Ordo Fratrum Minorum Capuccinorum

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updated 4:07 PM UTC, Sep 26, 2022

Tommaso e Leonardo da Baabdath, sacerdoti cappuccini

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Prot. N. 00233/22

A tutti i frati dell’Ordine
Loro Sedi

Tommaso e Leonardo da Baabdath, sacerdoti cappuccini

Missionari e Martiri

Carissimi Confratelli,

Il Signore vi dia la Sua pace!

1. “La santità è il volto più bello della Chiesa” (Papa Francesco, Gaudete et Exsultate, 9). In mezzo alla situazione oscura che il nostro mondo sta attraversando da più di due anni, e di fronte a un futuro incerto, il Signore ci offre generosamente due nuovi Beati: Tommaso e Leonardo da Baabdath. Provengono da una terra biblica – certo – ma anche da una regione del mondo che ha conosciuto solo guerre e persecuzioni. Il Libano, questo piccolo Paese che ha già donato all’Ordine il Beato Abouna Yaaqoub (Giacomo da Ghazir), apostolo della croce, avrà la gioia di celebrare la beatificazione di altri due cappuccini, missionari e martiri, questo 4 giugno 2022, a Beirut. Chi sono questi due nuovi Beati Libanesi, venuti ad incoraggiarci in questa crisi che il loro Paese, il nostro Ordine e il mondo intero stanno attraversando?

Profilo biografico

2. Géries (Giorgio) Saleh, il futuro Fra Tommaso, nacque il 3 maggio 1879 a Baabdath, un villaggio sulla montagna libanese. Era il quinto di una famiglia maronita di sei figli. Il 17 novembre 1881, nello stesso villaggio nacque Youssef (Giuseppe) Oueiss, cognome poi cambiato in Melki. Era il settimo di una famiglia maronita di undici figli. Entrambi furono battezzati e crebbero a Baabdath, quando una serie di eventi divise il villaggio. Gran parte delle famiglie del paese, sentendosi trattata ingiustamente, si rivolse alle autorità civili, poi a quelle ecclesiastiche, ma invano. Il gruppo si unì poi ai protestanti per alcuni mesi, prima di essere accolto nella Chiesa latina, a seguito dell’intervento della Santa Sede. I cappuccini vennero da Beirut per accoglierli, ma soprattutto per allentare le tensioni. Tra queste famiglie c’erano quelle di Géries e Youssef. Pochi mesi dopo, questi giovani adolescenti ricevettero il sacramento della Cresima nella Chiesa latina il 19 novembre 1893.

3. Insieme ad altri compagni di Baabdath, i due giovani furono colpiti dall’esempio dei cappuccini, che allora erano italiani, e scelsero di diventare missionari come loro. Furono preparati e inviati al seminario minore di Santo Stefano, a Istanbul, che apparteneva all’Istituto Apostolico d’Oriente. Questo istituto era stato creato per la formazione dei missionari, destinati ad essere inviati in Oriente. Mentre il beato Abouna Yaaqoub stava completando il noviziato a Ghazir, in Libano, con i cappuccini della provincia di Lione, questi cinque ragazzi lasciarono tutto e si imbarcarono senza paura per Istanbul, che raggiunsero il 28 aprile 1895. In diverse regioni della Turchia, compresa Istanbul, le persecuzioni contro i cristiani e soprattutto contro gli armeni erano già iniziate nel dicembre 1894.

4. Durante i quattro anni di studi scolastici, essi furono accolti nel Terz’Ordine Francescano, come era tradizione in questo seminario. Poi, il 2 luglio 1899, entrarono in noviziato: Géries ricevette il nome di Fra Tommaso d’Aquino e Youssef quello di Fra Leonardo da Porto Maurizio. Dopo la loro professione semplice, studiarono filosofia e teologia per sei anni a Bugià, vicino a Smirne, che faceva parte dello stesso istituto. Furono ordinati sacerdoti il 4 dicembre 1904, quando il loro convento si preparava a celebrare con grande solennità il giubileo d’oro della proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione! Superarono l’esame per diventare missionari il 23 aprile 1906 e furono assegnati alla Missione della Mesopotamia, che era stata affidata allora alla provincia di Lione. Essi poterono visitare Baabdath, il loro villaggio natale, prima di recarsi a Mardin, in Mesopotamia.

