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RELAZIONI |
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La
minorità come condivisione di vita con i poveri |
P. ALEX ZANOTELLI,
miss.comb. |
* ha
organizzato il suo intervento parlando della sua esperienza
di missionario a Korogocho (Kenia)
È stato tratteggiato in modo drammatico il quadro del
contrasto tra la ricchezza, concentrata nella mani di
un quinto dell'umanità, e la povertà, che è la norma
per i restanti quattro quinti dell'umanità. Quindi il
relatore ha narrato la propria esperienza di inserzione
nella baraccopoli di Kogorocho, a Nairobi: una delle
infinite zone della Terra dove si vive in condizioni
di estrema miseria dal punto di vista del cibo, dell'igiene,
dell'istruzione, della sicurezza, delle possibilità
stesse di sopravvivenza. A Kogorocho p. Zanotelli offriva
la catechesi, la liturgia, l'istruzione, piccole iniziative
di lavoro, la vicinanza personale, la condivisione di
vita con i poveri.
La sua esperienza porta ad alcune linee operative: una
lettura della parola di Dio che sia fatta dentro il
contesto dei poveri, lo stesso contesto in cui Gesù
viveva e annunciava il Vangelo; la scoperta che i poveri
ci evangelizzano, e quindi non soltanto dobbiamo andare
da loro per dare, ma possiamo anche andare da loro per
ricevere; la denuncia delle strategie a livello di strutture,
che puntano all'impoverimento della maggioranza dell'umanità
per garantire lo stile di vita della minoranza; l'impegno
per la redenzione del sistema, nella convinzione che
tutto è buono ma tutto ha bisogno di conversione; l'adozione
di comportamenti alternativi a livello operativo i vista
delle eguaglianza delle risorse e di uno sviluppo sostenibile
(la banca etica, il consumo critico, il commercio equo
e solidale, uno stile di vita sobrio, l'ecologia nell'uso
dei beni e nel loro smaltimento).
Da questa situazione la vita religiosa è interpellata
a saper riconoscere nei poveri il volto del Dio che
si è rivelato nel Crocifisso, e che nel grido dei poveri
continua a farci udire il suo grido e a chiederci solidarietà.
Sono i poveri ad insegnarci ad avere speranza, perché
un altro mondo - quello sognato da Dio - è possibile.
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UN
CONTRIUBUTO CAPPUCCINO ALLA COMPRENSIONE DEL SACERDOZIO
NELLA CHIESA:
CONSIDERAZIONE ANALOGICA SUL BICULTURALISMO
E SULLA DUPLICE APPARTENENZA RELIGIOSA |
Ed Foley, o.f.m.cap. |
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La
storia
Siamo nell'anno 1974. Nella mia provincia
di St. Joseph una delle più grandi nostre case all'interno
della città era sede del nostro Postnoviziato. La comunità
di circa 40 frati includeva molti frati in formazione
iniziale, alcuni professori del teologato locale, il
gruppo di servizio alla parrocchia e altri frati impegnati
nel ministero. Il 75% dei frati della comunità erano
fratelli laici. La casa era piena e lo spazio del coro
era relativamente piccolo per la preghiera. Costituiva
un'abitudine divenuta quasi rito che i frati sacerdoti
lasciassero il coro dopo le Lodi del mattino, si ritirassero
in sacrestia per pararsi per l'Eucaristia e ritornare
poi in coro, dove prendevano posto intorno al piccolo
altare per la concelebrazione. Con tale disposizione
essi bloccavano virtualmente sempre la vista di almeno
alcuni dei frati che erano nei sedili del coro.
Molti dei giovani frati si erano lamentati della situazione
con il guardiano. Nonostante ripetuti tentativi per
aiutarli a comprendere la mentalità dei frati sacerdoti,
le tensioni aumentarono. La questione infine venne portata
al riunione di fraternità. Come compromesso i frati
sacerdoti – che insistevano che essi dovevano uscire
dal coro per pararsi – furono d'accordo di concelebrare
stando nei loro posti in coro. Ma il compromesso non
soddisfece né i sacerdoti né i fratelli laici. La tensione
non si calmò mai.
Un sera dopo la preghiera, alcuni
fratelli laici, il guardiano e alcuni sacerdoti si ritrovarono
nella sala comune della fraternità, dove l'argomento
fu riproposto. Ne seguì una discussione lunga e a momenti
accesa. Fu detto che i frati sacerdoti erano insensibili
e che mancavano di umiltà. I fratelli laici furono accusati
di denigrare il sacerdozio. Il guardiano riconobbe che
la fraternità stava cominciando a disgregarsi a causa
di questo problema e ad andare assai rapidamente verso
il punto di un danno irreparabile. Era tempo di intervenire.
Siccome era previsto che egli presiedesse l'Eucaristia
del giorno dopo, scelse quel momento per passare all'azione
e farlo in modo decisivo.
Il mattino seguente, dopo le Lodi,
mentre i sacerdoti si stavano preparando ad uscire dal
coro per pararsi, il guardiano chiese a tutti di rimanere
al loro posto. Poi andò all'altare e parlò alla comunità
sull'Eucaristia come simbolo di unità e di fraternità.
Ma fece notare che l'Eucaristia era divenuta causa di
divisione e occasione per aumentare l'ostilità tra i
frati. Poi annunciò che non avrebbe presieduto l'Eucaristia
quella mattina, perché pensava che la questione stava
divenendo scandalosa. Né quella mattina sarebbe stato
permesso a nessun altro di presiedere: come guardiano
non avrebbe potuto in buona coscienza permettere che
l'Eucaristia fosse celebrata né in comune né in privato
in coro finché il problema non fosse stato risolto.
Quando gli fu chiesto se si poteva
celebrare l'Eucaristia nella cappella privata o nella
chiesa accanto, il guardiano risposte: "sì, ma
non come Messa conventuale; solo come Messa privata".
Il guardiano poi andò nella sua stanza. Intanto, il
provincialato a Detroit fu bombardato da una tempesta
di telefonate da parte dei frati della casa, che davano
relazione su cosa era avvenuto e chiedevano se il guardiano
aveva l'autorità di agire in tal modo. Qualche minuto
dopo il ministro provinciale chiamò il guardiano e chiese
se era sua intenzione di porre l'interdetto all'area
del coro e alla cappella del convento. Pur dicendo che
quella non era la sua intenzione da un punto di vista
canonico, il guardiano spiegò e confermò la sua azione,
che rimase obbligante per la comunità.
Come potete sospettare, questo fu
l'inizio della fine di quella casa come sede della formazione
iniziale. Numerosi incontri portarono a poca riconciliazione.
L'unica soluzione fu quella di spostare gli studenti
– che erano la maggioranza dei frati laici – in un'altra
casa. Così la comunità di formazione in quella casa
venne dissolta e diversi elementi della fraternità andarono
a destinazioni diverse. Come poscritto, devo dire che
il guardiano alcuni anni dopo fu eletto ministro provinciale.
Informandomi recentemente circa dei particolari di questa
storia, mi ha detto che come ministro provinciale dovette
ancora affrontare lo stesso problema e gli stessi atteggiamenti
nel decennio seguente.
Introduzione
Si tratta certamente di una storia
drammatica e preoccupante. E questo episodio - che è
vero - della storia recente della mia provincia mette
in luce la potenzialità che esiste quando si affronta
l'argomento del sacerdozio romano cattolico nel contesto
della vita francescano-cappuccina, argomento così sensibile,
ma così confuso da un punto di vista fraterno, ecclesiale
e perfino canonico. Ancor più: guardando il sacerdozio
romano cattolico attraverso il prisma del carisma serafico
così caro della minorità, si potrebbe pensare a un disastro
preannunciato. Come chiave di volta dell'identità francescana,
la "minorità" evoca immagini di umiltà, di
mancanza di potere, di essere più piccoli in tutto,
mentre l'istituzione del sacerdozio romano cattolico
può richiamare alla mente spettri di potere, gerarchia
e sacralità privilegiata. Ponendo gli elementi di questo
dialogo in termini di così assoluta opposizione – come
facilmente avviene – si prospetta un conflitto quasi
inevitabile fra la nostra vocazione francescana e l'accettazione
del sacerdozio romano cattolico. Forse la sola soluzione
in vista di una tale incombente discordia potrebbe essere
l'elaborazione di una trattato di pace stilato con accortezza,
e fatto in modo che né la sorella minorità né il fratello
sacerdozio sarebbero sacrificati troppo, così da raggiungere
il desiderato cessate-il-fuoco.
Tuttavia non credo che i Consigli
plenari dell'Ordine siano essenzialmente operazioni
per mantenere la pace interna. Di conseguenza, non penso
che sia mio compito quello di proporre una strategia
per mantenere un fraterno legame fra minorità e presbiterato;
né, per estensione, tra frati laici e frati chierici.
Né considero questo incontro come l'equivalente alla
divisione francescano-cappuccina della società internazionale
di teologia storica, la cui finalità è quella di scoprire
le cause di questa ben conosciuta tensione. L'esame
delle basi storiche e dei fondamenti teologici è certamente
utile; ma se questo diviene il nostro principale compito
nel tempo limitato che abbiamo per riflettere su questo
tema, allora c'è davvero la reale possibilità che consumiamo
più tempo a considerare il passato che a progettare
il futuro, più tempo a fare delle relazioni che a riflettere,
e finire facilmente col rimanere ancora "dietro"
i problemi invece di camminare avanti ad essi.
Né un'operazione di mantenimento della
pace né un esercizio di archeologia teologica. Suggerirei
un'altra strada. Siccome la congiunzione fra la vita
cappuccina e il sacerdozio romano cattolico è stata
sia una grazia che una pratica negativa nel passato,
e siccome questa unione di vita religiosa e di sacerdozio
è parte inevitabile del nostro prevedibile futuro, nostro
compito è quello di riprendere in esame questa unione
in modo che la sua potenzialità di grazia sia molto
maggiore della sua potenzialità di dis-grazia. Abbiamo
bisogno di occhiali migliori per capire che il sacerdozio
non ha più importanza della professione religiosa, che
il frate chierico non è un ossimoro, e che l'alleanza
di sacerdozio e minorità non risulta necessariamente
in conflitto e confusione. Anzi, una visione rinnovata
ci potrebbe rendere capaci di scoprire che il carisma
cappuccino non solo di tollerare ma di abbracciare sia
il sacerdozio che la minorità è, in verità, un tesoro
evangelico nascosto – una parabola da sviluppare che
è ancora parzialmente seppellita nel campo e che aspetta
di essere dissotterrata. Questo è – penso – un aspetto
postmoderno di luce cristica che attende che il moggio
sia sollevato in modo che la fraternità come la Chiesa
e il mondo possano essere ancora maggiormente illuminati.
Nelle trattazioni contemporanee è
procedimento comune porre il sacerdozio in una delle
due tradizioni: o diocesano o nel contesto degli Ordini
religiosi. Forse possiamo offrire una via tertia: certamente
già lo abbiamo fatto in antecedenza. E siccome le nostre
Costituzioni ci ricordano che noi non esistiamo in funzione
di noi stessi ma per contribuire al bene della Chiesa,
per servire il popolo di Dio e l'intera comunità umana,
accettiamo questo compito di revisione non solo o neppure
in modo speciale per la nostra stessa conservazione
o sviluppo, ma come un più ampio contributo per una
rinnovata prassi della Chiesa, dalla Chiesa e per la
Chiesa a servizio del mondo.
La svolta metodologica
Ci sono molti metodi a nostra disposizione
per un tale riesame. Io propongo di usare il metodo
che si basa sull'opera di David Tracy e che si può genericamente
intendere come una forma di teologia pratica. Tracy
ha suggerito che nel tempo moderno quelle che una volta
erano utili distinzioni per i medioevali sono divenute
fatali separazioni. Una di queste è la separazione di
teoria e prassi. Siccome io credo che qui noi siamo
interessati alla correlazione di teoria e pratica di
sacerdozio e vita cappuccina, la guida metodologica
di Tracy per mettere in relazione i due elementi può
esserci utile nel nostro impegno di elaborare una teologia
della prassi per il sacerdozio cappuccino.
