Ordo Fratrum Minorum Capuccinorum

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updated 10:09 AM CEST, Oct 21, 2020

Fr. Carlo Calloni OFMCap

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Santi e Santità nelle attuali Costituzioni

di fr. Carlo Calloni OFMCap

Introduzione

Il 4 ottobre 2013 la Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, approvava il testo delle Costituzioni frutto dall’84° Capitolo generale dell’Ordine (agosto/settembre 2012). Il Ministro generale con decreto dell’8 dicembre 2013 promulgava l’editio tipica in lingua italiana. La quasi impercettibile nota nel decreto di prolungazione indicava che la loro entrata in vigore alla data stabilita era seguente all’ “avvenuta la pubblicazione sul sito ufficiale dell’Ordine”. Novità senza precedenti che evidenzia l’uso dei nuovi mezzi di comunicazione per “pubblicare” un testo fondamentale quali sono le Costituzioni e indicazione di come le nuove forme di comunicazione siano entrare a far parte della vita dell’Ordine. Un piccolo segnale? Certamente sì! Ma ciò manifesta e dice, senza ombra di dubbio, come l’Ordine si muova all’interno del mondo contemporaneo o, in altre parole, come non sia possibile restare “fuori” dalla storia per essere protagonisti della Storia.

Che l’Ordine cammini nella storia lo ha recentemente ricordato anche il Ministro generale, fr. Mauro Jöhri, nella Lettera a tutto l’Ordine del 4 ottobre 2014, Identità e appartenenza cappuccina. Scrive il Ministro generale: “se con un pizzico di fierezza possiamo affermare che abbiamo un DNA piuttosto forte, d’altro canto è anche vero che negli ultimi anni immediatamente seguenti al Concilio Vaticano II fino ad oggi abbiamo assistito a numerosi e rapidi cambiamenti nel nostro Ordine e alcuni aspetti che caratterizzavano la sua unicità sono profondamente mutati, altri sono addirittura scomparsi” [1].

Stare nel mondo, nella storia, non è sufficiente se non c’è la tensione a cogliere i bisogni e le necessità reali e attuali dell’uomo concreto che cerchi o non cerchi Dio. La tradizione cappuccina racconta e testimonia questa tensione/risposta con un elenco infinito di persone e di fatti, dall’assistenza agli appestati, ai soldati (come cappellani), agli emigranti, ai poveri di ogni condizione, ai carcerati …. Cogliere e rispondere a questi bisogni è segno di grande sapienza come è oltremodo saggio e necessario operare quei cambiamenti per rendere sempre più visibile la nostra identità, per incarnarla nel tempo con gesti e fatti reali non illusori o frutto di un singolo pensiero slegato dalla storia dell’Ordine.

Tale risposta ha necessariamente bisogno di richiami concreti e indicazioni chiare, che non sono mancati e non mancano anche nell’oggi, ciò di cui però non si può fare a meno sono le persone concrete che vivano con intensità e appieno tali indicazioni. L’assenza sia di indicazioni che di persone porta inevitabilmente gli ideali o le affermazioni di principio a rimanere letteratura morta. La conoscenza del passato, glorioso e forte, dell’Ordine, può, se conoscenza meramente accademica, essere conoscenza senza vita, morta. Così come ogni cambiamento o denuncia ripetuta di cambiamento non sarebbe che un vento insolente e alla fine fastidioso, se non avesse uomini che attuano il cambiamento nel solco della vita quotidiana e concreta della fraternità, seguendo le indicazioni delle Costituzioni, della Regola e del Testamento.

L’Ordine, e questo è la sua forza, resta marcato in ogni periodo della sua storia da uomini che hanno dato vita all’ideale o al dono carismatico affidato da Cristo a Francesco d’Assisi, diventando segni e rimandi non solo per il loro presente, ma per il futuro superando il passato per vivere nel tempo di Dio. Sono questi i santi! Patrimonio e ricchezza dell’Ordine, memoria e modello che rivela la possibilità del cambiamento pur nella fedeltà alla Regola di San Francesco e all’osservanza delle Costituzioni approvate dalla Chiesa nella sua Autorità magisteriale.

La via alla santità è pertanto uno di quei “decreti fondamentali” che impegnano concretamente il frate cappuccino di qualsiasi tempo e luogo a lasciare apparire la bellezza di ciò che è proprio del cristiano: l’essere santi! Perché la santità appartiene a Dio e in Cristo è stata data a tutti coloro che nel Battesimo sono incorporati a Lui e vivono di Lui nella Chiesa.

“I santi, ricordava San Giovanni Paolo II, che in ogni epoca della storia hanno fatto risplendere nel mondo un riflesso della luce di Dio, sono i testimoni visibili della santità misteriosa della Chiesa. Per conoscere in profondità la Chiesa è ai santi che dovete guardare”[2]. Per analogia si può affermare che per conoscere in profondità l’Ordine è necessario guardare ai santi e alle sante, ai beati e alle beate[3], che hanno illuminato i quasi cinque secoli di storia e di vita di frati cappuccini, delle monache cappuccine e di coloro che si sono ispirati alla “riforma” cappuccina.

La santità cappuccina è così verificabile attraverso i suoi santi così come la tensione alla santità o meglio l’indicazione alla santità ha da sempre avuto un posto rilevante anche nella legislazione dell’Ordine.

Già a partire dalle Ordinazioni di Albacina, lo statuto che si dettero i primi cappuccini nascosti e ritirati in quasi semi clandestinità, si raccomandò di leggere “la vita delli santi e i loro detti” e di seguire “le dottrine, esempi e costumi dei veri santi, i quali non sono suspetti”[4].

Allo stesso modo questo riferimento ai santi si ritrova con varie applicazioni concrete nelle Costituzioni di S. Eufemia del 1536. I santi insieme agli angeli erano gli “amici spirituali” dei frati e “i sacri exempli de li santi”[5] dovevano essere modello di come praticare le virtù. Erano poi “li santissimi apostoli e altri predicatori, infuocati del divino amore”[6] gli ispiratori dell’anelito per annunciare il Vangelo, di predicare la penitenza. Erano poi “tutti li nostri antiqui sancti” che ispirarono i cappuccini a portare la barba[7] o a dedicarsi ai lavori manuali[8].

Le litanie dei santi precedeva tradizionalmente la meditazione del mattino per chiamare e invocare “tutti li sancti ad orare Dio con noi e per noi”[9]. Era il semplice metodo per rende fruibile il mistero della comunione tra la Chiesa ancora pellegrina e la Chiesa già gloriosa.

