizzazione è la Chiesa locale (n. 177,2) e che l'evangelizzazione richiede la collaborazione con tutti gli altri impegnati nella missione della Chiesa (N. 177,3-4). La sensibilità alla cultura (N 177,6-7), il dialogo con le altre Chiese cristiane e con le diverse religioni (N. 177,7), e la promozione di cambiamenti nella società «che favoriscano la venuta di un mondo nuovo» (N. 177 ,8) sono qui evidenziati. Tutto ciò sottolinea il fatto che l'evangelizzazione può assumere molte forme. Nel libro che finì di scrivere negli ultimi giorni della sua vita, il cardinale Avery Dulles, noto per aver utilizzato dei “modelli” per approfondire vari temi teologici, ha inserito una sezione intitolata “modelli di evangelizzazione”, che ha concluso con la seguente parole.

Alcuni possono avere un'attitudine e una propensione a impegnarsi nell'annuncio esplicito, che è sempre necessario. Ma altri possono evangelizzare in modo discreto, vivendo fino in fondo la loro vocazione cristiana. Potresti essere chiamato a dare una testimonianza silenziosa, spingendo gli altri a chiedersi perché la tua fedeltà alla regola della preghiera è così importante per te. Potresti avere il dono di costruire piccole comunità di studio della Bibbia o opere di carità verso persone bisognose. Potresti essere dotato come scrittore o scienziato, come politico o statista, come maestro delle comunicazioni elettroniche o come finanziere. Ognuna di queste chiamate, perseguite con ispirazione cristiana, ha il suo posto nella panoplia delle attività missionarie (Dulles, 100).

Possiamo aspettarci che una tale varietà di modi di evangelizzare sarà caratteristica anche del nostro impegno missionario cappuccino. Il capitolo XII ci invita a pensare all'evangelizzazione in questo modo più ampio e ad accogliere in modo esplicito in ogni frate la sua vocazione missionaria.

La Commissio Constitutionum ha ricordato alcune parole di Raniero Cantalamessa che possono aiutare a spiegare perché i cattolici possono esitare a considerarsi “evangelici”, una categorizzazione che molti tendono ad associare a vari gruppi di protestanti. Scrive che i francescani devono abbracciare tale identità, proprio per l'esempio di san Francesco:

Noi cattolici siamo più preparati, dal nostro passato, a fare più i “pastori” che i “pescatori” di uomini, cioè siamo più preparati a pascere le persone che sono rimaste fedeli alla Chiesa, che non a portare ad essa nuove persone, o a “ripescare” quelle che se ne sono allontanate. La predicazione itinerante scelta per sé da Francesco, responde proprio a questa esigenza. Sarebbe un peccato se l’esistenza ormai di chiese e grandi strutture proprie facessero anche di noi francescani solo dei pastori e non dei pescatori di uomini. I francescani sono “evangelici” per vocazione originaria, i primi veri “evangelici” (PdR2 588). 

Diversi paragrafi successivi del Capitolo XII affrontano il ruolo dei ministri locali (n. 178 e 180) e generali (n. 180) nella promozione dell'attività missionaria dell'Ordine. Qui viene incoraggiata la disponibilità delle varie circoscrizioni ad aiutarsi reciprocamente e rispecchia i cambiamenti demografici all'interno dell'Ordine avvenuti negli ultimi anni, come rilevato sia nel Consiglio plenario tenutosi a Mattli che nelle lettere di vari ministri generali. Viene anche ricordata l'importanza di promuovere le espressioni del carisma francescano nelle Chiese locali (N. 179, 1-2) e di assegnare frati adatti alla formazione dei candidati in varie parti del mondo (N. 179,3-4 ). 