Tracy crede che ci sono tre possibili
paradigmi per l'interazione fra teoria e prassi. Caratterizza
il primo come l'approccio teoria-prassi, nel quale la
teoria è elaborata in un campo (per esempio, teologia
sistematica) e applicata in un altro (per esempio, nella
pratica pastorale). Tracy considera che questo sia un
modello teologico inadeguato per molte ragioni. La più
convincente di esse è il rilievo critico che in questo
modello la teoria non è mai influenzata da alcuna prassi.
Per noi potrebbe costituire un modello pericoloso ad
essere usato, perché potrebbe avere come risultato di
dare la priorità a una particolare teologia o del sacerdozio
o della vita religiosa ( con la diminuzione che ne risulta
dell'altra componente ), con il conseguente tentativo
di allineare la nostra prassi vissuta con ciò che potrebbe
essere una almeno inadeguata se non mal concepita teologia.
Il secondo modello di Tracy per l'interazione
fra teoria e prassi è un modello che non dà spazio a
riflessione critica. E anche questo egli pensa che sia
difettoso. Lo caratterizza come modello prassi-prassi.
Tracy nota che questo modello "non solo non considera
la teoria ma semplicemente la nega". Scrive: in
questo modello "le azioni concrete e gli impegni
per un caso particolare forniscono tutti i criteri necessari
per la verità in teologia. Questo secondo modello… non
afferma in modo corretto il primato della prassi sulla
teoria… [ma esso] non vede come ogni prassi, come ogni
esperienza, è effettivamente carica di teoria".
Come Cappuccini chiamati ad una riflessione teologica
sulla nostra esperienza condivisa – che costituisce
l'autentica essenza di un Consiglio plenario dell'Ordine,
senza parlare del capitolo locale - dobbiamo rigettare
qualsiasi modello teologico del genere, che non dà spazio
o addirittura non richiede una seria riflessione teologica
sulla nostra vita in comune.
Tracy afferma che le teologie della
prassi devono rigettare sia l'approccio teoria-prassi
che il modello prassi-prassi. E conclude proponendo
che un'autentica forma di teologia della prassi è "la
mutua correlazione critica di una teoria e di una prassi
che interpretino il fatto cristiano e di una teoria
e di una prassi che interpretino la situazione contemporanea".
Questa immagine di una mutua critica correlazione invita
ad un "dialogo collaborativo… nel quale ognuno
può interpellare l'altro e offrire osservazioni sia
descrittive che normative, giungendo ad una più profonda
comprensione attraverso il loro dialogo che essenzialmente
si svolge fra uguali".
Questo, io credo, è ciò che siamo
chiamati a fare qui: costruire un dialogo collaborativo
a servizio di una rinnovata teologia della prassi, una
mutua critica correlazione fra il sacerdozio romano
cattolico e la minorità cappuccina, tutt'e due considerati
nel contesto di ciò che Tracy chiama "la situazione
contemporanea". In questo processo dobbiamo porre
la minorità e gli ordini sacri come uguali partner del
dialogo. In particolare questo significa evitare il
rischio di dare la priorità all'uno o all'altro e di
conseguenza bloccare ogni speranza di dialogo autentico.
Per cui, non credo che si possa semplicemente usare
la minorità come un mezzo per criticare o ripensare
il sacerdozio, perché per creare un dialogo che sia
mutuo si deve supporre che tutti i partner di esso possano
contribuire. Così, fin dall'inizio è necessario ammettere
la possibilità non solo che la minorità cappuccina possa
illuminare il sacerdozio romano cattolico, ma che la
realtà di minori ordinati possa illuminare la vita cappuccina.
Si deve evitare di chiudere ermeticamente la professione
religiosa come se la sua purezza sia in qualche modo
compromessa dal contatto sacerdotale.
Ascoltare dall'esterno
all'interno
Dal punto di vista della teologia
pratica, il primo livello per la creazione di tale dialogo
collaborativo richiede una completa ed empatica attenzione
vicendevole: ascolto che superi i limiti dell'età, della
formazione, dello status ecclesiale, della cultura e
dell'esperienza: un processo che voi chiaramente avete
già iniziato. La qualità dell'ascolto determinerà, in
larga misura, il tipo di correlazione critica e di decisivo
riesame che ne seguirà. Tuttavia se in questa opera
il fare attenzione alla realtà cappuccina è certamente
esercizio fondamentale, esso è anche del tutto insufficiente.
Riunirsi in un Consiglio plenario in questo periodo
di un così grande fermento ecclesiale e globale ci pone
ulteriori domande. Al di là del panorama francescano-cappuccino,
come parte di quella attenzione a quello che Tracy dice
la più vasta "situazione contemporanea", siamo
costretti a porre attenzione alla più larga realtà della
Chiesa che ci genera. Dobbiamo contestualizzare le nostre
riflessioni nell'ambito dell'unità nella diversità che
caratterizza il cattolicesimo globale, che si incarna
in più di un miliardo di fedeli, che vivono la loro
fede praticamente in ogni lingua e nazione sulla faccia
della terra. E poi, evidentemente, c'è il mondo al di
là della chiesa, il mondo al di là del cristianesimo,
il mondo al di là anche della fede. È questo mondo che
è l'oggetto ultimo dell'amore del Padre, il fondamento
giovanneo dell'incarnazione e il centro di ogni missione
che sia autenticamente cattolica. Così, in queste nostre
riflessioni noi dobbiamo tenere presente il contesto
globale che la Gaudium et Spes dice "Le gioie e
le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini
di oggi" [n. 1].
Soltanto quando abbiamo fatto attenzione
non soltanto ai fratelli ma anche alle realtà della
Chiesa e del mondo – con ascolto empatico che sospende
il giudizio - siamo opportunamente preparati a impegnarci
nella specie di riflessione e di dialogo che dà spazio
a nuove concezioni, rinfresca la visione, e rinvigorisce
l'Ordine non semplicemente con lo spirito fondatore
ma con lo Spirito Santo.
Certamente a qualcuno può apparire
strano considerare una questione così tipicamente francescana
come la minorità o affrontare il paradosso che è al
nostro interno di sacerdozio e minorità da punti di
vista ecclesiali e globali non-cappuccini. Penso, tuttavia,
che ciò sia essenziale se dobbiamo evitare il destino
a cui andò incontro nel 1974 la comunità di formazione
della quale ho brevemente narrato la storia all'inizio
di questa relazione. Anche se esterno a quello specifico
contesto provinciale, istintivamente sento che in ultima
analisi la fine di quella comunità fu il risultato di
orizzonti ristretti e di miopia ecclesiale. Traduzione:
i frati mai andarono al di là di se stessi nel loro
modo di pensare. Erano talmente interessati alla loro
propria dignità ed uguaglianza, al loro proprio senso
di giustizia e di ingiustizia, ai loro propri diritti
e rispettabilità che poco considerarono quale impatto
la loro azione collettiva avrebbe potuto avere sulla
più vasta fraternità cappuccina o anche sulla chiesa
locale o sul vicinato dove la comunità costituiva un
così grande presenza. Il dissolversi della fraternità
fu trattato semplicemente come un affare privato, interno,
dei frati anziché come un pubblico simbolo di dissonanza
e di lotta.
Tuttavia dal momento che i francescani-cappuccini
sono, per definizione, uomini della Chiesa - non solo
battezzati cronologicamente nel corpo di Cristo avanti
di avere la professione o di essere ordinati, ma dichiarati
primariamente cristiani, la cui stessa professione e
ordinazione sono teologicamente implicate in tale battesimo
– allora ogni correlazione fra la minorità e il sacerdozio
deve essere portata avanti partendo da una prospettiva
ecclesiale. La Congregazione per gli Istituti di Vita
Consacrata e le Società di Vita Apostolica ha detto
in sintesi: "il Vaticano II ha affermato che la
vita religiosa appartiene "fermamente" alla
vita e alla santità della Chiesa, e l'ha collocata proprio
nel cuore del suo mistero di comunione e di santità".
Per cui la nostra ricerca di una visione rivivificata
del sacerdozio e della minorità deve contribuire alla
comunione della Chiesa e essere concepita nel contesto
di tale comunione.
Ma domandiamoci: da quale visione
della Chiesa, da quale "ecclesiologia di comunione"
dovremmo partire per elaborare la nostra correlazione,
giacché il termine certamente non è univoco? Alcuni
che accettano la visione della Chiesa come mistero di
comunione lo fanno con una tendenza centripeta. Ciò
si rende evidente dal fatto che alcune ecclesiologie
di comunione sembra che manchino di qualsiasi "missiologia
di comunione". Ma la Chiesa non è stata posta in
esistenza come fine a se stessa e non è sostenuta dallo
Spirito di Gesù Cristo per la preservazione di se stessa.
Piuttosto il Concilio Vaticano II chiaramente proclama
- e il Papa Giovanni Paolo II lo ho ripetuto - che la
"Chiesa è missionaria per sua propria natura".
Per cui, come dice Paul Lakeland,
dobbiamo ripetere l'unità simbiotica
fra comunione e missione. La comunione può essere un
concetto confortante sul quale meditare, ma la validità
dell'espressione particolare della comunione nella Chiesa
si deve ricercare nella qualità dell'impegno della stessa
comunità per la sua missione. La prassi della comunione
è visibile nella fedeltà della Chiesa alla sua missione;
la prassi della missione è direttamente connessa con
la comprensione della comunione. Se quello che noi intendiamo
per "comunione" è uno sguardo verso l'interno,
di autocompiacenza e un mettersi insieme pauroso contro
le forze della modernità… allora "missione"
significherà poco più di una periodica critica corrosiva
del mondo "esterno". Ma se la comunione significa
una generosa associazione piena di amore di liberi e
fedeli figli di Dio, allora l'eccesso dinamico dell'amore,
senza il quale non si dà in nessun modo amore, si riversa
nella missione a tutto il genere umano, una missione
caratterizzata dalla generosa condivisione della conoscenza
che Dio vuole salvare il mondo.
Questa è una teologia di comunione
che chiaramente risuona nella natura stessa della professione
religiosa. Come abbondantemente è stato messo in rilievo
nell'Instrumentum Laboris, nei lavori e nell'esortazione
postsinodale del 1994 del Sinodo speciale sulla Vita
consacrata, la vocazione alla missione è parte essenziale
di ogni forma di vita consacrata comune. Quasi sedici
anni prima di tale Sinodo, il III CPO (Mattli 1978)
espose una simile visione, notando che "il progetto
evangelico di vita del francescano implica, radicalmente,
una spontanea dimensione apostolica senza frontiere",
perché "ogni vocazione francescana è fondamentalmente
missionaria". Così sembra appropriato creare una
correlazione fra minorità e sacerdozio in un contesto
ecclesiale con una forte traiettoria missionaria.
Data la nostra preferenza per un'ecclesiologia di comunione
a chiaro orientamento missiologico, suggerirei che sia
cosa opportuna e allo stesso tempo fruttuosa iniziare
elaborando la nostra correlazione critica fra sacerdozio
e minorità tenendo prima di tutto presente il più vasto
mondo che è l'autentico oggetto della missione della
Chiesa. Propongo che si cominci prendendo in considerazione
il mondo invece che i nostri problemi francescani particolari,
in modo da smantellare, o almeno da inabilitare temporaneamente,
le molte predisposizioni, pregiudizi e presupposti,
che istintivamente entrano in gioco quando si considera
il paradosso dei frati ordinati. In particolare, vorrei
porre da parte ciò che io considero approcci della "giustizia"
e della "uguaglianza", approcci ormai consunti
riguardo a questo problema, che tendono ad essere binari
(eguale o ineguale), in opposizione (giusto o ingiusto)
e – almeno per la mia esperienza – causa di divisione.
Uscendo fuori dalle nostre categorie abituali e dalle
nostre questioni consuete, correlando ciò che è ordinario
con ciò che è inaspettato, giustapponendo ciò che è
interno a ciò che è esterno, mettendo in dialogo ciò
che è al centro con ciò che è ai margini, non solo c'è
la reale possibilità di avere una visione nuova, ma
anche la fortunata possibilità che tale visione risulti
come bene di chi non ci si aspetta, degli estranei e
degli emarginati – e non semplicemente dei cappuccini.