Questi brevi elementi rintracciabili nella prima legislazione dell’Ordine, anche se le Costituzioni non sono solo testo legislativo ma anche testo ispirativo, hanno ancora un posto nelle attuali Costituzioni?

Santità

Dall’indice analitico che accompagna il testo delle Costituzioni si ricava che la parola “santità” la si ritrova in sei numeri[10], mentre la parola “santi” in sette numeri[11] Tredici numeri in tutto su un totale di 189 numeri che compongono le attuali Costituzioni!

Di seguito si riporta il testo costituzionale al quale segue un commento.

N. 10, 2: In tanta varietà di carismi, la vita consacrata è un dono insigne che la Chiesa ha ricevuto dal suo Signore; profondamente radicata negli esempi e negli insegnamenti di Cristo, essa esprime l’intima natura della vocazione cristiana e appartiene alla vita della Chiesa, alla sua santità, alla sua missione

Nelle attuali Costituzioni si incontra per la prima volta la parola “santità” al numero 10, 2 messo in relazione alla Chiesa quando si afferma che la vita consacrata appartiene “alla vita della Chiesa, alla sua santità e alla sua missione”.

L’affermazione dice l’appartenenza del consacrato alla vita della Chiesa richiamando il frate cappuccino a considerare la sua appartenenza alla Chiesa, una, santa, cattolica, apostolica, al suo mistero e alla sua missione, ma soprattutto indica la chiamata all’oggettiva situazione di santità che ogni battezzato riceve perché prima di essere un frate (un consacrato) è cristiano. Come scrive San Paolo alla comunità di Roma, “chiamati da Gesù Cristo, santi per vocazione” (Rm 1, 7) o anche ai Corinti “chiamati per essere santi” (1 Cor 1, 2).

Una chiamata alla quale ogni frate cappuccino ha risposto con libertà per essere, come recita la formula della professione, “a servizio di Dio, della Chiesa e dell’umanità”[12]. Una chiamata che da un lato separa e mette da parte qualcuno per il servizio a Dio e al suo Regno e dall’altra è chiamata rivolta a tutti i battezzati. Una vocazione universale secondo la nota espressione di S. Agostino “non chiamati perché santi, ma santi perché chiamati”[13].

È qui che nasce il primo germe della gratuità che il frate cappuccino dovrebbe avere nel suo bagaglio spirituale: Dio ha fatto dono della sua santità alla Chiesa e in Cristo Gesù, espressione concreta della verità della gratuità di Dio, è stata aperta misericordiosamente la “dimora”, la casa della santità dove tutti possono essere ospitati.

La santità è dunque pura grazia, pura gratuità, dove tutti trovano posto e dove tutti sono spinti ad entrare (Cfr. Lc 14, 22). Dove il “tutti” si può riferire ai battezzati e ai non battezzati perché tutti coloro che sono battezzati hanno la vocazione di essere santi e tutti coloro che non lo sono hanno la vocazione a diventare cristiani.

Il Concilio Vaticano II, nella Costituzione sulla Chiesa, parla con chiarezza della chiamata universale alla santità, affermando che nessuno ne è escluso: “Nei vari generi di vita e nelle varie professioni un’unica santità è praticata da tutti coloro che sono mossi dallo Spirito di Dio e … seguono Cristo povero, umile e carico della croce, per meritare di essere partecipi della sua gloria”[14]. “I seguaci di Cristo, chiamati da Dio non secondo le loro opere, ma secondo il disegno della sua grazia e giustificati in Gesù Signore, nel battesimo della fede sono stati fatti veramente figli di Dio e compartecipi della natura divina, e perciò realmente santi. Essi quindi devono, con l’aiuto di Dio, mantenere nella loro vita e perfezionare la santità che hanno ricevuta”[15].

Benedetto XVI nella catechesi del 13 aprile 2011 affermava: “La santità ha dunque la sua radice ultima nella grazia battesimale, nell’essere innestati nel Mistero pasquale di Cristo, con cui ci viene comunicato il suo Spirito, la sua vita di Risorto. San Paolo sottolinea in modo molto forte la trasformazione che opera nell’uomo la grazia battesimale e arriva a coniare una terminologia nuova, forgiata con la preposizione “con”: con-morti, con-sepolti, con-risuscitati, con-vivificati con Cristo; il nostro destino è legato indissolubilmente al suo”[16] nel rispetto della libertà di ognuno.

La chiamata alla santità si è fatta dunque carne, è una voce risuonata sulle labbra del Verbo di Dio, appellando alla libertà di ognuno e di tutti. A conclusione del discorso della montagna, magna carta del cristiano, Gesù pone una chiamata impressionante “siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt 5,48).

Le Costituzioni con questo primo numero pongono altresì le basi per l’annuncio missionario, perché i frati cappuccini offrano al mondo la chiamata gioiosa, senza distinzioni a tutti i popoli, a tutti gli uomini poiché tutti sono chiamati ad essere ospitati nel tempio santo di Dio o ancor più “tutti possono essere il tempio santo di Dio in Cristo Gesù. Tempio dello Spirito Santo” (Cfr. 1 Cor 3,16).

N. 16, 1: Dio nella sua bontà, chiama tutti i cristiani nella Chiesa alla perfezione della carità nei diversi stati di vita, perché con la santità personale si promuova la salvezza del mondo.

Al numero 16,1 delle Costituzioni troviamo, per la seconda volta, il termine santità messo in relazione alla “santità personale”[17].

Se nella gratuità di Dio si trova la sorgente della santità, nella risposta libera e personale dell’uomo si costruisce il tempio santo di Dio in ognuno. O in altre parole si lascia spazio alla grazia di Dio perché ognuno diventi pietra viva dell’edificio che è il Corpo di Cristo, la Chiesa. Se il numero precedente dava le coordinate, il luogo concreto dove era accessibile e fruibile la santità di Dio, la Chiesa, ora è indicato come la santità personale coopera alla promozione della salvezza operata in e da Cristo.

Il numero sottolinea come “nella perfezione alla carità” si opera quell’essere annunciatori e promotori della salvezza nel mondo. La santità dunque diventa un compito, una responsabilità del frate cappuccino. Giustamente tale affermazione è nel contesto ampio del secondo capitolo che tratta non solo della “vocazione alla nostra vita” ma anche della “formazione dei frati” e ciò rimanda ai contenuti della formazione, al come e al che cosa essere formati!

L’indicazione delle Costituzioni è chiara. La formazione è in vista di un compito specifico: formati alla santità pur nell’apertura alle molte manifestazioni e attualizzazioni nei tempi e nei luoghi indicati dalla Provvidenza di Dio.