Lo stile dell'evangelizzazione cappuccina come riflesso dei valori dell'itineranza e della minorità è sottolineato soprattutto nel paragrafo 181, ma si riflette anche nell'incoraggiamento a essere rispettosi dei segni della presenza di Dio e dei semi della Parola nelle diverse culture (cfr N. 177,7; 179,4). Lo spirito di minorità può essere particolarmente utile nell'avvicinarsi a persone influenzate da un contesto secolare sostanzialmente antagonista alla fede cristiana. Michael Paul Gallagher ha notato tre possibili risposte alle culture dell'incredulità oggi: rifiuto, acquiescenza e discernimento. In un clima culturale non cristiano, post-cristiano o anti-cristiano, ciò che potrebbe portare a un'efficace evangelizzazione non è né un netto rifiuto né un'ingenua acquiescenza, ma un discernimento, che può consentire di distinguere i valori positivi all'interno di una cultura secolarizzata, che può forse fornire un punto di contatto per un coinvolgimento effettivo con le persone di oggi (cfr Gallagher, 135-144). Questo spirito di itineranza e di minorità è anche al centro dell'inculturazione in contesti di per sé non antireligiosi. È anche un atteggiamento fondamentale per l'opera di dialogo interreligioso ed ecumenico.

L'importanza della formazione è evidenziata in diverse parti del Capitolo XII, sia che si tratti di formazione al carisma francescano sia di formazione ecumenica e interreligiosa e di impegno alla collaborazione e al dialogo (cfr N. 177-179). Data la sua stretta relazione con un'efficace evangelizzazione, il commento di papa Francesco potrebbe servire come un incoraggiamento particolare alla formazione e all'impegno per l'ecumenismo.

Data la gravità della controtestimonianza della divisione tra cristiani, particolarmente in Asia e Africa, la ricerca di percorsi di unità diventa urgente. I missionari in quei continenti menzionano ripetutamente le critiche, le lamentele e le derisioni che ricevono a causa dello scandalo dei cristiani divisi. Se ci concentriamo sulle convinzioni che ci uniscono e ricordiamo il principio della gerarchia delle verità, potremo camminare speditamente verso forme comuni di annuncio, di servizio e di testimonianza. L’immensa moltitudine che non ha accolto l’annuncio di Gesù Cristo non può lasciarci indifferenti. Pertanto, l’impegno per un’unità che faciliti l’accoglienza di Gesù Cristo smette di essere mera diplomazia o un adempimento forzato, per trasformarsi in una via imprescindibile dell’evangelizzazione. I segni di divisione tra cristiani in Paesi che già sono lacerati dalla violenza, aggiungono altra violenza da parte di coloro che dovrebbero essere un attivo fermento di pace. Sono tante e tanto preziose le cose che ci uniscono! E se realmente crediamo nella libera e generosa azione dello Spirito, quante cose possiamo imparare gli uni dagli altri! (EG 246).

Articolo II: La nostra vita di fede N. 182-184

Secondo lo Schema delle nostre costituzioni per il Capitolo Generale LXXXIV, per la revisione di questo secondo articolo del Capitolo XII sono state proposte pochissime modifiche (cfr PdR2 608-611). I tre paragrafi numerati di questo articolo sono stati intitolati come segue:

N. 182 – Il dono della fede;

N. 183 – “Sempre sudditi della Chiesa”;

N. 184 – Fedeltà alla nostra vocazione (Polliani 357, con commenti su 374-375)

La fede si presenta come un dono ricevuto tramite la Chiesa che deve essere custodito e approfondito per tutta la vita, informando e guidando tutta la nostra attività (cfr N. 182, 1-2). Si può progredire in questa fede ecclesiale attraverso la preghiera assidua e attraverso la condivisione della fede con gli altri (N. 182, 2-3). Questo paragrafo può così dirsi per indicare il legame tra l'Articolo II su “La nostra vita di fede” e l'Articolo I su “Il nostro impegno di evangelizzare” (N. 182,3). In quanto tale, allude a due temi importanti nella Redemptoris missio di Giovanni Paolo II, cioè che “La fede si rafforza donandola!” (RMi 2) e che “La missione è un problema di fede, è l'indice esatto della nostra fede in Cristo e nel suo amore per noi” (RMi 11). I cappuccini possono rallegrarsi che questo stretto legame tra evangelizzazione e fede, che si vede nel capitolo finale delle nostre Costituzioni, trovi una conferma nel XII Sinodo dei Vescovi che ha riguardato la “nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede” (cfr Martinelli, 2012 passim).