E, dal punto di vista della missiologia di comunione,
se il nostro riesame della minorità ordinata non risulta
per il bene della più vasta Chiesa e del più vasto mondo
e specialmente di coloro che la Chiesa e il mondo minimizzano
e marginalizzano, allora il nostro esercizio non solo
è fallito ma effettivamente è un esercizio negativo.
Quali saranno i partner del nostro
dialogo nell'elaborare la nostra correlazione al servizio
di un sacerdozio cappuccino rivisitato? Siccome i partner
del nostro dialogo necessariamente sono limitati dal
breve tempo che abbiamo davanti a noi, sembra più positivo
di impegnare partner del dialogo nella Chiesa e nel
mondo che possano offrire esplicite anche se inaspettate
analogie con l'oltrepassamento delle frontiere che si
riflette nel sacerdozio cappuccino. Specificamente,
proporrei due dinamiche operative nel nostro mondo e
nella Chiesa, che hanno, tutt'e due, qualcosa da offrire
e qualcosa da guadagnare da questo dialogo: si tratta
della biculturalismo e del fenomeno della duplice appartenenza
religiosa.
Le considereremo l'una dopo l'altra,
prima descrivendole e poi considerando cosa questi partecipanti
al dialogo possono offrire per una rinnovata visione
del sacerdozio cappuccino e ciò che il sacerdozio cappuccino
a sua volta può offrire a coloro che vivono biculturalmente
o simultaneamente in due comunità religiose. Alla fine,
cercherò di trarre alcune conclusioni da queste correlazioni
circa una rinnovata visione del sacerdozio cappuccino
e offrire alcune strategie per far progredire tale visione.
Biculturalismo
Una delle caratteristiche della società
dell'ultima parte del ventesimo secolo è il fenomeno
conosciuto come globalizzazione. Si tratta di un complesso
fenomeno politico, economico e sociale che risulta dalla
convergenza di differenti forze. Nella sua analisi riassuntiva
Robert Schreiter indica tre di tali forze come particolarmente
influenti. La prima, affermatasi nel 1989 con il collasso
della sistemazione politica bipolare, è l'emergere relativamente
rapido di un mondo multipolare. Schreiter nota che avanti
la caduta del muro di Berlino il pianeta poteva essere
diviso in un Primo e in un Secondo Mondo, che grosso
modo rappresentavano il sistema democratico e capitalista
di fronte al sistema sociale e comunista. Questa divisione
Mosca-Washington, con nazioni allineate dall'una parte
e dall'altra, era chiaramente bipolare e in opposizione,
cosa indicata dalla minaccia della vicendevole distruzione
nucleare. Le povere nazioni dell'emisfero sud costituivano
il cosiddetto Terzo Mondo, il quale alle volte poneva
in contrapposizione il Primo e il Secondo Mondo per
trarne vantaggio, e alle volte serviva da teatro di
guerre per procura fra i due. Con il rapido collasso
di questa suddivisione del potere fra i due poli, il
mondo è divenuto un luogo multipolare, di cui nessuno,
afferma Schreiter, è riuscito a tracciare una carta
in modo convincente.
Una seconda forza nell'emergere della
globalizzazione è la crescita dei mercati globali e
l'espansione mondiale del capitalismo di mercato. Schreiter
scrive che questo tipo di capitalismo è caratterizzato
dal fatto che ignora le frontiere nazionali, dalla sua
abilità a muovere i capitali con rapidità e dal suo
impegno a progetti a breve termine che massimalizzano
i margini di profitto. Come il nuovo mondo politico,
anche questa economia globalizzata è multipolare, nonostante
che gli Americani siano senza dubbio alcuni dei più
importanti "globalizzatori".
Il terzo fenomeno indicato da Schreiter
nel processo di globalizzazione è il progresso nelle
tecnologie della comunicazione. Le rivoluzioni nelle
telecomunicazioni, il poter viaggiare con grande rapidità,
e specialmente Internet hanno dato nuova forma al nostro
modo di percepire tempo e spazio. Le tecnologie della
comunicazione del XXI secolo "rendono possibile
una rete che sempre più elude il controllo gerarchico;
la rete ha preso il posto della gerarchia come modello
sociale per la comunicazione".
Schreiter conclude
che
"la convergenza di questi tre
fenomeni – il mondo multipolare, il capitalismo globale
e le tecnologie della comunicazione – creano quel fenomeno
che è conosciuto come globalizzazione… definito qui
[come] l'estensione degli effetti della modernità al
mondo intero e la compressione di tempo e spazio, tutto
avvenendo allo stesso tempo".
Uno degli effetti di questa compressione
di tempo e spazio è un aumentato multiculturalismo.
Il multiculturalismo era un fenomeno già riconosciuto
prima dell'ultima parte del XX secolo. Per esempio,
l'Australia – una delle nazioni più multiculturali del
mondo - ha avuto grandi immigrazioni da Gran Bretagna,
Europa e Asia per tutto il periodo della storia moderna.
Ma la globalizzazione decisamente ha intensificato il
livello di multiculturalismo in tutto il mondo. Ciò
è certamente vero per l'Europa dell'ultima parte del
XX secolo, particolarmente per ciò che riguarda la Repubblica
federale tedesca, che ha sperimentato continue ondate
di immigranti in cerca di lavoro, rifugiati di guerre
civili e persone in cerca di asilo nell'ultima metà
del XX secolo. Per noi cappuccini, che attualmente viviamo
in 95 nazioni e comprendiamo "centinaia di comunità
etniche", le dinamiche di un tale multiculturalismo
sono così importanti che lo scorso mese di febbraio
l'Ordine ha celebrato ad Addis Abeba un convegno sul
tema "Fraternità e Etnicità".
Con la nostra crescente presa di coscienza
e con l'accresciuta conoscenza delle dinamiche del multiculturalismo,
gli specialisti in campo culturale e specialmente gli
psicologi interculturali hanno cominciato ad esplorare
il fenomeno noto come biculturalismo. Alle volte il
biculturalismo è definito come "la capacità delle
persone di una minoranza culturale a comprendere e a
lavorare nell'ambito della cultura dominante per migliorare
il loro benessere economico e/o fisico nell'interazione
che hanno con tale cultura… [pur conservando] la conoscenza
e i modi di comportamento della loro propria cultura
nativa". Altri sostengono che il biculturalismo
rappresenta soltanto una fase transitoria nel passare
da una cultura all'altra ed è il punto intermedio nel
processo del passaggio dalla completa segregazione all'ideale
che è costituito dalla totale assimilazione. Infine
alcuni pensano che lo stato di biculturalismo è per
definizione un'esperienza di emarginazione, nella quale
le persone non sono a proprio agio in nessuna delle
due culture, ma si trovano di fronte alla sfida di creare
uno spazio dove tale separazione può essere di continuo
esplorata, riconosciuta e cambiata.
Tuttavia recentemente alcuni studiosi hanno sostenuto
che il biculturalismo non è necessariamente un'esperienza
di emarginazione o di dislocazione. Né è un passo intermedio
e spiacevole verso l'assimilazione. Piuttosto il biculturalismo
è visto da alcuni come un sano e addirittura ideale
stadio di adattamento, nel quale la propria originale
visione culturale del mondo rimane intatta mentre vengono
acquisiti elementi della cultura alternativa. Jean Phinney,
per esempio, ha sostenuto che essere membro di due culture
non significa esistere nel mezzo delle due, non denota
uno stato in cui uno sarebbe intrappolato, in cui uno
appunto è preso nel mezzo; ma piuttosto il biculturalismo
può essere una posizione integrata della vita, nella
quale uno appartiene a due culture – a vari livelli
– allo stesso tempo.
Questa visione del biculturalismo
suggerisce che la capacità di vivere con successo ciò
che alcuni hanno chiamato "un'esistenza congiunta"
non significa raggiungere un punto perfetto di equilibrio
fra le culture, ma sviluppare la capacità di impegnarsi
in un continuo processo di negoziato fra culture. A
questo fine i ricercatori hanno trovato che le persone
biculturali non accettano elementi dalle due culture
che costituiscono la loro identità allo stesso grado
e allo stesso tempo. Invece, siccome le loro auto-identità
si modulano in accordo con la situazione sociale, anche
l'equilibrio fra le loro risorse culturali viene riaggiustato
per affrontare ogni nuova situazione sociale. Tali persone
sembra che abbiano raggiunto un elevato livello di acculturazione
e divengano assai capaci di elaborare vari aspetti delle
loro identità culturali secondo il bisogno. Io sostengo
che questo modo di concepire il biculturalismo più positivo
e dinamico offre un'utile analogia per riflettere sull'unione
fra minorità e sacerdozio. In particolare, credo che
esso contribuisca alla riflessione su minorità e sacerdozio
in tre distinti modi.
Prima di tutto, la struttura biculturale
suggerisce che essere un minore ordinato non significa
essere posto in una posizione nella quale uno è forzato
a scegliere fra l'uno e l'altro aspetto della sua identità
ecclesiale come primario o fondazionale. Penso che,
sfortunatamente, ciò avvenga spesso, specialmente quando
noi usiamo un linguaggio sequenziale per descrivere
le nostre identità ecclesiastiche, come "prima
cappuccino e solo dopo sacerdote". Tale linguaggio
si pone fuori dai parametri di una mutua critica correlazione
e fa capire che una vocazione non è voce così importante
o così privilegiata per l'identità come l'altra. Altra
cosa è riconoscere la formazione nella comunità cappuccina
come la formazione originaria, che ordinariamente viene
prima, e che solo dopo di essa uno è formato al ministero
sacerdotale. Ma questa successione storica non nega
la possibilità che un frate viva una vita integrata
come minore ordinato, nella quale sia la professione
religiosa che l'ordinazione sono parti uguali del dialogo
nella vita della sua vocazione. Affermare che qui si
tratta di qualcosa di più che di una successione storica
– in altre parole, dare una priorità teologica invece
che "culturale" alla successione professione-ordinazione
– effettivamente introdurrebbe una specie di colonialismo
nel nostro modo di pensare il sacerdozio cappuccino,
suggerendo che l'unica forma accettabile di sacerdozio
è quella che in qualche modo è stata addomesticata dalla
vita cappuccina.
Tuttavia l'immagine del biculturalismo
suggerisce un altro cammino. Il minore ordinato come
la più vasta comunità cappuccina che accetta volentieri
l'unione fra la professione e l'ordinazione, a causa
di tale realtà sono invitati a una particolare forma
di inculturazione che modella e appoggia l'integrazione
senza limitare né l'una né l'altra. È una svolta verso
ciò che alcuni teologi chiamano "dualismo complementare"
– un'immagine che si rapporta al pensiero simbolico
"Yin-Yang" dell'Asia orientale, pensiero che
è inclusivo, cioè la forma di pensiero "sia/sia",
che si distingue dalla forma di "dualismo conflittivo"
o "o/oppure" che caratterizza in modo così
marcato il pensiero occidentale. Il biculturalismo rivela
che nella realtà congiunta del frate-ordinato effettivamente
esiste una grazia nell'essere tale: per l'individuo,
la comunità, la chiesa e il mondo. Il biculturalismo
indica che questa congiunzione è un dono da accettare,
non un problema da risolvere. Esso è, come afferma Jung
Young Lee, un invito non solo a essere "sia/sia",
non solo "fra", ma nell'accettazione di tale
nuova marginalità ad essere "dentro e al di là",
trascendendo il presente per modellare una nuova identità,
una nuova concezione, una nuova relazionalità come "armonia
di differenza".
Un secondo contributo del biculturalismo
alla nostra comprensione del sacerdozio cappuccino è
ciò che esso ci rivela riguardo alla natura dinamica
di questa congiunzione. Come notato precedentemente,
vari studi hanno dimostrato che le persone biculturali
non accettano elementi delle due culture che costituiscono
le loro identità allo stesso grado e nello stesso tempo,
ma che il rapporto della autoidentità di uno varia a
seconda della situazione sociale. Questo sguardo nella
dinamica dell'identità biculturale offre allo stesso
tempo un'utile visione come un'importante strategia
sia per la comunità cappuccina che accetta la professione
e l'ordinazione che per quei molti individui nella nostra
fraternità che incarnano questa analogia ecclesiale
di biculturalismo.