La formazione, dunque ciò che sta alla base di qualsiasi altra formazione accademica o specialistica, dottrinale o tecnica, deve necessariamente condurre a far sì che il modo di pensare e di agire del frate cappuccino siano il pensare e l’agire con Cristo e di Cristo: Amore gratuito del Padre e Charitas visibile ed accessibile.

La santità personale dunque non è altro che la carità pienamente vissuta con la quale si ama Dio sopra ogni cosa e il prossimo per amore di Lui. Questo è il compito primo al quale essere formati e al quale attingere l’acqua viva. Da qui poi tutto consegue, qualsiasi sia il servizio al quale si è chiamati a compiere. Solo seguendo le orme del Figlio suo diletto saremo trasformati nella sua immagine per la potenza dello Spirito Santo (Cost. n. 16, 3).

Ma la carità può, come il buon seme, crescere e fruttificare? La risposta è certamente “sì”! Le Costituzioni al numero 23,1 affermano che ogni frate deve tendere ad assimilare i sentimenti che sono di Cristo, in altre parole a diventare la Charitas del Padre. Come fare però? La risposta è semplice: lasciarsi muovere dallo Spirito Santo. Con quali mezzi? La risposta è ancora più semplice. Con i mezzi che la tradizione della Chiesa e dell’Ordine ci hanno consegnato e che il frate cappuccino accoglie e al tempo stesso rinnova. Quali dunque sono questi mezzi? Ancora una volta la risposta è semplice: ascolto della parola di Dio, gesti concreti che evidenziano l’adesione alla volontà di Dio, partecipazione frequente ai sacramenti, soprattutto dell’Eucaristia e della Riconciliazione, celebrazione quotidiana della liturgia delle Ore, dono di sé nel servizio ai fratelli, all’Ordine, alla Chiesa, all’umanità, infine esercizio concreto delle virtù.

In conclusione la carità, “compimento delle Legge” (Rm 13,10) dirige tutti i mezzi di santificazione, compito del cristiano, dà loro forma e lo conduce al loro fine ultimo: la vita con Dio.

N. 94, 4: Così, sostenendoci vicendevolmente nel comune cammino verso la santità, faremo delle nostre fraternità una casa e scuola di comunione.

In questo compito, l’essere trasparenza della carità di Dio, non si è soli. Certi della presenza di Cristo come dono e mistero come frati “sostenendosi vicendevolmente nel comune cammino verso la santità faremo delle nostre fraternità una casa e una scuola di comunione” (Cost. 94,4). Espressione quest’ultima mutuata da San Giovanni Paolo II che così scriveva nella Novo Millennium Ineunte: “Fare della Chiesa la casa e la scuola della comunione: ecco la grande sfida che ci sta davanti nel millennio che inizia, se vogliamo essere fedeli al disegno di Dio e rispondere anche alle attese profonde del mondo. Che cosa significa questo in concreto? Anche qui il discorso potrebbe farsi immediatamente operativo, ma sarebbe sbagliato assecondare simile impulso. Prima di programmare iniziative concrete occorre promuovere una spiritualità della comunione, facendola emergere come principio educativo in tutti i luoghi dove si plasma l'uomo e il cristiano, dove si educano i ministri dell'altare, i consacrati, gli operatori pastorali, dove si costruiscono le famiglie e le comunità”[18].

Prima dell’operatività, del dire e decidere che cosa fare, nel solco della grande tradizione della Chiesa e dell’Ordine, le Costituzioni sono e restano un grande dono di spiritualità e di fattiva azione che ha visto tanti nostri fratelli impegnati e devoti a edificare la comunione con Dio per essere comunione con l’uomo di ogni tempo e luogo. Le fraternità cappuccine emergono così a luogo dove si vede e si impara la comunione pur nel loro inevitabile scarto tra l’ideale e la realtà.

La terza indicazione sulla santità iscritta nel testo delle Costituzioni porta così a considerare la santità personale non slegata dalla comunione e dalla vita fraterna. Come ricorda il Ministro generale nella Lettera a tutto l’Ordine del 4 ottobre 2014, “il cambiamento più evidente, avvenuto dopo il Concilio, è il passaggi o da una connotazione fortemente penitenziale della nostra forma di vita a quella dove emerge la priorità della vita fraterna”[19]. La vita fraterna è dunque evidenziata non più come diceva il famoso detto “vita fraterna maxima poenitentia”, ma come elemento prioritario per le relazioni e fattore indispensabile per la comunione.

Innumerevoli sono state le parole spese per proporre ed esaltare la vita fraterna, qui basta considerare quanto dal 1968 ad oggi si è sedimentato e conservato sintetizzandosi nelle attuali Costituzioni. Dall’indice analitico risultano quattro differenti accezioni per la parola fraternità: Fraternità come vita fraterna, Fraternità formativa, Fraternità locale, Fraternità di ritiro e di contemplazione. Possiamo però dire, senza alcun dubbio di essere smentiti, che tutto il testo delle attuali Costituzioni rimanda o indica la fraternità come centro nel quale sviluppare e vivere la vita di comunione.

Scriveva fr. John Corriveau, già Ministro generale dell’Ordine dal 1994 al 2006: “Le nostre fraternità saranno veramente casa e scuola della comunione, “segno eloquente della comunione ecclesiale” (Vita Consecrata, 42), se diverranno autentiche scuole di santità. La ristrutturazione delle Province e il rafforzamento delle fraternità locali, sia dal punto di vista numerico che da quello delle relazioni fraterne, non è sufficiente. Solo la santità di Dio può purificare le nostre relazioni e fare in modo che le fraternità possano riflettere la luce di Cristo...[e] farne risplendere il volto” (Novo Millennio Ineunte, 16). […] Se vogliamo trasformare le nostre fraternità in una scuola della comunione, ci saranno necessarie la determinazione e la concretezza della fede di Francesco”[20].

Alla vita fraterna, come l’ha intesa e comunicata San Francesco d’Assisi e come l’hanno vissuta i frati suoi primi compagni e coloro che a loro sono seguiti fino a giungere ai nostri confratelli cappuccini, non si arriva se non per via della fede avendo come punto di partenza la contemplazione del volto di Cristo. Da Gesù al Padre e dal Padre al fratello, al prossimo, all’uomo. L’itinerario contrario è possibile ma non porta all’amore gratuito, al più può giungere ad un umanesimo che ha il sapore sciapo, senza il sale dell’Amore e soprattutto chiede una ricompensa immediata.