5. Padre Tommaso svolse qui un’attività apologetica nei confronti dei protestanti e dei siro-ortodossi – secondo l’ecclesiologia del tempo –, oltre alla catechesi, all’insegnamento scolastico, alla predicazione e alle confessioni. P. Leonardo, intanto, dirigeva la scuola, animava il Terz’Ordine Francescano e predicava la Parola di Dio, con zelo e costanza. I due nuovi missionari fecero un gran bene con i bambini e i giovani. Nonostante certe critiche, erano molto creativi nel loro ministero: teatro, poesie, giochi biblici, ecc.

6. Per la prima volta, dopo tredici anni, nell’ottobre del 1908, Padre Tommaso fu separato dal suo compagno, Padre Leonardo. Da quel momento in poi i loro percorsi sarebbero stati indipendenti l’uno dall’altro. P. Tommaso fu allora trasferito a Kharput, in Armenia Minore, poi a Diarbekir, in Mesopotamia, due anni dopo. Continuò tenacemente la difesa della fede, l’insegnamento, la catechesi, la direzione della scuola, l’animazione del Terz’Ordine. Fu in Libano, una seconda e ultima volta, quando scoppiò la Prima guerra mondiale. In seguito, in un’ultima lettera alla sua famiglia, scrisse: “La paura riguarda tutti, voi e me. Ma a che serve preoccuparci dal momento che neppure un capello cade dalla nostra testa senza che la volontà divina lo voglia?” Poi rinnovava la sua fiducia in Dio: “La mia vita viene da Dio. Può prenderla quando vuole”.

7. Padre Leonardo, che era a Mardin, vide la sua salute peggiorare nel giro di quattro anni. Fu allora costretto a riposarsi a Mamuret-ul-Aziz, in Armenia Minore, nel 1910, poi, un anno più tardi, a Baabdath, per l’ultima volta, prima di essere assegnato a Orfa. All’inizio della Prima guerra mondiale è di nuovo a Mardin con un missionario italiano, il Padre Daniele, ottantenne. Il 5 dicembre 1914 dei soldati irruppero nella chiesa dei Cappuccini, ma Padre Leonardo ebbe il tempo di nascondere il Santissimo Sacramento presso un vicino armeno. Poi, volendo accompagnare delle suore francescane in una città più sicura, decise invece di rimanere a Mardin, unicamente per carità verso Padre Daniele, che non poteva pensare di partire. Era pronto ad ogni evenienza.

8. Il 3 giugno 1915 iniziarono gli arresti in massa dei cristiani: tra loro c’erano l’arcivescovo armeno cattolico, il beato Ignazio Maloyan, e i suoi sacerdoti. Poi, il 5 giugno, toccava a Padre Leonardo, che fu selvaggiamente torturato, rifiutando ripetutamente l’offerta di salvarsi la vita se si fosse convertito all’Islam. Durante questi giorni di prigionia, il carcere era diventato una cattedrale con preghiere, confessioni e messa. Il 10 giugno 1915 P. Leonardo fu portato via con 416 compagni, in un primo convoglio, verso Diarbekir. Egli ebbe l’onore di aprire il corteo. Durante questo viaggio, il vescovo ottenne dal commissario di polizia il permesso di fermarsi per un’ultima preghiera: consacrò il pane e fece distribuire la comunione. Dopo aver rifiutato ancora una volta di convertirsi all’Islam, furono tutti massacrati e i loro corpi furono gettati in pozzi e caverne.