Esattamente come una persona afro-americana,
che acquisisce lo stato integrato di biculturalismo,
sa quando dare rilievo alla sua africanità, quando dare
rilievo alla sua identità americana, o tenere i due
elementi in equilibrio, così la fraternità cappuccina
come i singoli frati ordinati nella fraternità possono
acquisire sufficiente integrazione per sapere quando
è appropriato dare rilievo all'aspetto cappuccino della
nostra identità ecclesiale, quando dare rilievo all'aspetto
sacerdotale della nostra identità ecclesiale, o quando
tenere i due elementi in equilibrio.
Un esempio concreto di come ciò possa
essere fatto riguarda la questione della concelebrazione,
un tema già affrontato nella nostra storia introduttiva.
Credo che l'atto della concelebrazione da parte di un
frate ordinato necessariamente sottolinea l'aspetto
sacerdotale della sua identità ecclesiale. Ciò alle
volte ha una molto appropriata sottolineatura, come,
per esempio, nella Messa crismale celebrata con il vescovo.
Altre volte, invece, la concelebrazione è decisamente
non appropriata perché essa sottolinea l'aspetto sacerdotale
dell'identità ecclesiale di un frate, mentre il rito
sta effettivamente sottolineando l'identità cappuccina.
Un esempio di questo potrebbe essere la celebrazione
della prima professione. Può essere appropriato celebrare
la prima professione nel contesto dell'Eucaristia; ma
avere la concelebrazione durante un tale rito sposta
in modo inappropriato l'equilibrio verso l'asse sacerdotale
dell'identità ecclesiale comunitaria, mentre il centro
primario della prima professione è l'aspetto cappuccino
della nostra identità ecclesiale. La concelebrazione
non è un diritto assoluto e deve essere regolata - ma
regolata in modo che il giusto aspetto della nostra
congiunta identità individuale e comunitaria venga posto
in rilievo. Se la nostra congiunta identità deve effettivamente
progredire verso uno stato di essere di un avanzato
livello di inculturazione, allora sia gli individui
che le comunità necessitano di un repertorio dinamico
di risposte, ognuna adattata alle specifiche circostanze
che si presentano, in modo che si possa mantenere un
giusto equilibrio fra il carisma della professione e
dell'ordinazione. Un risposta unica, campione [ per
esempio, che la concelebrazione non sia mai permessa
o "io concelebro sempre" ] è allo stesso tempo
superficiale e potenzialmente distruttiva. Da notare
che lo scopo di qualsiasi strategia dinamica in vista
del nostro biculturalismo ecclesiale non è di sopprimere
o di ignorare l'uno o l'altro aspetto dei carismi della
nostra comunità incarnati nella presenza di minori ordinati,
ma di rendere possibile il loro giusto e dinamico equilibrio.
Un terzo contributo che viene dall'usare il biculturalismo
come struttura per riflettere sulla relazione fra minorità
e ordinazione è il suo forte invito ad essere solidali
con il crescente numero di sorelle e fratelli in tutto
il mondo per i quali il biculturalismo non è un'opzione
ma un fatto della loro vita di tutti i giorni. In termini
di migrazione internazionale, per esempio, gli ultimi
tre decenni hanno visto una crescita di più del 230%
nel numero di persone che vivono fuori dei loro paesi
di nascita, un numero correntemente stimato a più di
185 milioni. Questo e altri fattori nel nostro mondo
multiculturale contribuiscono allo sviluppo di una crescente
popolazione di ciò che i sociologi chiamano "razza
mista". Per dare solo un esempio, la Gran Bretagna
oggi sta sperimentando livelli record di
"coabitazione, matrimoni e relazioni
romantiche fra differenti gruppi etnici e razziali.
Secondo le ultime statistiche di censo per l'Inghilterra
e il Galles, 660.000 persone si descrivono come di etnicità
mista. Il più grande gruppo misto è quello bianco e
nero caraibico, 237.000, dei quali 137.000 (57,5%) hanno
15 anni o meno. Estrapolando questi dati, il numero
dei britannici implicati in situazioni di razza mista
è molto più grande di questo numero ed è in crescita.
La popolazione di razza/etnicità mista è adesso la terza
più grande minoranza in Gran Bretagna, il 14,6% rispetto
alla totalità delle minoranze etniche, seconda rispetto
alle comunità indiana e pakistana e più grande delle
popolazioni caraibiche e africane".
Come voi avete potuto capire, questa
popolazione in espansione ha oggi pure il profilo di
età più giovane in Gran Bretagna. Secondo recenti pubblicazioni
del governo, 55% di quelli identificati come di razza
mista erano al di sotto del 16 anni, mentre la proporzione
della popolazione bianca sotto i 16 anni era solo del
19%. Come giustamente ha osservato Elizondo, "il
futuro è meticcio".
Evidentemente il biculturalismo e
la razza mista non sono necessariamente termini sinonimi,
specialmente se uno pensa al biculturalismo come ad
uno stato avanzato di acculturazione. Sfortunatamente
per molti se non per la maggior parte degli immigranti
e delle persone di origine di razza mista la loro situazione
è una situazione di emarginazione, di itineranza costretta
e di minorità forzata – non una situazione di integrazione.
Ma cosa ha a che fare questa globale situazione con
i cappuccini e con il sacerdozio e la minorità? Dalla
mia prospettiva, ha a che fare in modo totale!
Nella sua Lettera circolare n. 20,
fr. John Corriveau parla di fraternità evangelica in
un "mondo che cambia". In questa lettera –
appoggiandosi alla Lettera apostolica del Papa Giovanni
Paolo II Novo Millennio Ineunte – suggerisce che una
nuova immagine per descrivere la nostra fraternità è
quella di "casa e scuola di comunione" [2.1].
Evidentemente la comunione, koinonìa, e la comunità
sono esperienze a cui agognano tutti sulla terra – in
particolare, quei milioni di abitanti del mondo che
sono spostati, che vivono una vita culturale biforcata.
Essi desiderano ardentemente di potersi spostare dai
margini e trovare una società che permetta loro di vivere
la loro propria vita, composta da elementi sociali e
culturali disparati, in un modo integrato e pacifico.
Se noi dobbiamo essere in missione
per queste persone spostate e sconvolte, come ci esortano
le nostre Costituzioni [n. 174, 1] e le forti indicazioni
del III CPO (Mattli, 1978), allora si deve riconoscere
che, secondo le parole di tale Consiglio, il nostro
primo passo nell'evangelizzazione è "con l'esempio
della propria vita". La natura ecclesialmente "mista"
della comunità cappuccina internazionale è, secondo
la mia opinione, una risorsa trascurata nella nostra
missione verso coloro che sono in situazioni di disagio
nelle diverse nazioni, lingue e culture, perché noi
incarniamo l'equivalente ecclesiastico del biculturalismo,
noi siamo il parallelo religioso di ciò che alcuni studiosi
postmoderni chiamano "ibridismo". Noi siamo
una comunità ibrida, un'unione di laici e di chierici,
elementi disparati intessuti insieme in una singola
ma non omogenea identità. Siamo un esempio vivente –
o almeno un esempio potenziale – di inculturazione ecclesiastica,
una comunità in cammino verso l'integrazione delle culture
clericale e laicale in una via tertia. E se, come ha
asserito l'Assemblea dell'Ordine a Lublino nel 1992,
la fraternità è il luogo dove questa e tutte le forme
di inculturazione cominciano, allora la minorità emerge
non solo come una caratteristica della vita cappuccina,
ma come modo dinamico di inculturazione: un mezzo per
mostrare stima agli altri senza condizionarli, la volontà
di accettare l'ambiguità di una realtà composita come
grazia evangelica. Così il biculturalismo non solo offre
una critica e un contributo alla vita cappuccina, ma
la vita cappuccina offre un critica potenziale e un
contributo a quella concezione del biculturalismo che
lo vede solo come uno stadio intermedio, una esistenza
permanentemente marginalizzata o perfino una realtà
definita soltanto dalla etnicità.
Duplice appartenenza religiosa
Fino a questo punto abbiamo preso
in considerazione il biculturalismo e alcuni aspetti
della più vasta realtà nel nostro ripensamento dell'immagine
del sacerdozio cappuccino. Queste varie forme di ibridismo
sono molto comuni nel nostro mondo complesso e forme
diverse di ibridismo e di complessità vengono sempre
di più a costituire la Chiesa cattolica di oggi. Una
di esse è il fenomeno della duplice appartenenza religiosa,
che, credo, può offrire un utile mezzo per ripensare
l'unione di professione e ordinazione per i minori.
La duplice appartenenza religiosa
– cioè, aderire ad una religione e allo stesso tempo
accettare gli insegnamenti o le pratiche di un'altra
religione – appare come un altro fenomeno, la cui crescente
frequenza può contribuire al processo di globalizzazione.
Certamente in Occidente, e in una Chiesa come la nostra
tradizionalmente centrata in Occidente, ciò sembra essere
il caso. Tuttavia in paesi come il Giappone la duplice
appartenenza religiosa non è solo una realtà diffusa
ma anche tradizionale e che risale a prima del tempo
della globalizzazione. Per esempio, recenti statistiche
del governo indicano che in un paese di 126 milioni
di persone, circa 100 milioni di giapponesi si identificano
come aderenti allo shintoismo e 95 milioni come buddisti.
L'unica conclusione che si può tirare da tali statistiche
– che non includono seguaci di molte nuove religioni
né i non credenti in Giappone – è che la maggioranza
dei Giapponesi si considerano sia shintoisti che buddisti.
La duplice appartenenza religiosa
non solo è la regola in paesi come la Cina, il Giappone,
la Corea, il Vietnam, l'India, il Nepal e lo Sri Lanka,
ma essa è effettivamente anche alla radice delle origini
cristiane. Come scrive Claude Geffré,
" All'inizio gli ebrei che erano
divenuti discepoli del cammino di Gesù trovarono cosa
del tutto normale continuare ad andare alla sinagoga,
circoncidersi e non mangiare certe specie di carni impure.
Così essi credettero nella possibilità di rimanere ebrei
pur divenendo cristiani".
Tuttavia, nonostante la storia, la
duplice appartenenza religiosa è emersa come problema
teologico "nelle religioni che richiedono un impegno
assoluto ed esclusivo per i loro fondatori e/o le loro
fedi da parte dei loro aderenti ". Peter Phan fra
tali religioni enumera il giudaismo, il cristianesimo
e l'islamismo. Egli nota che
"queste tre religioni si considerano
non solo mutuamente incompatibili ma anche irriconciliabili
con qualsiasi altra religione, in modo che la "conversione"
a qualcuna di esse è spesso celebrata con un rito esterno
che indica una totale abiura di ogni precedente fedeltà
religiosa".
Nonostante tali posizioni ufficiali,
un numero sempre maggiore di studiosi cristiani e romano
cattolici pensa che il fenomeno della duplice appartenenza
– essere un cristiano hindù o un cristiano buddista
– non è solo secondario ma forse è perfino desiderabile.
Io lascio questo dibattito ai teologi interessati al
pluralismo religioso; voglio però esaminare due distinti
contributi che questa analogia della duplice appartenenza
religiosa apporta al nostro ripensamento del sacerdozio
cappuccino.
Prima di tutto, il fenomeno della
duplice appartenenza religiosa è un catalizzatore per
un particolare e promettente tipo di dialogo in un terreno
notoriamente difficile. Quando singole persone e comunità
si identificano simultaneamente con due distinte tradizioni
religiose, esse pongono il potenziale di dialogo ad
un inusuale livello di apertura e lo svuotano dell'asprezza
che spesso caratterizza i contatti fra le diverse religioni.
Descrivendo l'effettivo dialogo interreligioso, Jacques
Dupuis nota che "per essere vero, il dialogo interreligioso
fra persone di differenti fedi esige che tutti i partecipanti
facciano un positivo sforzo per entrare per quanto possibile
ciascuno nell'esperienza religiosa e nella visione complessiva
dell'altro". Tale empatia è un dono particolare
di quelle persone e di quelle comunità che vivono non
fra l'una e l'altra religione ma dentro due differenti
esperienze religiose. Il loro dialogo è effettivamente
un dialogo del proprio essere con la capacità di un
onesto e autentico interscambio e critica secondo uno
stile di complementarietà più che di esclusione. Il
loro dialogo è in effetti un autoesame che richiede
particolare umiltà e onestà.