Nel Testamento è chiaro il percorso del Serafico Padre Francesco per arrivare a “il Signore mi donò dei frati”. Infatti, l’inizio sta nell’affermazione: “il Signore concesse a me d’incominciare così a fare penitenza, continuando con … il Signore stesso mi condusse tra i lebbrosi, per proseguire con … il Signore mi dette tanta fede nelle chiese e ... mi dette e mi dà tanta fiducia nei sacerdoti che vivono secondo la forma della santa Chiesa Cattolica, per meravigliarsi con … il Signore attraverso i sacerdoti mi dette di vedere nient’altro se non il santissimo Corpo e Sangue suo”. Solamente dopo tutto questo San Francesco d’Assisi scrive “e dopo che il Signore mi donò dei frati l’Altissimo stesso mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del santo Vangelo” [21].

La vita fraterna sta tutta qui nella tensione/conversione che ha il suo inizio dalla penitenza[22] e non può essere eliminata tout court dalla vita di santità del frate. La penitenza è l’incipit per incontrare e trovare Gesù Cristo e con Lui il Padre e da Lui volgere lo sguardo sui fratelli, sul prossimo, sull’uomo. È qui sta il fondamento della fraternità che nella comunione ha la sua espressione ultima e autentica. Altro è se si vuole parlare di agglomerato sociale o di relazioni psicologiche. La fraternità è espressione della vita in e con Cristo, non di altro. Le norme contenute nella legge costituzionale per la penitenza, sono lo strumento per guidare nella via del bene, per essere in continua conversione e per dare forma alla fraternità.

N. 109, 1: Gesù Cristo, annunciando il vangelo del Regno, chiamò gli uomini alla penitenza, cioè a quel cambiamento di se stessi, per cui cominciano a pensare, a giudicare e a conformare la propria vita a quella santità e carità di Dio, che si sono manifestate nel Figlio.

Il numero 109, 1, quarto nella nostra numerazione, mette in relazione strettissima penitenza e conversione, equiparando la penitenza alla conversione. La conversione dunque sinonimo o termine sostituibile per dire penitenza?

Il testo delle Costituzioni effettivamente dà ai due termini la stessa valenza, in linea con quanto l’esegesi francescana[23] quando al numero 109, 4, si presenta il momento di inizio della vita di “penitenza-conversione” con quel trattino che lega i due termini e che porta inevitabilmente a pensare alla penitenza come conversione. Il numero successivo indica però che San Francesco predicò la penitenza.

Predicò dunque la conversione? Proseguendo la lettura del numero 109, 6 si afferma che “lo spirito di penitenza in una vita austera è caratteristica del nostro Ordine”. Aggiungendo al 109, 7 “impegniamoci continuamente alla conversione nostra e degli altri per essere configurati a Cristo crocifisso e risuscitato”. Per concludere al 109, 8 “con tale impegno, completando in noi ciò che manca ai patimenti di Cristo, partecipiamo alla vita della Chiesa santa e sempre bisognosa di purificazione”. Conversione, penitenza, purificazione, tre termini in successione e certamente con dei legami, ma sostituibili l’uno con l’altro senza soluzione di differenza?

Una chiarificazione sembra venire al 110, 3 quando si afferma “dedichiamoci alle opere di penitenza. Secondo la Regola e le Costituzioni e come Dio ci ispirerà” e al 110, 5 elenca, non dopo aver enunciato al numero precedente che “la nostra stessa vita dedicata a Dio è un ottima forma di penitenza” (Cost. 110, 4), una serie di “offerte” da intendersi come “penitenze” concrete: “la povertà, l’umiltà, i disagi della vita, il lavoro da compiere con fedeltà ogni giorno, la disponibilità al servizio di Dio e del prossimo e l’impegno a coltivare la vita fraterna, il peso della malattia e degli anni ed anche le per il Regno di Dio” (Cost. 110, 5). Per scendere al numero 111, 1-7 ancor più profondità indicando dei gesti concreti di penitenza: il digiuno, la preghiera, le opere di misericordia, la quaresima benedetta, le vigilie, le opere di mortificazione corporale, le astinenze i digiuni secondo le prescrizioni della Chiesa (Cfr. Cost. 111,1-7).

Dunque la conversione esige un concreto di penitenza, esige delle opere concrete di penitenza, dei gesti che la rendano reale e non la mistificano tanto da eluderla completamente dal programma di vita. Forse tali opere potranno essere meno accentuate e rudi, meno sanguinolente e irritanti per la nostra sensibilità, ma ugualmente necessarie per la vita del frate cappuccino. Senza la penitenza la conversione rimane una meta idilliaca e una evanescente categoria!

Le considerazioni sulla fraternità come espressione della santità e carità di Dio conducono ad affermare che la fraternità nasce da un gesto di penitenza, di chi si pone in quell’atteggiamento che sa di ricevere tutto dalla grazia di Dio. Disposto a ricevere da Dio la fraternità, che non è nostra o a nostra misura e neppure è costruita su regole o dosaggi psicologici, ma è ricevuta per grazia. Il Signore mi dette dei frati e io non sapevo che cosa fare … allora mi sono affidato alla Chiesa[24]. Se la consegna della vita è fatta su un contratto, su una convenzione, sul do ut des, non va da nessuna parte. Solo se affidata dalla Chiesa alla singolare e personale responsabilità allora ha possibilità di successo.

N. 114, 5: Stimiamo grandemente anche l’esame di coscienza quotidiano e l’accompagnamento spirituale, per poter rispondere alle mozioni dello Spirito con generosità e orientarci decisamente verso la santità.

Per rispondere con responsabilità personale e singolare cosa dunque è richiesto? Il n. 114, 5, quinto del nostro elenco, afferma e invita a far proprio “l’esame di coscienza quotidiano e l’accompagnamento spirituale”.

Parole che indicano chiaramente le due necessità vitali per la conversione e quindi per vivere il dono della fraternità: esaminare la propria coscienza e a monte formare ed educare la propria coscienza al Vangelo e al Magistero, affidandosi allo sguardo di chi sta fuori di te, il Direttore spirituale che sa guardare e non ha il timore di richiamare o, al positivo, di confermarti nel cammino.

L’appello “orientaci decisamente verso la santità” ha la necessità di qualcuno che aiuti nel cammino spirituale e fraterno. Chi volesse fare da sé non andrebbe da nessuna parte rischiando di distrugge l’immagine di Dio che porta in sé. È forse l’unico caso che contraddice il noto proverbio “chi fa da sé fa per tre”. Qui chi fa da sé distrugge se stesso e perde la strada.