9. Nel frattempo, P. Tommaso, insieme ad un confratello, fu espulso da Diarbekir il 22 dicembre 1914 e trovò rifugio ad Orfa. Dopo Pasqua incominciò a manifestarsi un piano per sterminare i cristiani di Orfa: furono massacrati soldati, notabili e sacerdoti di tutte le confessioni cristiane. Così un prete cattolico armeno che cercava un rifugio non fu accolto che dai cappuccini. Il guardiano e padre Tommaso mostrarono una carità eroica nel dargli rifugio. Il 24 settembre 1916 il sacerdote armeno fu arrestato e il convento perquisito: tra gli oggetti rinvenuti c’era una piccola pistola, rinvenuta – così si pretendeva – nella stanza di Padre Tommaso. Quest’arma servirà come prova davanti alle corti marziali, per la sua condanna a morte. In questo periodo chiedeva ogni giorno a Gesù-Ostia di togliere le sofferenze del sacerdote armeno, e di donarle a lui.

10. Tre mesi dopo fu arrestato con i suoi compagni e mandato, sotto la pioggia in pieno inverno, a comparire a Marasc. Fu brutalizzato, maltrattato, lasciato senza cibo e gettato in carceri infette, tanto che, esausto e privo di forze, contrasse il tifo. Arrivati a Marasc, ai suoi compagni non fu permesso di fargli venire un medico se non dopo tre giorni dalla richiesta – troppo tardi, ahimè! – grazie all’intervento di un francescano olandese che gli aveva amministrato gli ultimi sacramenti. Morì il 18 gennaio 1917, consolando i fratelli che piangevano per lui: “Non ho paura della morte. Perché dovrei aver paura? Non è il nostro Padre misericordioso che ci deve giudicare? Perché soffriamo adesso, se non per il suo amore”.

Un messaggio molto attuale

11. Nel fare nuove proposte per poter rispondere alle sfide che il nostro Ordine deve affrontare, abbiamo talvolta l’impressione di inventare nuove forme. Spesso è il coraggio che manca quando vediamo la riluttanza a prendere altre strade. La vita dei beati Tommaso e Leonardo mi ricorda in particolare tre temi attuali nel nostro Ordine cappuccino: formazione, missione e fiducia assoluta in Dio.

12. La diminuzione del numero dei frati ci ha spinto, in molte parti del mondo, a pensare alla collaborazione nella formazione e talvolta ad un unico noviziato. Di fronte alla stessa crisi vocazionale alla fine del XIX secolo, il nostro Ordine fondò l’Istituto Apostolico d’Oriente, che aveva il suo Regolamento, la sua lingua, i suoi formatori, il suo programma di formazione, ecc. I candidati provenivano da diversi paesi (Germania, Armenia, Bulgaria, Grecia, Italia, Libano, Turchia, ecc.) ed erano destinati ad andare dove c’era bisogno. Basta rileggere i rapporti annuali nelle pagine della nostra Analecta per rendersene conto. Quale fu il risultato? Non solo ha dato molti fratelli all’Ordine, ma anche frutti di santità: i beati Tommaso e Leonardo e il loro compagno, il Servo di Dio mons. Cirillo Zohrabian. Erano tutti orgogliosi e felici di appartenere a questo istituto.