Un tale dialogo non costituisce soltanto
una tecnica di sopravvivenza ma una potente forma di
testimonianza e di evangelizzazione. Mostra il cristianesimo
nel suo aspetto più accogliente, permettendo la "mutua
complementarietà" che arricchisce tutti i partecipanti
al dialogo. È il rigetto delle forme colonialiste dell'attività
missionaria, nelle quali la finalità è quella di imporre
ad un'altra comunità le proprie credenze religiose e
uno squisito esempio di un nuovo genere di dialogo missiologico
– una "missione a rovescio" – nel quale si
sviluppa un'autentica reciprocità fra il missionario
e la comunità.
Analogamente la vita cappuccina del
XXI secolo incarna una specie di "duplice appartenenza
religiosa" nella congiunzione fra ordinazione e
professione religiosa. È questo sia lo stato dei frati
individualmente presi che la stessa natura della nostra
fraternità contemporanea. L'invito positivo di questo
fenomeno è l'appello a un pubblico dialogo del proprio
essere, una nuova risposta al richiamo delle nostre
Costituzioni al "mutuo dialogo" nello spirito
di fraterna comprensione e di sincera stima, un impegno
ad un continuo autoesame di questa giustapposizione
di carismi caratterizzato da empatia, onestà e ospitalità.
Nella misura in cui noi siamo capaci di sostenere un
tale umile dialogo – non come mezzo per risolvere alcune
problematiche avvertite nella nostra identità cappuccina,
ma come modo di una continua minoritica autoriflessione
– in tale misura la vita cappuccina si rivela in modo
nuovo come testimonianza evangelica per coloro che sono
al di fuori della comunità romano cattolica. Allo stesso
tempo, tale dialogo minoritico diviene una forma particolarmente
incisiva di "nuova evangelizzazione", non
solo nel senso originario che le è stato dato dal Papa
Giovanni Paolo II come "risveglio dei paesi tradizionalmente
cristiani all'urgenza del Vangelo", ma nuova evangelizzazione
per una Chiesa che si trova più generalmente di fronte
alla sfida di battesimo e ordinazione, nello sforzo
di affrontare quella particolare alienazione dei fedeli
come risultato del clericalismo e bisognosa di nuovi
modelli per il ministero ordinato.
Un secondo contributo del fenomeno
della duplice appartenenza religiosa al nostro ripensamento
del sacerdozio cappuccino è il suo invito alla riconciliazione.
Poche forme di violenza sono così nefande come quelle
perpetrate in nome della religione. Le guerre sante
sono una realtà umana conturbante e un'eredità particolarmente
sconvolgente fra gli ebrei, i cristiani e i mussulmani.
Nella sua classica opera Violence and the Sacred René
Girard ha dimostrato come religione e violenza siano
strettamente unite nelle antiche religioni. Tuttavia,
come dimostrano recenti eventi in Bosnia, Irlanda del
Nord, Israele, Afghanistan e in molti altri luoghi in
tutto il mondo, l'inseparabilità di religione e violenza
non è relegata al tempo antico. È triste a dirsi come
ci siano ancora oggi molti che continuano ad accettare
la violenza come un "sacro dovere".
Come cristiani siamo chiamati a confessare
gli orrori che abbiamo perpetrati sotto le insegne di
Cristo. Come sintetizza John Cobb,
La nostra storia è piena di persecuzioni
di ebrei ed eretici. Abbiamo approvato e santificato
conquiste e schiavitù. Abbiamo rafforzato il patriarcato
in forme estreme e orribili. Abbiamo ignorato le conseguenze
delle nostre azioni per il benessere del mondo naturale,
minacciando così il futuro umano sul pianeta. Abbiamo
usato il potere politico ed economico per imporre con
la forza le nostre credenze agli altri.
Pochi hanno espresso la necessità
che abbiamo di confessare tali peccati di commissione
e di omissione come il Santo Padre, che durante il suo
pontificato ha confessato i torti che la Chiesa ha fatto
contro gli ebrei, gli ortodossi, le minoranze e molti
altri. Questo è un passo essenziale verso la riconciliazione.
Tuttavia il perdono non è un potere che appartiene a
chi ha fatto il male ma un dono che appartiene alle
vittime, e un dono che essi possono dare quando non
sono più demonizzati, colonizzati, banalizzati o in
qualsiasi altro modo respinti come "altri".
Coloro che hanno esperienza della
grazia della duplice appartenenza religiosa possono
mostrarci la strada. Essi hanno abbracciato l'altro
in se stessi, e sono divenuti icone viventi del dialogo
interreligioso. Come modelli dinamici di integrazione,
essi rendono chiaro che la riconciliazione non è un
atto che si fa e si termina una volta per tutte, ma
una posizione profetica costante. Gli individui e ancor
più le comunità di duplice appartenenza religiosa sono
un simbolico antidoto alla violenza che nasce dall'ignoranza
religiosa o dal rigetto dovuto alla religione e mostrano
il cammino verso Shalom.
Analogamente una comunità minoritica
di frati laici e di frati ordinati ha la capacità di
essere iconica in modo simile. Non solo il frate ordinato
individualmente preso ma ancor più la comunità, che
comprende frati laici e frati ordinati come fratelli
di uno status ecclesiale distinto ma uguale, è in un
certo senso una comunità che accetta una duplice appartenenza.
È una comunità che annuncia che non ci sono alieni e
stranieri fra di noi e che la diversità è accettata
positivamente.
Quale potente testimonianza per una
Chiesa, nella quale c'è una diffusa alienazione e perfino
violenza fra membri laici e membri ordinati! Movimenti
internazionali hanno fatto notare una crescente preoccupazione
riguardo alla cultura clericale, che molti credono che
abbia contribuito in modo significativo all'abuso scandaloso
che ha scosso la Chiesa cattolica romana nel mio paese
e altrove. E come molti laici si sentono alienati dal
clero, così esiste il fatto che un numero crescente
di appartenenti al clero si pensano come separati dai
laici. Per esempio, lo stimato sociologo Dean Hoge in
un recente studio su sacerdoti romano cattolici da poco
ordinati riferisce che il 75% dei sacerdoti diocesani
attivi negli USA ordinati fra il 1995 e il 1999 pensa
che l'ordinazione conferisce ai sacerdoti uno status
che li rende essenzialmente differenti dai laici. Il
69% di questi ordinati crede che un sacerdote deve considerare
se stesso come un "uomo separato" da parte
di Dio. Inoltre, il 36% di questi nuovi sacerdoti crede
che i laici devono essere "meglio formati a rispettare
l'autorità della parola del sacerdote". In altre
parole, sembra che – certamente negli USA – ci sia un
diffuso stato di fatto che dimostra come molti membri
del clero romano cattolico e molti laici si vedono gli
uni rispetto agli altri come differenti e irriconciliabili
stranieri, addirittura alieni.
Noi non solo viviamo in una "comunità
mista" chiamata "cappuccina", ma viviamo
in una più grande "comunità mista" chiamata
"Chiesa". Nella sua Esortazione apostolica
Vita Consecrata, il Papa Giovanni Paolo II ha definito
le comunità miste come quegli istituti che "si
configuravano come fraternità, nelle quali tutti i membri
– sacerdoti e non sacerdoti – erano considerati uguali
tra di loro". Non dovremmo pensare alla Chiesa
come "comunità di sorelle e fratelli nella quale
tutti i membri, sacerdoti e laici, sono considerati
uguali fra di loro"? L'unica strada per giungere
a questa visione è la strada della riconciliazione.
E come quelle comunità che vivono una vita di duplice
appartenenza religiosa e sono icone e agenti di tale
riconciliazione, evitando distinzioni religiose e accettando
la diversità in se stessi, così dobbiamo essere noi
per la Chiesa: agenti di riconciliazione che, imitando
il Crocifisso, vogliamo spezzare il circolo della violenza
e dare forma ad una nuova strada di essere chiesa, una
nuova maniera di essere sacerdoti, non fondata sulla
separazione e la sacralizzazione, ma sulla solidarietà
e l'umile servizio – cioè la posizione dell'autentico
frate minore.
Strategie
Riflettendo sulla giustapposizione di sacerdozio e carisma
francescano della minorità, mi sono proposto di non
comporre una qualche litania di rimpianti, descrivendo
dettagliatamente le possibilità e i problemi reali che
potrebbero sorgere o sono sorti da questa unione. Piuttosto
ho pensato che fosse una migliore spesa di energie esplorare
la possibilità di una ristrutturazione dell'immagine
di questa alleanza, in modo da poter essere vista sempre
più come una condivisione di grazia piuttosto che di
dis-grazia, di una santa prassi piuttosto che di una
cattiva-prassi. A questo scopo, ho cercato di evitare
il modo usuale di pensare riguardo al carisma della
minorità, quello del sacerdozio o quello della congiunzione
dei due. Invece, prendendo in considerazione due differenti
forme di ibridismo che sono molto frequenti in questo
mondo postmoderno – cioè il biculturalismo e la duplice
appartenenza religiosa – e, in particolare, centrando
l'attenzione su interpretazioni decisamente ottimistiche
di queste forme di ibridismo, ho tentato di dare una
immagine rinnovata della minorità ordinata, immagine
che abbia forma di non opposizione, e quindi sia complementare
ed evangelica.
Implicita in questo esame è stata
la riconsiderazione non solo della minorità ma anche
di ciò che significa essere cappuccino e in particolare
che cosa ciò significa per una fraternità e non semplicemente
per una persona individualmente presa. Se è del tutto
chiaro, sia storicamente che teologicamente, che il
sacerdozio in nessun modo è essenziale alla vocazione
francescana, sostengo invece che il sacerdozio è una
componente de facto dell'identità cappuccina contemporanea
e non solo deve essere riconosciuta ma accettata come
tale. Se, in accordo con le più recenti statistiche,
alla fine del 2002 c'erano nell'Ordine 9.093 professi
perpetui e di essi 7.080 o circa il 77,9% erano sacerdoti,
allora penso che non si tratti di un aspetto irrilevante,
estraneo o accidentale della nostra vita comune o autoidentità.
E, data la tendenza statistica dell'ultimo decennio,
non sembra che questo aspetto della realtà cappuccina
stia andando verso la scomparsa. È un dato di fatto
che dobbiamo prendere seriamente.
Questo significa che per essere "un"
cappuccino uno deve essere ordinato? Evidentemente,
no. Ma, ancora, la considerazione non riguarda questo
o quel cappuccino in particolare, ma la stessa natura
della fraternità cappuccina che innegabilmente è "mista".
Uno dei motivi per cui non ho speso
nessuna energia sullo sviluppo storico di questa realtà
è perché penso che l'attuale sfida non è quella di negare
tale realtà cappuccina, con il richiamarsi ad certo
puro ideale francescano o a una teoria di cappuccinità
che isola o addirittura nega l'importanza del sacerdozio
nella nostra vocazione, ma di affrontare direttamente
questo fatto, questo innegabile dato attuale, per poter
offrire un'interpretazione nuova, costruttiva, positiva
e autentica di questa realtà mista. La capacità e la
volontà di far questo è in se stessa, così penso, un
autentico gesto di minorità.
Essere una comunità mista che evita
strategie di svalutazione o di segregazione, essere
una comunità mista che rigetta la tolleranza come accettabile
modus vivendi, essere una comunità mista che, invece,
si sforza di essere una fraternità modello di dialogo,
di riconciliazione, di nuova evangelizzazione e di missione
è, secondo la mia opinione, una comunità disposta non
solo ad accettare la minorità, ma ad accettare una minorità
che è trinitaria.
La triplice fornace di amore che noi
chiamiamo Trinità è una infinita ripetizione dell'altro,
caratterizzata da un torrente di dare e di ricevere
che non ha mai fine, come è celebrato magnificamente
nel grande canto del secondo capitolo della Lettera
ai Filippesi. Dio, come tre in uno, si rivela come deità
nella "missione" beatifica del divino sé.