Con la consueta chiarezza e sintesi papa Benedetto XVI scrive: “L’esame di coscienza ha un importante valore pedagogico: esso educa a guardare con sincerità alla propria esistenza, a confrontarla con la verità del Vangelo e a valutarla con parametri non soltanto umani, ma mutuati dalla divina Rivelazione. Il confronto con i Comandamenti, con le Beatitudini e, soprattutto, con il Precetto dell’amore, costituisce la prima grande “scuola penitenziale”[25].

Insieme alla libertà di colui che ricerca nella sua coscienza quando non è con e per il Vangelo e il Regno di Dio è necessario anche la presenza di persone concrete che ascoltino e aiutino a fare la strada. Inoltre mai potrà mancare chi investito del ministero sacerdotale offra il perdono di Dio.

Proseguendo la sua riflessione papa Benedetto XVI aggiungeva: “la fedele e generosa disponibilità dei sacerdoti all’ascolto delle confessioni, sull’esempio dei grandi Santi della storia, da san Giovanni Maria Vianney a san Giovanni Bosco, da san Josemaría Escrivá a san Pio da Pietrelcina, da san Giuseppe Cafasso a san Leopoldo Mandić, indica a tutti noi come il confessionale possa essere un reale "luogo" di santificazione

Il confessionale luogo di santificazione così come la confessione del proprio peccato è luogo per ristabilire l’unione con Cristo e la riconciliazione con la Chiesa. Nel concreto ristabilire l’unità con la fraternità nella quale si è chiamati a vivere.

N. 161, 1: I ministri e i guardiani affinché le nostre fraternità siano luogo in cui si cerchi Dio e lo sia ami in ogni cosa e sopra ogni cosa; coltivando essi stessi per primi la vita spirituale, sostengano il cammino dei fratelli verso la santità; garantiscano ai frati e alle fraternità il tempo e la qualità della preghiera, vegliando sulla fedeltà quotidiana ad essa.

I Ministri e i Guardiani, giungiamo così all’ultimo numero della Costituzioni che parlano della santità, sono richiamati a far sì che le fraternità siano luoghi dove si cerchi e si ami Dio “sopra ogni cosa e in ogni cosa” e siano essi stessi i primi a coltivare la vita spirituale garantendo ai frati e alle fraternità il tempo e la qualità della preghiera, vegliando sulla fedeltà quotidiana.

La santità dei frati sta dunque anche alla responsabilità di chi è chiamato ad essere Ministro e Guardiano, responsabile in ultima analisi della sanità spirituale di ognuno dei frati e di tutta la fraternità.

Responsabilità legata all’obbedienza di essere stati chiamati a condurre coloro che gli sono stati affidati perché giungano alla pienezza della propria irripetibile personalità. In altre parole far sì che ognuno sia se stesso come membro della fraternità cappuccina con l’interezza della propria persona. L’essere sé stesso dunque ha a che fare con la santità, perché a questo si è chiamati e non alla evanescente “realizzazione” delle proprie e uniche aspettative. L’affermazione “ama e fa ciò che vuoi” di Sant’Agostino molte volte è colta nella sola seconda parte, lettura che conduce ad una malintesa libertà che nulla ha della libertà dei figli di Dio.

È, infatti, l’amore che sta all’inizio del movimento che ci porta a fare ciò che vuoi perché chi è guidato dall’amore, chi vive la carità pienamente è guidato da Di perché Deus caritas est (1 Gv 4, 16).

Nella Esortazione apostolica Gaudete et Exsultate, papa Francesco ricorda giustamente che “nei processi di beatificazione e canonizzazione si prendono in considerazione i segni di eroicità nell’esercizio delle virtù, il sacrificio della vita nel martirio e anche i casi nei quali si sia verificata un’offerta della propria vita per gli altri, mantenuta fino alla morte. Questa donazione esprime un’imitazione esemplare di Cristo, ed è degna dell’ammirazione dei fedeli”[26]. È la donazione di sé, il consegnarsi nella volontà di Dio che realizza la vita di ognuno diventando, sull’esempio di Cristo, modello di vita santa.

Santi

Santo nell’accezione comune identifica il cristiano che nella vita ha vissuto in totale adesione a Cristo, al suo Vangelo, una vita fruttuosa di opere buone, riconosciuto dalla Chiesa quale modello e intercessore.

Senza nulla togliere ad una santità “etica” e virtuosa, il santo prima di tutto è colui che è consapevole della sua chiamata a far parte del Corpo santo di Dio che è Cristo e che si presenta oggi nella Chiesa. Santo, come già abbiamo ricordato, è colui che offre al mondo l’annuncio gioioso, senza distinzioni che tutti possono essere “ospiti” nel tempio santo di Dio, anzi essi stessi possono essere “tempio dello Spirito Santo” (1 Cor 3, 16).

Senza nessuna ombra di orgoglio possiamo affermare che i santi, cappuccini e non, sono i più umani tra gli uomini e hanno una sostanziale differenza con gli eroi. Infatti l’eroe dà sempre l’illusione di superare l’umanità, il santo non la supera, l’assume con quella tensione di realizzarla nel miglior modo possibile. Egli si sforza di avvicinarsi al suo modello, Gesù Cristo, a colui che è perfettamente uomo.

Non si diventa quindi santi perché si diventa migliori, ma perché ci si converte sempre di più a Cristo, ritornando all’origine dalla quale si è usciti e che il peccato ha oscurato. I santi sono pertanto coloro che hanno risalito la china, hanno fatto un viaggio a ritroso e sono andati alla sorgente. Lasciandosi attrarre da Cristo, guardandolo con fede, speranza e carità da Lui sono stati trasformati comprendendo con chiarezza chi erano. In poche parole Cristo li ha resi pienamente uomini.

Per capire dunque i santi bisogna essere prima di tutto uomini di fede che nella celebrazione della loro memoria o nel racconto della loro vita colgono o accolgano l’opera della Grazia che tutto trasforma e guida.

Ricordando le parole di papa Benedetto XVI: “quanto importante e proficuo è, pertanto, l’impegno di coltivare la conoscenza e la devozione dei santi, accanto alla quotidiana meditazione della Parola di Dio e a un amore filiale verso la Madonna!”[27], sembra di ascoltare quanto anche le nostre Costituzioni enunciano al numero 6, 2.

Le sette volte in cui compare nel testo delle Costituzioni la parola “santi”, non sempre si ha la stessa ricchezza di contenuti che ha comportato la parola “santità”.

In concreto i sette numeri costituzionali nei quali ritorna la parola “santi” rimandano al loro esempio virtuoso e richiamano oltre che ad una conoscenza della loro vita e degli scritti a seguirne l’esempio. Ne esaminiamo e commendiamo brevemente il contenuto.