13. Nella mia lettera all’Ordine all’inizio del nuovo sessennio (Ringraziamo il Signore!), ho invitato “tutto l’Ordine a incominciare a riflettere sulla dimensione missionaria della nostra vita” (n. 54). Il Signore ci dona quest’anno due beati che non furono solo martiri, ma anche due giovani missionari. Tra le condizioni per l’ammissione dei giovani all’Istituto Apostolico d’Oriente, oltre ai segni della vocazione religiosa, c’era anche il desiderio di essere missionari. Fin dal primo momento, si metteva davanti ai ragazzi la finalità missionaria dell’Istituto. Prima di essere accolti in noviziato, dovevano dichiarare la loro volontà di consacrarsi alle missioni estere. Poi, il giorno prima della professione temporanea e della professione perpetua, firmavano un documento in cui si impegnavano a dedicarsi alle missioni senza alcuna pretesa di tornare nel loro paese. Lasciavano tutto, questi giovani, con coraggio, senza voltarsi indietro: famiglie, amici, ambiente culturale, paese, lingua... Abbandonavano tutto, e si consacravano, con tutto il cuore e con generosità, alla missione, senza imporre niente e senza alcuna pretesa. Tutto questo è stato loro chiaro fin dall’inizio del loro cammino di discernimento e di formazione. “Sono molto impegnato, ma anche molto felice”, scriveva Leonardo al suo ministro generale all’inizio della sua vita missionaria. Il giorno dopo Tommaso scrive: “La Divina Misericordia ha voluto donarci la Missione della Mesopotamia per la nostra felicità”. È la gioia che traspare in tutte le loro lettere: la gioia di essere missionari nonostante tutte le difficoltà e le persecuzioni. I beati Tommaso e Leonardo ci spingono a ripensare, sin dal primo contatto, come presentare la vocazione cappuccina ai nostri giovani candidati.

14. Il contesto in cui vissero i beati Tommaso e Leonardo non fu migliore del nostro: il genocidio dei cristiani in Libano (1860), in Turchia (1894-1896; 1909; 1915-1916), la guerra italo-turca per la Libia (1911- 1912), le guerre balcaniche (1912-1913) e infine la Prima guerra mondiale. In questo contesto molto difficile Tommaso scriveva al ministro generale: “Dobbiamo solo metterci nelle mani del Dio misericordioso”; “Non sappiamo cosa ci viene preparato e cosa ha in serbo per noi la Divina Provvidenza. Sia fatta la Sua santa volontà”; “Abbiamo fede in Colui che ha detto: abbiate fiducia, io ho vinto il mondo”. L’atteggiamento di Leonardo era lo stesso: “Dio faccia finire al più presto questa guerra, causa di molti mali”; “Siamo interamente nelle mani di Dio. Sia fatta la Sua santa volontà”. Il loro esempio ci stimola alla fiducia assoluta in Dio nella difficile situazione che sta attraversando il nostro mondo e di fronte alla diminuzione numerica del nostro Ordine in alcune regioni del mondo. La fiducia in Dio è la misura della nostra fede in Lui. Di fronte a tutte le difficoltà e guerre, ripetiamo con P. Tommaso: “Ho piena fiducia, il buon Dio non ci abbandonerà”.

15. Miei cari fratelli, i due beati Tommaso e Leonardo, morti in odium fidei (in odio alla fede), durante il peggior genocidio del XX secolo, sono un mirabile esempio di carità e di abnegazione fraterna. In mezzo a questa persecuzione, che fece due milioni di vittime, il primo si sacrificò per un prete armeno, il secondo, per un confratello. I beati Tommaso e Leonardo ottengano per tutti i fratelli dell’Ordine lo zelo missionario che li animava e l’eroica carità che li spingeva al totale dono di se stessi. Pur continuando a pregare per l’Ucraina, il mio pensiero va soprattutto ai miei fratelli della Custodia generale del Medio Oriente, che è presente in due Paesi, Libano e Siria, provati dalle guerre e dalle crisi economiche, politiche e sociali. L’esempio dei beati Tommaso e Leonardo, unito a quello di Abouna Yaaqoub, li aiuti a porsi interamente nelle mani del Signore, e voglia “Dio porre fine a questo stato di cose”, come scrisse P. Leonardo.

Fraternamente,

Fr. Roberto Genuin, OFMCap.
Ministro Generale      

Roma, 24 aprile 2022

Domenica della Misericordia
Festa di san Fedele da Sigmaringen
Protomartire di Propaganda Fide

Ultima modifica il Domenica, 24 Aprile 2022 21:55