Ma questo dare e ricevere, questa divina "missione"
è caratterizzata da un'eterna umiltà, nella quale nessuna
Divina Persona è limitata nello scambio vicendevole.
Anzi, lo scambio vicendevole fra il Padre e il Figlio
è così pieno che genera la Santità nello Spirito cioè
lo Spirito Santo. Qui è la divina origine dell'"essere
in e al di là" pieno di amore. Questa è la divina
icone della minorità, nella quale non c'è un'alienazione
in funzione di sé ma soltanto un servizio di complementarietà.
Non c'è un qualcosa di mezzo che venga escluso, non
un'esistenza "o/oppure" nell'eterno Dio, ma
ciò che le nostre sorelle e i nostri fratelli dell'Asia
hanno insegnato è essere una relazionalità "Yin-Yang",
nella quale, al di là della coesistenza, ciascuno esiste
nell'altro. Credo che la sfida di minorità fondata sulla
rivelazione trinitaria sia, per noi, la stessa: permanere
fraternamente ed ecclesialmente gli uni negli altri.
Come possiamo andare verso questa
minorità trinitaria? Come possiamo modellare una fraternità
non solo mista nel fatto ma con una spiritualità di
complementarietà sufficientemente vasta da abbracciare
i frati laici e i frati sacerdoti e da proiettarci al
di là di noi stessi a servizio di una Chiesa che si
dibatte a causa della sua stessa mista identità e a
servizio di un mondo pieno di ibridismo? Credo che per
rispondere a queste domande possiamo prendere alcune
indicazioni dalle nostre Costituzioni, le quali nel
capitolo II ammoniscono il personale formativo a far
in modo "che i frati in formazione acquistino una
cultura viva e coerente". Spesso pensiamo la cultura
in termini di etnicità e di razza, ma la cultura, evidentemente,
è una dinamica assai più vasta di tutto ciò. Questo
è un fatto riconosciuto dal IV CPO (Roma 1981), che
ha considerato la formazione in vista della grande diversità
che caratterizza coloro che entrano nell'Ordine. Il
Consiglio prosegue sottolineando l'importanza dell'inculturazione,
cioè "l'integrazione dell'esperienza vissuta del
carisma francescano-cappuccino nella cultura del popolo
in mezzo al quale i frati vivono e lavorano". Questo,
secondo il IV CPO, si ottiene mediante la partecipazione,
l'apertura, l'integrazione e la conversione.
Se questo processo di inculturazione
è da integrarsi nel processo di formazione, nel quale
i frati singoli e le comunità sono chiamati a "superare
la tendenza a crearsi un mondo chiuso e partecipano
invece alle esperienze degli altri", allora credo
che un primo passo verso la minorità trinitaria è quello
di inculturare intenzionalmente i frati, fin dal principio,
ad essere minori biculturali, che esplicitamente fin
dall'inizio affrontano la realtà della natura mista
della nostra comune vocazione. Normalmente molti dei
nostri programmi di formazione iniziale non trattano
della questione del sacerdozio fino almeno a dopo il
postulato e il noviziato, se non più tardi. Mi sembra
che facendo così noi perdiamo l'occasione di migliorare
la capacità di un frate ad accettare la dualità complementare
che è una caratteristica della vita cappuccina del XXI
secolo. Se la preoccupazione dei nostri programmi di
formazione iniziale è solo rivolta a quelle cose che
abbiamo in comune come fratelli, allora ogni posteriore
riflessione sul sacerdozio può apparire come una intrusione
sgradita, che introduce distinzioni quando invece avanti
ci sono state soltanto cose a tutti comuni. Allora vorrei
suggerire che si formino i frati fin dall'inizio come
frati che capiscono ed accettano la dualità complementare
di professione e di ordinazione, che è una caratteristica
della vita cappuccina del XXI secolo.
Una seconda chiave per una minorità
ispirata alla Trinità è la formazione al culto di tutti
i frati che li formi come minori per l'aspetto liturgico.
Il II CPO (Taizé, 1973) ci ha invitati "a pregare
come frati minori". Questo è uno squillante suono
di tromba che ci invita a pregare e a vivere la nostra
preghiera in modo tale da evitare di dare ogni e qualsiasi
impressione di superiorità da parte di un frate sull'altro.
Mantenere questo spirito costituisce particolare difficoltà
e impegno nel contesto della liturgia ufficiale della
Chiesa, perché molti studiosi attualmente pensano che
alcune forme rituali nella loro essenza siano fondamentalmente
un esercizio di potere. Presiedere l'Eucaristia non
è un diritto ma un privilegio, e soltanto un privilegio
per il servizio. Come sorgente e culmine della vita
della Chiesa, la liturgia – e specialmente l'Eucaristia
– deve essere la sintesi della posizione minoritica
dei frati. Soltanto allora essa adempirà la visione
del II CPO, che vede la preghiera – e specialmente l'Eucaristia
– come un atto di conversione. Se questo non è il frutto
dell'Eucaristia e degli altri atti di culto, allora
il culto non solo non vale niente ma anzi effettivamente
diminuisce i legami fraterni. Così le preferenze personali
e le prerogative del frate ordinato non dovrebbero dominare
nessun aspetto dell'ecologia liturgica cappuccina. Anzi
i frati ordinati devono capire e accettare nel contesto
liturgico che loro sono servitori speciali nella liturgia
e loro impegno è "il bene comune spirituale del
popolo di Dio [e di tutti i frati] piuttosto che… l'inclinazione
personale o una scelta arbitraria". Questo è un
particolare contributo che i frati ordinati possono
apportare a una Chiesa, nella quale, troppo spesso,
molti fedeli hanno esperienza della liturgia come causa
di esclusione e di oppressione.
Infine, una terza chiave per una minorità
ispirata trinitariamente è quella di allargare il circolo
di collaborazione e di presa di decisioni in modo che,
per parafrasare il III CPO, decidiamo non solo "per"
gli altri ma "con" gli altri. Certamente come
frati laici e frati ordinati siamo chiamati a collaborare
gli uni con gli altri, ma alle volte il clericalismo
istituzionale che ha caratterizzato il nostro Ordine
nel passato ancora nel presente impedisce la collaborazione.
Promuovere la vera collaborazione non solo degli altri
francescani, ma anche delle nostre sorelle e dei nostri
fratelli laici credo che possa aiutare a cambiare tale
dinamica. Vedo che nella mia famiglia i frati si comportano
in modo differente quando una delle nostre sorelle è
presente. Esse hanno una maniera particolare di insegnarci
come essere fratelli, anche se esse non lo sono. Mi
dispiace che in questa sala non ci siano sorelle e mi
domando che cosa ci insegnerebbero sull'essere fratelli
e sullo stare gli uni insieme con gli altri, qualsiasi
sia il nostro status ecclesiale. Spesso le nostre sorelle
laiche e i nostri fratelli laici non distinguono o non
possono distinguere un frate ordinato da un frate laico.
Per loro siano soltanto cappuccini. Che cosa potrebbe
avvenire se essi fossero sempre di più parte della nostra
vita, non come "oggetto" della nostra missione
e del nostro ministero, ma come co-agenti nella vita,
insegnandoci proprio ad essere cappuccini? In che modo
potrebbero aiutarci a ripensare la nostra complementarietà
se essi seriamente fossero invitati a questa complementarietà
ad ogni livello dell'Ordine?
Alcuni sosterrebbero che la missione
della Chiesa sia prima di tutto svolta dai laici, che
agiscono nello Spirito e di loro propria iniziativa
come cristiani battezzati. Il III CPO sottolinea "la
necessità del coinvolgimento dei laici, ad ogni livello,
nella nostra opera di evangelizzazione". Qual è
il loro ruolo in una immagine rinnovata della nuova
evangelizzazione per una Chiesa che si trova di fronte
alla giustapposizione di battesimo e ordinazione e alle
volte ne è divisa? Come ci possono aiutare a riflettere
sul modo con cui noi preghiamo, come formiamo i frati,
come prendiamo le decisioni, come viviamo insieme? Che
cosa ci possono insegnare circa le possibilità della
mutualità quando come laici e ordinati cerchiamo di
modellare nuove forme di vivere insieme?
Uno dei miei brani favoriti del IV
CPO è quello che struttura il principio formativo della
"partecipazione". Scopo di questo principio
è di "superare la tendenza a crearsi un mondo chiuso
e partecipare invece alle esperienze degli altri".
E lo stesso Consiglio prosegue dicendo:
Nessuno può maturare da solo, tutti
hanno bisogno degli altri… Questa apertura agli altri
e questa capacità di partecipare, è fonte di arricchimento
spirituale e culturale, come pure serve a superare la
contrapposizione esasperata che alle volte può essere
presente…In virtù di questo principio… si deve favorire
la fraternità aperta… Questa apertura sarà di stimolo
ad un approfondimento e ad una migliore attuazione dei
comuni valori francescani.
Credo che questa sia una visione profetica
che ancora deve trovare la sua realizzazione, ma penso
anche che sia arrivato il suo tempo. In un mondo e in
una Chiesa, feriti dalla violenza, dall'oppressione
e dall'abuso, è solo attraverso la collaborazione, la
mutualità e la volontà di vivere insieme gli uni con
gli altri che possiamo tutti insieme fermare il cerchio
di violenza e divenire autentici collaboratori del regno
di Dio.
Dio, che ha iniziato questa opera
buona in noi, ci conceda la grazia di portarla a compimento
in Cristo Gesù, che noi professiamo Signore e fratello,
divina icone della mutualità, qui e ovunque, per sempre.
Amen.
|
| |
Minorità,
itineranza e sistema |
Fidel Aizpurúa
Donazar, o.f.m.cap. |
"NON APPARTENGONO
AL SISTEMA, COME ANCH'IO NON APPARTENGO AL SISTEMA"
(Gv 17,16)
Introduzione:
Apriamo la nostra riflessione con
la denuncia profetica del già scomparso francescanista
Lázaro Iriarte, che pone il dito in una delle piaghe
ancora sanguinante della storia francescana: "La
minorità è stata per l'Ordine la parte umanamente meno
gradita dell'eredità lasciata dal fondatore, la prima
ad essere dimenticata, sebbene fosse tanto intelligibile
e così poco esposta a complicazioni giuridiche… Tutta
la complessa problematica che si sviluppò nella fraternità,
dopo la morte del santo, attorno alla povertà, tutte
le lotte interne e gli atteggiamenti esterni, ben poco
evangelici… dipesero dall'impegno impossibile da parte
dei figli di san Francesco di volere 'essere poveri',
senza avere il coraggio di continuare ad essere 'minori'".
Lo scopo di questa comunicazione è quello di collaborare
a suscitare "il coraggio di essere minori",
un coraggio che non è soltanto, e forse neppure soprattutto,
personale ma piuttosto comunitario. Esiste la percezione
generalizzata che noi francescani/e possiamo vivere
la minorità in forme individualizzate, mentre partecipare
ad una comunità minoritica ci risulta quasi impossibile.
Si ha l'impressione che le strutture comunitarie siano
un impedimento reale per la costruzione di un progetto
minoritica di vita. Queste strutture che si convertono
in appartenenza ad una rete di sistemi sono l'oggetto
della nostra riflessione.
È realmente possibile una vita francescana in minorità?
La domanda porta con sé la condizione di cercare di
superare l'errata convinzione di parlare, supporre,
desiderare la minorità comunitaria in un certo modo
con l'evidenza invece che si vive, di fatto, in modo
diverso. La convinzione errata genera tensioni insolubili
fra la spiritualità e l'impegno, fra il desiderio e
la pratica, fra il linguaggio teologico e il comportamento
quotidiano, conducendo a rotture definitive. Parlare
di una componente del nostro bagaglio carismatico dovrebbe
includere la decisione personale e comunitaria di essere
realmente disposti a camminare nella direzione di ciò
che si è riflettuto. Se no, meglio lasciar andare.