In sintesi il numero 6, 2 non parla di santi, ma di “fratelli che si sono distinti per santità di vita”, mentre il numero 7, 2 è aperto a una doppia interpretazione, santi in generale o santi nostri. Nel numero 52, 6 il riferimento è sicuramente ai santi dell’Ordine, mentre il 52, 8 si riferisce chiaramente a tutti i santi e non specifica i nostri santi. Infine i numeri 110, 2, 112, 2 e 187, 1 hanno un chiaro riferimento ai santi cappuccini.

N. 6, 2: A questo fine [la custodia e lo sviluppo del patrimonio spirituale dell’Ordine] leggiamo frequentemente la vita e gli scritti di San Francesco, come pure altri libri che ne rivelano lo spirito. Curiamo la conoscenza della fonti francescane e della tradizione dei cappuccini, in particolare quanto si riferisce ai nostri fratelli che si sono distinti per santità di vita, operosità apostolica e dottrina.

È il primo numero in assoluto delle Costituzioni che parla dei santi cappuccini “fratelli che si sono distinti per la santità di vita, operosità apostolica e dottrina”, tre elementi che delineano il santo e che invita a conoscere nelle loro differenti manifestazioni e caratteristiche.

Il santorale cappuccino al momento attuale conta 16 santi e sante, 114 beati e beate, un numero grande di Venerabili e un numero altrettanto grande di Servi e Serve di Dio. Ogni secolo dei cinque nei quali si sgrana la storia dei cappuccini, ha uno o più santi o beati, come a dire che all’Ordine non sono mai mancati e credo anche oggi non manchino, frati santi. Questa è una grazia che l’Ordine ha ricevuto come eredità e che è chiamato ad alimentare.

Infatti la conoscenza dei santi, così come afferma questo numero delle Costituzioni è in relazione non solo alla custodia del patrimonio spirituale dell’Ordine ma al suo sviluppo. Tale tensione comporta inevitabilmente l’impegno per ogni frate cappuccino ad essere santo!

Si potrà obiettare che è un’interpretazione esagerata. Però come mai Gesù afferma “siate perfetti come perfetto è il Padre mio”, non dice “se vi va … se ce la fate … se avete tempo … se vi fa piacere … se la vostra psicologia lo permette …”. Il comando è inequivocabile “siate santi”.

Il fervore alla santità inoltre non lo si trova e non scaturisce da idee sia pure di alta spiritualità, di racconti della santità o di legende delle vite dei santi, ma da una vita vissuta e concreta che ha fatto trasparire la santità dal proprio apostolato, dalla propria operosità per gli altri, dalla propria vita quale semplice adesione all’umanità di Gesù. Non un sapere che cosa è la santità ma un vivere la santità.

San Francesco d’Assisi, conoscitore dell’umano e dell’uomo nella VI Ammonizione esclama e richiama “[…] è grande vergogna per noi servi del Signore il fatto che i santi operarono con i fatti e noi raccontando e predicando le cose che essi fecero ne vogliamo ricevere onore e gloria”[28].

Custodire la memoria dei santi oltre a conoscere i loro nomi o a fare memoria liturgica nel giorno stabilito, deve essere anche un’opera che conservi quando materialmente si riferisce a loro. Se per sbadataggine o volutamente ciò non accadesse ne sarebbe compromessa la vitalità stessa dell’Ordine. Supporre volutamente per orgoglio o involontariamente per stupidaggine di essere i soli costruttori della storia, della vita, della santità dell’Ordine, altro non è che il preludio del tramonto, calando l’Ordine in un ombra di buio.

Gli stessi cambiamenti che da molte parte si invocano perché così si è attuali nel mondo, cambiamenti che a volte passano con la non celebrazione delle memorie liturgiche dei nostri santi e beati o al peggio con la distruzione o l’abbattimento di ogni memoria sia pure di sole mura è indicazione della mancanza di una seppur minima conoscenza di una storia che non è iniziata da te e, ne sono certo, non finirà con te.

N. 7, 2: Applichiamoci con assiduo impegno alla sua [della Regola] intelligenza spirituale e sforziamoci di osservarla in semplicità e purezza, con santa operazione, in conformità alla esortazione espressa dallo stesso nostro Fondatore nel Testamento, secondo lo spirito e le intenzioni evangeliche dei primi cappuccini e della viva tradizione dell’Ordine, seguendo l’esempio dei santi.

Per non cadere nell’onirica e illusoria dimensione di “ora ci sono qua io e aggiusto le cose”, il secondo numero che parla dei santi è quello che cita la Regola e chiede l’impegno di entrare nella sua intelligenza spirituale con quell’inevitabile tensione-sforzo di osservarla.

È ridicolo ma l’immagine che mi viene alla mente è quella di ognuno di noi che entrando in una stanza per viverci per un po’ di tempo, spesso accade anche quando si entra in una camera d’albergo, ci si mette a cambiare posto alla sedia o a qualche altro piccolo mobile, considerando tutti imbecilli quelli che hanno disposto in tal modo i mobili. A volte può anche accadere che il super rinnovatore per paura che la storia si dimentichi e non lo ricordi, combina qualche guaio!

Al contrario San Francesco nel Testamento ha richiamato e richiama i frati a comprendere le parole scritte nella Regola per giungere “santamente” alla sua osservanza. Invito ed esortazione che i primi cappuccini hanno seguito e fatto proprio e che la tradizione dell’Ordine ci ha consegnato nella viva tensione dei santi.

N. 52, 6: Anche nelle feste della vergine Maria e nelle memorie dei santi, la Chiesa proclama la Pasqua del suo Signore. Veneriamo dunque con culto liturgico, l’Angelus e il rosario, Maria Madre di Dio e Vergine concepita senza peccato, figlia e serva del Padre, madre del Figlio e sposa dello Spirito Santo, fatta Chiesa – secondo l’espressione di san Francesco – e promuoviamo la devozione tra il popolo. Ella infatti è nostra madre e avvocata, patrona del nostro Ordine, partecipe della povertà e della passione del nostro Ordine, partecipe della povertà e della passione del Figlio suo e – come testimonia l’esperienza – via per raggiungere lo spirito di Cristo povero e crocifisso.

Il numero è inserito nel terzo capitolo delle Costituzioni, “La vita di preghiera”, mentre il termine “santi”, per la precisione l’espressione “nelle memoria dei santi” è un inciso inserito durante la revisione delle Costituzioni fatta nell’ultimo Capitolo generale (2012) nel numero interamente dedicato alla Vergine Maria.