 Il paragrafo 183, come nelle precedenti versioni delle nostre Costituzioni, incoraggiava la fedeltà all'insegnamento del Santo Padre e dei Vescovi e, come tale, può essere visto come l'espressione del messaggio fondamentale delle sentenze finali della Regola bollata. L'ultimo comma dell'articolo II (n. 184) invita i frati a vivere fedelmente la loro vocazione attraverso un rinnovamento continuo, fiduciosi che la grazia di Cristo li aiuterà nei momenti di debolezza a superare ogni ostacolo.

 Lo Schema preparato per i delegati dell'84° Capitolo Generale elenca gli ultimi cinque paragrafi delle Costituzioni come una “Conclusione” (PdR2, 619), che comprende due parti distinte. I Numeri 185-187 “parlano della interpretazione e della osservanza della Regola secondo le nostre costituzioni. Sono presenti anche nelle nostre antiche Costituzioni del 1536 e del 1925. Questi ultimi numeri non parlano né della diffusione della fede o dell'annuncio del Vangelo né della vita di fede dei frati, ma delle Leggi dell'Ordine: Regola e costituzioni. Essi quindi non si possono considerare parte del capitolo dodicesimo» (Polliani, 375). Sottolineano l'autorità della Santa Sede nell'interpretazione della Regola e delle Costituzioni e descrivono il ruolo dei Capitoli Generali e dei Capitoli Provinciali e delle Conferenze dei Superiori Maggiori nel proporre adattamenti alla luce delle circostanze del tempo e del luogo, sempre quando necessario con l’approvazione della Santa Sede.

Il paragrafo 188 invita i frati ad osservare la Regola e le Costituzioni con amore impegnato e fervente e ricorda la benedizione di san Francesco sui frati che lo fanno, mentre il paragrafo 189 è un inno a Cristo come via, verità e vita (cfr Polliani 376-377). Questi paragrafi affondano le loro radici nei primi giorni dell'Ordine, già nelle Costituzioni del 1536.

 III. Considerazioni per la riflessione e l'implementazione 

 Forse un buon modo per iniziare questa breve sezione sarebbe quello di ricordare l'intervento del nostro allora Ministro generale Mauro Jöhri durante il Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione per la Trasmissione della Fede:

Noi religiosi contribuiremo alla nuova evangelizzazione nella misura in cui sapremo rinnovarci a contatto con il carisma dei nostri fondatori e in attento ascolto delle complesse situazioni del nostro tempo. Ci viene richiesta una fedeltà creativa come in fondo la seppe vivere in modo esemplare – faccio l’esempio che più mi è vicino – San Francesco d’Assisi. Il suo primo biografo, Tommaso da Celano, volendolo caratterizzare in modo icastico, lo definì “uomo veramente nuovo”! … Sento di dire che Egli fu uomo veramente nuovo perché seppe riproporre in modo forte e convincente Gesù Cristo e il suo Vangelo. … Francesco scoprì Cristo, vero Dio e vero uomo, come si scopre il Tesoro nascosto nel campo. Una volta scoperto il Tesoro che è Cristo, Egli motivò e accompagnò tutte le scelte della vita di Francesco. … Noi religiosi ci rinnoveremo e potremo diventare protagonisti nel campo della nuova evangelizzazione con tutte le forze vive della Chiesa, se, come Francesco, ci accosteremo a Cristo per lasciarci trasformare dalla sua presenza d’amore. Molto dipenderà dal posto che daremo, sia comunitariamente che individualmente, all’ascolto della Parola di Dio, all’amore fraterno spinto fino a lavarci reciprocamente i piedi. … Noi religiosi siamo chiamati decisamente a mettere Cristo al centro della nostra vita; e questo comporta di avere il coraggio di testimoniarlo apertamente. Non dobbiamo avere paura di dire che è per Lui e per Lui solo che abbiamo scelto di abbracciare la vita religiosa e di vivere in reciproca dipendenza in fraternità (Jöhri, 363-365; approfondimenti simili ma più ampi su come i religiosi possano contribuire alla nuova evangelizzazione possono essere visti in Martinelli 2013, passim). 