Un secondo requisito previo – senza di esso non varrebbe
la pena cercare di continuare – è quello di accettare
una palpabile dose di rischio. Il passaggio da uno stile
di vita ad un altro produce un forte sentimento di insicurezza,
di fronte al quale si possono prendere due posizioni:
cercare di rafforzare le strutture nelle quali sempre
si era confidato e che hanno reso coerente il nostro
stile di vita o, al contrario, costruire una "società
di rischio" che spinge a vivere creativamente con
il rischio e l'incertezza. Si dovrà passare da una comunità
della nostalgia a un'altra della possibilità e della
novità.
La nostra riflessione si propone, in primo luogo, di
descrivere in forma succinta e forte il funzionamento
di un sistema e i modi con cui vi si può appartenere.
Poi cercheremo di spiegare le difficoltà e le possibilità
del desiderio di vivere in maniera non sistemica nell'evidente
appartenenza a una rete di sistemi. In terzo luogo cercheremo
di proporre un insieme di elementi che possano condurre
a un'alternativa sistemica. Infine, suggeriremo una
serie di ambiti di riflessione necessari per intravedere
la possibilità di un progetto di vita francescano più
alternativo, meno lontano dai sistemi dominanti e, quindi,
più profetico.
Parliamo, sempre meno, di rifondare la Vita Religiosa.
È un'idea troppo innovativa, forse prematura, che stiamo
abbandonando perché sperimentiamo come sia difficile
spostare le nostre tende. Abbiamo intuito che è possibile
rifondare soltanto ponendosi in relazione con il caos
e la confusione del nostro tempo, per giungere così
a rispondere in una forma nuova alle necessità del nostro
tempo in evoluzione. Ad ogni modo, nonostante il concetto
possa essere stato prematuro, il messaggio non può essere
trascurato. "Noi religiosi e religiose siamo sulla
soglia di un mondo sconcertante e appassionante. Questo
può non essere il tempo adatto per rifondare. La nostra
sfida è quella di accogliere l'oscurità e la morte,
i dolori della gestazione e delle varie lotte per dar
alla luce la vita". I lavori per porre in opera
uno stile di vita di più alta densità minoritica sono
i dolori della gestazione fino a che nasca, Dio lo voglia,
una vita francescana nuova.
Minoritico è anche ciò che ci proponiamo: non vogliamo
cambiare il sistema, ma almeno che il sistema non cambi
noi, non uccida i desideri che il fratello Francesco
ha seminato agli inizi di questa avventura. Questi desideri
nascono, lo sappiamo, da Gesù stesso: quando pregò che
i suoi futuri discepoli non appartenessero al mondo
come neppure lui apparteneva al mondo (Gv 17,16), in
realtà stava chiedendo che non appartenessimo al sistema
ingiusto e inumano nel quale, frequentemente, si è configurato
il fatto storico.
I. Sistemi e strutture: incidenza sulla
Vita Religiosa
La VR è una realtà totalmente inserita
nel contesto storico. Nonostante abbia come finalità
spirituale di rendere visibile "il mistero del
Regno di Dio che già opera nella storia", in realtà
è l'oggi che deve affrontare e costruire la sua ragione
e il suo significato. Di conseguenza non ci si può esimere
dall'analisi dei suoi modi di inserimento nella storia.
1. Un "mondo di "turbini"
Il nostro mondo può essere inteso e
definito come "un mondo di turbini". In qualche
modo è necessario essere disposti, con tutti i rischi
che ciò comporta, a entrare in questi turbini. Vediamoli
in breve:
• Un turbine persistente in tutta la storia umana e
oggi molto vivo è quello del potere. Si pensa che aver
potere sugli altri sia il modo più efficace di autoaffermazione
umana. Sempre è stato così. Ma oggi il turbine del potere
è alimentato dall'informazione. In questa "era
dell'informazione" chi ha in mano l'informazione
ha il potere. Il mondo dei paesi e delle persone esclusi,
oltre ad essere esclusi nell'ambito economico, sono
esclusi anche dall'ambito dell'informazione. E tutto
questo perché creare opinione è la maniera di controllare
tutto: il mercato e i sentimenti, la produzione e i
sogni. Il turbine del potere continua ad essere più
vivo di sempre, perché la sete di essere qualcuno/a
è molto lontana dall'essere appagata.
• Altro turbine, che pure viene da lontano, è quello
della necessità di significato. Quanto più numerosi
sono gli anni umani che la storia accumula, quanto più
numerose sono le ferite universali che i popoli vanno
assommando, tanto maggiormente si accumula l'oscurità
sull'orizzonte del significato. Non invano la persona
moderna è stata definita come "l'uomo alla ricerca
di significato". Perché quando la persona trova
nel mondo il luogo che dà significato ad ognuno dei
suoi passi, allora il camminare nella vita si fa più
leggero e più creativo. Nella genesi delle grandi alienazioni
sociali normalmente alla base c'è un oscuramento del
significato, uno stordimento che dà per buono ciò che
si vive senza discussione. Molti attuali movimenti di
massa trovano qui la loro spiegazione.
• I migliori analisti del momento attuale dicono che
lo stato-nazione è in crisi e come chi sempre più ha
in mano le redini del potere è il cosidetto stato-rete,
alludendo a internet come ambito commerciale e politico
del futuro. Se a ciò aggiungiamo la forza di quella
"mano nera" che organizza l'economia a beneficio
delle grandi multinazionali, le grandi mafie che manipolano
a loro arbitrio il divenire economico dei popoli, potremo
intuire la realtà come lo stato-nazione sia, a suo modo,
uno schiavo in più del potere. Da qui deriva – e la
gente in qualche maniera lo percepisce così – una perdita
d'identità. Siccome non si può dominare l'indominabile,
allora è per la vecchia strada dell'affermazione dei
nazionalismi che non poche persone e popoli cercano
di trovare la propria identità. La realtà sociale di
oggi si trova immersa in questo turbine paradossale.
• La crisi del modello patriarcale è un grande turbine,
perché tocca vivamente le opzioni sulle quali tradizionalmente
ha poggiato la struttura della persona. Tale modello
non è stato capace di resistere alla rivoluzione sessuale,
all'inserimento della donna nel lavoro salariato o ai
diversi movimenti di emancipazione femminista e di liberazione
sessuale. Per questo le relazioni dei sessi e le relazioni
intergenerazionali stanno adottando forme nuove che
si distanziano dal modello patriarcale dominante fino
ad ora.
• Il turbine delle migrazioni che ha posto in questione
qualcosa di ancora così sacro per gli esseri umani come
il concetto di frontiera. Lo stato-rete ammette la migrazione
perché stabilisce le sue frontiere non sulla base di
elementi geografici ma piuttosto sulla base di elementi
principalmente economici. Così, anche se le frontiere
si indeboliscono e le migrazioni si universalizzano,
c'è sempre qualcuno che continua a controllare il cammino
delle persone.
2. Libertà, sistemi
e strutture
È in questa cornice fattuale del mondo
di oggi che dobbiamo inserire la riflessione riguardo
al sistema e alle strutture che tanto incidono sull'organizzazione
e sul vissuto della VR:
a) Libertà: È la forza creatrice che definisce nella
loro identità più profonda gli esseri umani, dinamizzando
il loro desiderio di essere e di realizzarsi. Questa
forza si esprime nella comunicazione (comunione), verbale
ed esistenziale, e include ogni persona, ogni realtà,
soprattutto i più deboli mediante la gratuità.
b) Sistema: È l'insieme di relazioni di produzione e
di consumo sociale che possono essere programmate in
un modo razionale, inglobando individui e popoli.
c) Strutture: Sono strutture stabili di comunicazione
che rendono possibile la libertà delle persone, nonostante
appartengano al sistema e tendano a servirlo.
È necessario riprendere queste definizioni da un angolo
riflessivo:
• Non c'è dubbio che, seguendo la grande tradizione
evangelica, gli impegni dei/delle seguaci di Gesù devono
essere impegni per la libertà. Si crede nella misura
in cui si libera. La VR deve sempre essere interpellata
dalla libertà, dalla fraternità, dal desiderio di fare
della storia la casa per una sola famiglia.
• La certezza condivisa da grandi settori dell'umanità
è che "nel nostro tempo è sorto un sistema unitario,
che ingloba in linea economico-sociale tutti gli esseri
umani, partendo da una prospettiva neo-liberale, capitalista"
che spinge a escludere coloro che non entrano nei suoi
parametri, perché non lo vogliono o perché ne sono impediti
e non possono. Questo ci conduce, assolutamente, alla
negativizzazione del sistema. Per noi il sistema storico,
quello che esiste, non l'ideale, è negativo, è la "corazza
di ferro" della quale parlava Max Weber. A questo
si dovrà pensare quando si vorrà cercare di costruire
una alternativa francescana.
• Allo stesso tempo anche le strutture, in quanto relazionate
(e ben relazionate) con il sistema, vanno intese come
negativizzate. "Una istituzione (struttura) senza
libertà finisce con divenire sistema impersonale(negativo)".
3. Dialettica sistemica
Questa negativizzazione del sistema
e delle strutture che lo servono è stata sempre percepita
nella storia. Per questo ci sono stati gruppi che, frequentemente,
hanno vissuto la loro relazione con il sistema in forme
dialettiche, profetiche. Portiamo quattro esempi:
• La vita "adéspotos" degli epicurei: Aristotele
è il gran teorico della polis, e quindi del sistema:
"Chi non può vivere in società o non ha bisogno
di nulla per essere sufficiente a se stesso, non è membro
della comunità, ma è una bestia o un dio". Più
tardi l'epicureismo elaborò la teoria della "adespotìa":
"(Di fronte all'oppressione del sistema) era necessario
cercare in se stessi una libertà interiore che affrancasse
gli uomini: la vita 'adéspotos', senza padrone. In questa
parola si incentra una delle idee tipiche della nuova
saggezza". Cioè, a causa dell'appartenenza ad un
sistema non si può rinunciare al sistema di valori,
di predisposizioni e di contenuti che alitano dentro
alla persona.
• Il monachesimo antico: Si tratta di un esempio decisivo
e fondante nella storia della Chiesa. Fuggendo dalle
città e dalla convivenza sociale, quello che cercarono
fu di sradicarsi dal sistema (economico, politico, legale,
amministrativo, sociale e perfino familiare) dominante
nel loro tempo per offrire un modello alternativo di
essere. Cercarono di costruire quello che chiamavano
"la città degli esseri umani", il sistema
alternativo, includente, fraterno.
• La fraternità francescana: Benché Francesco non abbia
elaborato una spiritualità antisistemica, se qualcosa
ebbe chiaro è che quello che lui voleva vivere era qualcosa
di differente non solamente dal comportamento sociale
del capitalismo nascente ma dallo stesso sistema ecclesiale
e anche affettivo.
• Il movimento sociale alternativo attuale: La corrente
sociale ampiamente diffusa nel mondo in fori come quello
di Porto Alegre, Seattle, Genova, Barcellona, Parigi,
ecc. è un linguaggio eloquente - ostacolato unicamente
da chi è installato nel sistema dominante - delle molte
persone che vivono dialetticamente la loro relazione
con questo sistema nella convinzione che un altro mondo
è possibile.
La semplice enumerazione di questi esempi indica che
la relazione dialettica con i sistemi dominanti sempre
è stata presente. Porsi, a livello di pensiero e di
pratica, in modi alternativi non è un impossibile eliminabile
a priori. Anzi è piuttosto il contrario: la storia insegna
che questi movimenti alternativi sono stati, senza dubbio,
le autentiche levatrici dei cammini nuovi della vita.
4. Vita Religiosa e
sistemi
Mettendo tutto insieme per poter situare
la riflessione, ci facciamo una domanda di carattere
generale: Quale è stato l'atteggiamento della VR in
relazione al sistema dominante, alle strutture sistemiche
(Chiesa) e alle sue proprie strutture legislative? Fondamentalmente
non è stata una relazione dialettica ma accomodatizia:
• La VR ha collaborato in modi decisivi al rafforzamento
del sistema imperante. Lo ha fatto in nome della sua
idea di società (monarchismo), della sua visione della
stratificazione sociale o della cultura. Dice J. M.