I santi di cui si fa menzione sono ovviamente “tutti i santi” che la Chiesa ha proclamato e non solamente i santi cappuccini. L’inciso evidenzia che la loro memoria è momento prezioso per celebrare il mistero di Cristo e luogo teologico per proclamare la Pasqua del Signore.

È il numero successivo che indica direttamente i santi cappuccini.

N. 52, 8: Coltiviamo e promuoviamo, secondo le consuetudini locali, la devozione al santo Padre Francesco, modello dei minori, a santa Chiara e ai santi, specialmente nostri, facendo attenzione che tale venerazione sia sempre conforme allo spirito della sacra Liturgia.

I due verbi usati “coltiviamo” e “promuoviamo” indicano quanto sia importante conoscere e far conoscere i santi dell’Ordine per un semplice motivo. La loro esperienza umana e conseguentemente la loro esperienza spirituale mostra che la santità non è per pochi, non è neppure un privilegio, un traguardo impossibile per un uomo normale.

Da questa impressione ha origine, a volte, la decisione di eludere dalla propria lettura o peggio ancora dalla propria formazione, la conoscenza della vita dei nostri santi. Concordo con la considerazione che in molti casi lo stereotipo sdolcinato e unicamente miracolistico delle vite di qualche santo ha indotto molti ad abbandonare tali letture, ma sotto sotto ci può stare anche una specie di auto-giustificazione per evitare di essere accusati di mediocrità. Se la santità è così alta e infiocchettata di tante e tali virtù eroiche da super uomo, se sta in una altezza irraggiungibile, chi potrebbe raggiungerla? Noi, poveri frammenti di cosmo? Allora si conclude, è meglio lasciar perdere.

Nel cielo della santità sono molti quelli messi in luce e proposti per il nostro cammino spirituali, ma vi è poi una moltitudine che non è possibile contare di santi “feriali”, “normali”, i cui nomi sono noti solamente a Dio e che hanno condotto una vita normalissima. Con il loro esempio hanno testimoniato che quando si sta a contatto con il Signore si trova e ci si nutre della pace di Cristo, della gioia del Risorto, della letizia del Signore. Da qui nasce la capacità di essere uomini di pace, di serenità, di letizia. Papa Francesco li indica come “i santi della porta accanto, di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio”[29].

N. 110, 2: I penitenti francescani devono distinguersi sempre per carità delicata e affettuosa e per la letizia, come i nostri santi, rigidi con se stessi, ma pieni di bontà e di rispetto verso gli altri.

Il numero caratterizza i frati con l’appellativo di “penitenti”, quel nome che nel periodo degli inizi identificò Francesco e i suoi compagni. A chi chiedeva a quegli uomini che vedevano radunarsi presso Rivotorto essi rispondevano “Siamo i penitenti di Assisi”[30]. Come sappiamo il nome fu poi mutato in Frati minori, lasciando l’impegno penitenziale alla base del programma del nuovo Ordine che si andava formando.

San Francesco d’Assisi distinse gli uomini in due categorie, quelli che “fanno penitenza” e quelli che “non fanno penitenza”[31], ben sapendo che tutte le vicende dell’uomo sono illuminate dalla salvezza donata in Cristo da Dio e prendono forma salvifica dalla risposta libera dell’uomo.

Scrive padre Lazaro Iriarte: “La vocazione penitenziale configura la vita intera del frate minore, una vocazione che si può esercitare ovunque, come una garanzia di libertà e di inserimento in ogni realtà storica: «Se in qualche luogo non saranno ricevuti, fuggano in altra terra a far ivi penitenza con la benedizione di Dio»”[32]. San Francesco sa che oltre al momento dell’incominciare a fare penitenza, è fondamentale il perseverare nel fare penitenza.

I frutti della penitenza, elencati nel presente numero, non sono altro che la caratteristica del frate minore, di colui che riconosce il proprio limite e fragilità e che sa attribuire a Dio Altissimo, Onnipotente e Buono ogni bene[33] e sa che “a noi appartengono se non i vizi e i peccati”[34]. È da questo profondo sapere di sé stessi alla luce di Cristo che nasce la letizia, l’affettuosa carità, il dono di sé stessi agli altri. Qui sta la purezza del cuore, l’assenza di intenzioni se non quella di compiere appieno la volontà di Dio. Come lo rivela e lo raccontano a noi le vite e gli esempi dei nostri santi.

N. 112, 2: Memori della Passione di Gesù, sull’esempio di san Francesco e dei nostri santi, pratichiamo la mortificazione volontaria moderandoci volentieri nel mangiare, nel bere e nei divertimenti, affinché tutto testimoni la nostra condizione di esuli e pellegrini.

L’austerità e le mortificazioni corporali nascono dalla memoria della Passione di Gesù, dal suo dono totale fino alla morte. Austerità che ha esempi nel Serafico Padre e nei “nostri santi”. Non solo sfogliando il santorale cappuccino troviamo tanti esempi di questi frati, ma molti di noi posso testimoniare di confratelli che vivono nell’oggi questa dimensione.

L’austerità o la mortificazione corporale, non posso essere eliminate sulla inconsistente considerazione di essere atteggiamenti superati e non più attuali in un mondo che cambia. Elementi quindi da cancellare dalla vita del frate e da non riproporre neppure in una nuova veste e forma.

N. 187, 1: Dal momento che non è possibile stabilire leggi e statuti per tutti i casi particolari, in ogni nostra azione teniamo davanti agli occhi il santo Vangelo, la Regola promessa a Dio, le sane tradizioni e gli esempi dei santi.

L’ultimo numero del nostro elenco richiama alla mia personale fantasia, forse in maniera un po’ azzardata, la conclusione del Vangelo di Giovanni “vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù che, se fossero scritte …” (Gv 21, 25). Il numero 187, 1 indica che in qualsiasi azione che la legge canonica dell’Ordine o lo Statuto di turno non ha canonizzato, vale, in ordine di importanza, il santo Vangelo, la Regola, le sane tradizioni e gli esempi dei santi.

Quattro parametri che non dovrebbero mai mancare anche nel quotidiano e faticoso discernimento delle situazioni nuove o che vanno riproponendosi all’attualità dell’Ordine. Aprire davanti a noi il Vangelo, rileggere la Regola, non dimenticare quanto prima di noi hanno fatto altri cappuccini e guardare all’esempio dei santi, non è una perdita di tempo è la saggezza di chi sa che le cose durature non si costruiscono con una decisione affrettata e isolata, ma hanno bisogno della pazienza dell’ascolto e del dialogo. Ascolto e dialogo che stanno nei parametri denunciati dal numero costituzionale, ma anche nei fratelli che camminano sulla stessa strada perché la meta è comune a tutti.