Francesco sapeva ovviamente che l'annuncio del Vangelo, in qualsiasi parte del mondo, avrebbe richiesto coraggio e pazienza. Per questo consigliava ai suoi frati:

Non abbiate paura di essere ritenuti insignificanti o squilibrati, ma annunciate con coraggio e semplicità la penitenza. Abbiate fiducia nel Signore, che ha vinto il mondo! Egli parla con il suo Spirito in voi e per mezzo di voi, ammonendo uomini e donne a convertirsi a Lui e ad osservare i suoi precetti. Incontrerete alcuni fedeli, mansueti e benevoli, che riceveranno con gioia voi e le vostre parole. Molti di più saranno però gli increduli, orgogliosi, bestemmiatori, che vi ingiurieranno e resisteranno a voi e al vostro annunzio. Proponetevi, in conseguenza, di sopportare ogni cosa con pazienza e umilità. (Leggenda dei tre compagni X, 36 = FF 1440).

Mentre riflettiamo sul materiale che appare ora nella revisione del capitolo XII delle nostre Costituzioni, forse alcune domande potrebbero stimolare le nostre considerazioni.

Mi considero un evangelizzatore? Noi frati cappuccini abbiamo emesso i voti di professione per seguire la Regola bollata del 1223, che si apre con le parole: “La regola e vita dei frati minori è questa, cioè osservare il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo, vivendo in obbedienza, nulla di proprio e in castità”. Se è vero che “il santo Vangelo del Signore Gesù Cristo” ha a cuore il mandato di annunciare il Vangelo a tutte le genti, come afferma ciascuno dei quattro vangeli, allora se non si annuncia il Vangelo, non lo si osserva . Pertanto, spetta a ciascuno di noi frati cappuccini chiedersi “come si esprime nella mia vita la dimensione missionaria della mia vocazione? Come annuncio il Vangelo”? Questa mi sembra essere la sfida più significativa che la nostra ultima revisione ci pone di fronte. Abbracciando la più ampia comprensione dell'evangelizzazione nei termini delle tre situazioni della missione ad gentes, della pastorale e della nuova evangelizzazione, e riconoscendo che in ciascuno di questi contesti sono possibili molteplici forme di testimonianza, il Capitolo XII invita tutti i frati ad approfondire la loro riflessione su questa dimensione della loro vocazione. Come posso partecipare nel modo più efficace agli sforzi di evangelizzazione che si stanno portando avanti nella mia Chiesa locale?

Credi che ci sia uno spirito autenticamente missionario tra i fratelli della tua circoscrizione? Sentiamo davvero tutti nella vita quotidiana delle nostre fraternità che “siamo in missione”? Nella vostra fraternità sono incoraggiate le vocazioni missionarie e la disponibilità alla missione? C'è interazione tra fratelli inviati in culture diverse per annunciare il Vangelo e la fraternità da cui provengono? Quali sono le difficoltà che bloccano lo sviluppo delle vocazioni missionarie tra noi? Quali iniziative intraprendere nella vostra circoscrizione per favorire lo spirito missionario e la disponibilità a rendersi disponibili ad essere inviati ad annunciare Cristo dove ancora non è ancora conosciuto?

Come trova spazio la formazione per l'evangelizzazione nel modo in cui mettiamo in pratica la nostra Ratio formationis? La nostra formazione iniziale, speciale e permanente aiuta i frati a impegnarsi nell'evangelizzazione per tutta la vita? Tale aiuto comprenderebbe la formazione alla situazione contemporanea della Chiesa nei suoi vari contesti, la capacità di comprendere le culture e i cambiamenti che stanno avvenendo con ritmo sempre più rapido. Data la relazione essenziale tra l'unità di tutti i cristiani e l'annuncio effettivo di Gesù Cristo, secondo la preghiera stessa di Gesù «perché tutti siano una cosa sola, perché il mondo creda» (Gv 17,21), è formazione e impegno ecumenico promosso all'interno delle nostre giurisdizioni? Nella nostra crescente consapevolezza del pluralismo interreligioso nel mondo di oggi, stiamo prestando attenzione a quel delicato equilibrio tra l'apertura alla bontà delle altre religioni, pur mantenendo la nostra fede in Cristo come unico Salvatore di tutti gli esseri umani e discernendo non solo come collaborare con quelli di altre fedi, ma anche come condividere la nostra fede cristiana quando le circostanze lo consentono?