CONCLUSIONE

La santità di Dio si manifesta nei santi non certo con un unico modello o meglio ha un unico modello riflesso di Cristo nel quale l’umanità è totalmente compiuta. Umanità compiuta che si riflette nel vissuto di quei credenti in Lui attraverso una personalissima storia. Sono questi i santi.

Esiste però anche un aspetto comune della santità che è chiesto a tutti: spogliarsi dell’uomo vecchio per rivestirsi dell’uomo nuovo. Primo passo è la penitenza intesa come conversione che apre alla grazia di essere stati eletti da Dio “santi e amati” per rivestirsi “di sentimenti di misericordia, bontà, umiltà, dolcezza, pazienza, sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente” rivestiti “di carità” (Col 3, 10). Conversione che esige e chiede di porre gesti di penitenza.

I nostri santi, in qualunque aspetto si siano distinti o qualunque cosa abbiano fatto, tutto hanno compiuto nel Nome di Cristo e per amore di Lui, rispondendo alla volontà di Dio che li ha chiamati a “fare la sua volontà” in un unico e personale rapporto con Lui. Essi, come per tutti i santi, hanno riconosciuto che Cristo veniva a loro incontro personalmente, non in un anonimo e generico venire di Dio. La risposta del santo dunque non è un generico fare la volontà di Dio, ma fare la volontà di Dio su di me. Una concreta e irripetibile offerta della sua santità alla quale segue la liberta risposta.

La varietà di espressione e dimensione dei nostri santi è evidenzia della personale chiamata e dell’unica risposta. Ed è questa la ricchezza di un Ordine come il nostro. Non c’è uno stereotipo per essere santi c’è la personalissima, piena e irripetibile personalità che però non agisce come un’isola, ma è nutrita e generata come membro di un unico corpo. È la dimensione prima ecclesiale e in seconda battuta fraterna. Se il nostro Ordine non avesse più a cuore i suoi santi passati e la loro memoria liturgia e non favorisse la gestazione al suo interno di futuri santi, si autoeliminerebbe dalla Chiesa e dalla comunione ecclesiale. La fraternità diventerebbe un semplice agglomerato sociale non la trasparenza della vita di Dio e della comunione della Trinità.

Solo nella consapevolezza di appartenere alla Chiesa in tutte le sue dimensioni, compresa quella della comunione dei santi, la presenza dei cappuccini sarà ancora significativa e vitale nella Chiesa.

Concludo. Per essere e diventare santi basta poco. Come ci ricorda l’apostolo Paolo basta obbedire con sincerità e umiltà a fare “eucaristia di tutte le cose, perché questo è ciò che Dio vuole da tutti voi in Cristo Gesù. Non estingue lo Spirito” (1 Tess 5, 18-19).



[1] Mauro JÖHRI, Identità e appartenenza cappuccina, Lettera a tutto l’Ordine, 4 ottobre 2014, 1,1.

[2] Discorso ai giovani di Lucca, 23 settembre 1989, in Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XII, 2 (1989) 624.

[3] I santi dell’Ordine sono 15, mentre i beati sono 78.

[4] Ordinazione di Albacina (1529) in I frati cappuccini. Documenti e testimonianze del primo secolo, a cura di Costanzo CARGNONI, Perugia, I, 224.

[5] Costituzioni 1536 in I frati cappuccini. Documenti e testimonianze del primo secolo, a cura di Costanzo CARGNONI, Perugia, I, 331.

[6] Ibid., 418.

[7] Ibid., 292.

[8] Ibid., 337.

[9] Ibid., 312.

[10] Costituzioni dei Frati Minori Cappuccini: nn. 10,2 – 16,1– 94,4 – 109,1 – 114,5 – 161,1.

[11] Costituzioni dei Frati Minori Cappuccini: nn. 6,2 – 7,2 – 52,6 – 52,8 -110,2 – 112,2 – 187,1.

[12] La formula della Professione Religiosa non è contenuta nella recente pubblicazione delle Costituzioni mentre si trova nell’edizione delle Costituzioni precedenti. Costituzioni dei Frati Minori Cappuccini, Roma 2002, 40.

[13] Agostino, Inizio dell’esposizione della Lettera ai Romani, pubblicata in rete www.augustinus.it.

[14] Lumen Gentium, n. 41.

[15] Lumen Gentium, n. 40.

[16] Benedetto XVI, Udienza generale del 13 aprile 2011.

[17] Si noti che tale espressione si trova nel primo articolo del secondo capitolo delle Costituzioni che ha come titolo “la vocazione alla nostra vita”.

[18] San Giovanni Paolo II, Novo Millennio Ineunte, 6 gennaio 2001, 43.

[19] Mauro JÖHRI, Identità e appartenenza cappuccina, Lettera a tutto l’Ordine, 4 ottobre 2014, 1,2.

[20] Fr. John CORRIVEAU, La fraternità evangelica in un mondo che cambia, Lettera circolare n. 20 del 31 marzo 2012, 2,2.

[21] Cfr. San Francesco d’Assisi, Testamento.

[22] Il capitolo VII delle Costituzioni ha come titolo “La vita di penitenza”.

[23] Si vedano le voci Conversione e Penitenza in Dizionario Francescano, a cura di Ernesto Caroli, Padova 1995.

[24] Cfr. San Francesco d’Assisi, Testamento.

[25] Benedetto XVI, Ai partecipanti al corso promosso dalla Penitenzieria Apostolica, 25 marzo 2011.

[26] Francesco, Gaudete ed Exsultate, 5.

[27] Benedetto XVI, Udienza generale del 20 agosto 2008.

[28] San Francesco d’Assisi, Ammonizione VI, in Scritti di Francesco e Chiara d’Assisi, Padova 1982, 71-72.

[29] Francesco, Gaudete et Exsultate, 7.

[30] Anonimo Perugino, in Fonti Francescane, Padova 1982, 1509.

[31] Cfr. A tutti i fedeli (Prima redazione) in Gli scritti di Francesco e Chiara, Padova 1982, 84-85.

[32] Lazaro IRIARTE, Vocazione francescana, Roma 2006, 39.

[33] Cfr. Regola non bollata in Fonti Francescane, Padova 1982, 49.

[34] Regola non bollata in Fonti Francescane, Padova 1982, 48.

Letzte Änderung am Mittwoch, 09 September 2020 15:30