Conclusione

Nella sua programmatica “Lettera all'Ordine all'inizio del nuovo sessennio Ringraziamo il Signore!” del 14 aprile 2019, il ministro generale Roberto Genuin ha sottolineato che l'opera di evangelizzazione dovrebbe avere un'importanza speciale per tutti i cappuccini, riferendosi per tre volte al capitolo XII delle nuove Costituzioni. Ricordando i lodevoli missionari del passato e del presente, ha commentato:

… nell'intimo siamo come presi da un certo qual senso di invidia, e restiamo ammirati per come i nostri missionari sono stati capaci di donarsi, di operare e di essere testimoni del Vangelo, letteralmente sacrificando, in numerosi casi, anche la propria vita. Ma perché non ricordare che quella stessa vocazione, che li ha spinti ad essere realmente riusciti operai del Vangelo, è anche la nostra stessa vocazione? Allora, se la abbracciamo compiutamente, il Signore permetterà anche a noi, oggi, e in tutti I tempi, di fare come loro, di fare altrettanto, e anche meglio! (Genuin, nn 25-26).

Un aspetto che ha sottolineato come di particolare importanza è la collaborazione tra le varie circoscrizioni dell'Ordine, che si è rivelata per molti versi una vera benedizione, anche se alcuni problemi devono ancora essere affrontati. Il Ministro generale sottolinea la necessità di rafforzare l'impegno missionario all'interno dell'intero Ordine:

 Bisognerà che cresca in tutte le Circoscrizioni l’impegno per valorizzare ancora di più la dimensione missionaria, aprendo il cuore e mettendo a disposizione i fratelli, perché vadano ad annunciare il Vangelo fuori del proprio territorio. Tale disponibilità è un segno importante della crescita e della maturità di ogni Circoscrizione, sia dei superiori che dei frati (Genuin, 41).

Propone quindi di tenere un consiglio plenario nel prossimo futuro per facilitare tale reimpegno:

Visto il percorso di maturazione che siamo chiamati a sviluppare nei prossimi anni, e considerando che può essere una risposta proprio in linea con gli accorati appelli del santo Padre, volti a far sì che la Chiesa si disponga ad una dimensione di ‘uscita’ al servizio del Popolo di Dio [cf. EG 20-24], riteniamo possa davvero aiutare tutto l’Ordine tornare a riflettere sulla dimensione missionaria della nostra vita. Contiamo perciò di poter celebrare, verso la metà del sessennio, un nuovo CPO centrato sul tema della missione. Attraverso l’approfondimento di questo argomento, che confidiamo ci aiuterà ad orientare con maggiore sicurezza i passi che l’Ordine va facendo, saremo decisamente stimolati a riprendere con forza in considerazione la nostra vita di fede e di preghiera, la nostra vocazione al dono di sé e il carisma della fraternità (Genuin, 54).

Si può sperare che queste intuizioni e proposte all'inizio di un nuovo sessennio della vita del nostro Ordine portino molto frutto.

In conclusione, credo che si possa dire che la revisione del capitolo XII è riuscita ad introdurre nelle nostre Costituzioni quelli che possono essere considerati alcuni degli sviluppi più significativi del recente insegnamento della Chiesa riguardo al suo impegno missionario per l'evangelizzazione. Può essere visto come un programma cappuccino contemporaneo, alla luce dei recenti sviluppi nella società, nella Chiesa e nell'ordine, per vivere il messaggio di Gesù nel Discorso della Montagna: «Voi siete il sale della terra... Voi siete la luce del mondo…. Risplenda così la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5, 13-16).

Ultima modifica il Venerdì, 26 Agosto 2022 10:18