Castello: "Non è logico, ma strettamente contraddittorio,
che i religiosi, che condannano il capitalismo neoliberale,
allo stesso tempo che lo fanno, abbiano poi buone università
nelle quali formano i gestori meglio quotati e più ricercati
dalle grandi imprese finanziarie e dalle banche che
hanno i più alti profitti. E se le banche e le imprese
cercano e pagano bene i giovani educati dai religiosi
è perché sanno che in quelle università "i professionisti
della povertà" sono educatori eccellenti dei "gestori
della ricchezza". Questo non l'ho mai capito. Né
lo potrò capire, per quanto cerchino di spiegarmelo".
Dal sistema imperante ha ricevuto molti benefici, economici
e di stima sociale. Ma il sistema non è gratuito e,
quindi, la fattura che consegna e continua a consegnare
è molto alta.
• La VR, globalmente parlando, si è gettata nelle braccia
dell'istituzione ecclesiale nei suoi aspetti più organizzativi.
Nonostante che la sua funzione nella Chiesa fosse la
profezia, quella di essere coscienza evangelica, per
ragioni di indole strutturale e suppostamene evangelica,
la VR ha creduto che uno dei suoi principali compiti
avrebbe dovuto essere quello di collaborare con la struttura
ecclesiastica così come si presentava in un dato momento
storico. J.B.Metz anni fa si domandava, e le sue domande
ancora ci scuotono: "Dove si manifesta oggi, propriamente
parlando, la tensione, secondo la mia opinione necessaria
e feconda, l'antagonismo vitale fra gli Ordini e la
grande Chiesa? Dove sono oggi le tensioni che caratterizzarono
le origini di quasi tutti gli Ordini, dei francescani
e dei gesuiti, per ricordare soltanto qualche esempio?
Dal tempo trascorso dalla loro fondazione, tali Ordini
non si sono collocati troppo in quel "centro"
nel quale tutto si equilibra e si modera, non si sono
accomodati in un certo modo alla grande Chiesa e da
essa si sono lasciati come accerchiare? E, proprio per
questo, non si sono lasciati trascinare in forma massiccia
nel clima di crisi ecclesiale generalizzata, non si
sono lasciati inserire sotto la campana di aria contaminata,
in quel grigiore che getta la sua ombra sopra la nostra
vita ecclesiale attuale e che invece precisamente gli
uomini e le donne degli Ordini religiosi potrebbero
e dovrebbero illuminare? Dov'è oggi quella capacità
di shock interecclesiastico degli Ordini? Dove esercitano
con passione, per quello che li riguarda, la critica
profetica nella Chiesa che non soltanto è loro permessa
in ragione della loro propria esistenza di sequela,
ma che perfino si esige da loro, nonostante agli autentici
profeti sia sempre difficile accettare e disimpegnare
il loro compito?". Non faremmo bene né ad infastidirci
né a rifiutare l'acqua fredda di questo bagno, perché
può essere un bagno che purifica e che dà vigore.
• Le stesse strutture legali della VR hanno cercato
sempre la protezione della grande legalità ecclesiale
emanata dal Diritto. Così si è giunti a verificare con
frequenza, anche se le nostre parole cerchino di smentirlo,
che le nostre istituzioni canoniche si sovrappongono
alle intuizioni evangeliche. Da questo punto di vista,
non poche iniziative di minorità si scontrano con un
muro insuperabile e si inaridiscono. Forse il concetto
di liminarità (da limen, soglia, frontiera) che usano
certi trattatisti della VR attuale ci può qui essere
utile: "Liminarità è una tendenza inconscia verso
la totalità, la plenitudine, la connessione palpabile
con il Mistero Originante che riguarda le nostre vite
sia che siamo coscienti di lui sia che non lo siamo.
È un'inclinazione interna dello spirito umano che sfida
qualsiasi spiegazione logica o razionale… È necessario
ricordare una volta ancora che compito del gruppo liminale
è la mediazione dei valori universalmente condivisi.
I valori sembra che rimangano essenzialmente gli stessi,
ma la loro mediazione e applicazione esige nuove espressioni
in ognuno dei momenti storici e culturali… Attualmente
la zona liminale è densamente popolata, molto spesso
da persone che si sentono confuse, perse e sole. Le
risposte che hanno dato i guru di ieri non illuminano
né danno sicurezza. C'è bisogno di una nuova saggezza
per il nostro tempo. Nessuno è meglio equipaggiato per
fornirla di coloro che vivono completamente nello spazio
liminale". La liminarità può essere un'altra alternativa
alla minorità o, almeno, una base ideologica nuova per
generare un riflessione su di essa.
5. "Indurire la
fronte"
"Più dura della selce ho reso
la tua fronte", dice Dio al profeta Ezechiele per
spingerlo a affrontare il suo compito profetico. Davanti
a questa specie di dichiarazione non ci dovrebbe assalire
l'angoscia e lo scoraggiamento, ma piuttosto il coraggio
e la forza per affrontare gli interrogativi che oggi
si pongono alla comunità fraterna. Dovremmo avere il
coraggio di porci delle grandi questioni: Quale tipo
di strutture vogliamo costruire in realtà? Come elaborare
la nostra appartenenza sistemica? Quali profondi, reali
desideri operano oggi nei nostri collettivi religiosi?
La comunicazione fraterna costituisce un ottimo canale
per intravedere possibili orizzonti: "La parola
non è una istituzione insieme alle altre, ma la base
e la possibilità di tutte. Non c'è parola senza mediazioni
linguistiche (idiomi) e storiche (processi comunicativi),
tuttavia esse la possono pervertire, rendendosi oppressione
interumana. Questo è il rischio e il valore della comunicazione".
2. Nel sistema senza essere del sistema
Già abbiamo accennato che, secondo
la nostra opinione, Francesco di Assisi visse nell'ambito
di un quadro sistemico senza essere del sistema, senza
fare il gioco del sistema, proponendo un cammino nuovo
in modi non deliberatamente dialettici ma certamente
alternativi. Dopo aver descritto i meccanismi del sistema
e la sua incidenza sulla VR, ci sia permesso di ritornare
al fratello di Assisi.
1. Una serie di intenzioni
L'intenzione di Francesco di vivere
senza far parte del meccanismo del sistema non è, evidentemente,
l'unica. Si iscrive in una lunga serie che, nel campo
cristiano, parte con lo stesso Gesù di Nazaret. Mettiamo
in rilievo tre pietre miliari:
• È tesi comune tra i francescani che il primitivo gruppo
di frati volle riprodurre il modo di vita degli apostoli.
Si riferisce allo stile di vita, ideale e topicamente
consegnato in sommari come quello di At 4,32-35, che
ispirò e continua a ispirare la vita di non poche comunità
cristiane. Il cristianesimo primitivo, come dimostrano
le lettere dette "cattoliche", stando a galla
sul mare del paganesimo e partendo da un'esperienza
forte di minoranza religiosa, ha dovuto elaborare meccanismi
di vita comunitaria che lo confermassero nelle sue proprie
opzioni. Fino a quando si è mantenuto in questa posizione
di vivere nel sistema senza essere del sistema? Forse
fino a che lo stesso Paolo ha intuito che offrire la
fede "alla famiglia" avrebbe potuto darle
garanzia di continuità? È stato questo passo l'inizio
dell'appartenenza al sistema imperante dell'essere cristiano?
Mai lo sapremo. Ciò che invece risulta certo è che la
"vita apostolica", come stile di vita non
dipendente dal sistema, ha ispirato ancora il cammino
di molti cristiani.
• Sempre è stato detto che la prima grande pietra miliare
della storia cristiana nella quale si vuole riprodurre
la vita degli apostoli fu l'antico monachesimo. Tuttavia
in realtà la cosa non fu così: sembra che il grande
numero di monaci e eremiti sorti fra i secoli III e
V ebbero come ideale di essere cittadini nuovi della
"città degli esseri umani", costruire un progetto
sociale umanizzatore ispirato alla spiritualità cristiana.
Cioè, la loro fuga mundi è il volto della loro risposta
interiore a un sistema sociale e politico che non si
accetta, a stili di vita strutturata che, secondo loro,
non sono veri. In questo senso, anche se la spiegazione
posteriore possa essere quella che allude alla vita
degli apostoli, è certo che il monachesimo antico è
una risposta al sistema in forme di estremo allontanamento
e disconnessione.
• È probabile che questa maniera di pensare influisse
su Francesco di Assisi attraverso i movimenti laicali
popolari del medioevo. Tuttavia probabilmente non troveremo
né in Francesco né nella primitiva comunità un pensiero
elaborato riguardo a questo. Il classico tema veterofrancescano
di "uscita dal secolo", per quanto gli stessi
autori dell'epoca lo interpretino con il paradigma dell'abbandono
del mondo, è piuttosto la decisa opzione di non comunicare
con i meccanismi sociali che, nel modo di sentire di
Francesco, si scontrano con la sua opzione evangelica.
Non è tanto una fuga quanto un pratico porre un discussione.
La novità di Francesco (e di molti altri gruppi nel
corso della storia) è voler vivere questa opzione senza
uscire dal mondo e, nel caso di Francesco, di farlo
non in modi dialettici ma fraterni. Vista l'istituzionalizzazione
posteriore dell'Ordine era il suo un intento destinato
al fallimento?
2. Strategie
La volontà di Francesco, il suo desiderio
di vivere nel sistema in modi non sistemici, si basò
su una serie di strategie conosciute da tutti:
• Per l'aspetto dell'economia: rifiuto di ogni titolo
di proprietà immobiliare e anche mobiliare, nella convinzione
che il fatto di non avere abitazione propria fosse una
maniera fattibile per la sua comunità, come lo era nel
caso dei diseredati o di coloro che pagavano un locatario;
rifiuto assoluto del denaro in modi esagerati che indicano
l'enorme prevenzione contro i pericoli che derivano
dal suo uso (accumulazione, ostentazione, potere); grande
prevenzione contro la cultura intesa come istanza di
superiorità e di potere; prevenzione contro un'attività
mercantile che esiga investimenti a causa della proprietà.
In definitiva la questione non sembra essere se Francesco
permetta case o no, libri o no, denaro o no, lavori
specializzati o no. La originalità poggia nel cercare
di vivere in modi non sistemici le realtà sulle quali
si fonda il sistema. Siccome non sapeva elaborare un'alternativa
più precisa (forse all'epoca non era possibile), formula
una visione differente nei modi comuni della proibizione.
• Per l'aspetto dell'onore sociale: La proibizione di
ricorrere alla Curia chiedendo documenti che garantiscano
la sua identità e la conseguente approvazione sociale
è intesa come il desiderio di offrire una differente
possibilità di inserirsi nel fatto sociale; la non accettazione
di cariche o di funzioni amministrative non soltanto
indica un distaccarsi dal pericolo che comporta il maneggiare
denaro ma significa anche di dichiarare in quale livello
sociale uno vuole situarsi, fuori dai meccanismi di
promozione e di posizione; la componente non clericale
dell'inizio, al di là delle discussioni storiche nelle
quali si è irretita la prima comunità, vuole situare
l'opzione francescana in quel terreno non facilmente
comprensibile da parte di una struttura ecclesiale alla
quale risulta connaturato il clericalismo; I modi peculiari
di evangelizzare (sia con l'esempio come "non contro
i chierici"), vuole disegnare un modo di offerta
che si situa piuttosto nella benignità e nella complicità
del cuore più che nell'autorità di colui che può insegnare;
la resistenza alla formulazione giuridica della Regola,
come lo dimostra il tortuoso processo che culmina con
la regola bollata, indica la prevenzione di gettarsi
in braccio alla consacrazione giuridica di uno stile
di vita che era chiamato all'alternatività.
3. Lo ottenne?
Questa può essere la domanda di chi
legga il fatto primitivo francescano da un punto di
vista di una situazione alternativa al sistema. Probabilmente
la risposta esatta non è né sì né no. L'intenzione è
già in sé un valore, come il valore della profezia anche
se ancora si debba compiere. La verità delle utopie
non è tanto nel loro adempimento quanto nella loro capacità
di suscitare, di suggerire, di interpellare. In questo
senso, la sopravvivenza delle domande, in concreto della
minorità, è, senza dubbio, una eredità della profezia
francescana che ci giunge fino ad oggi. Il prezzo pagato,
di dura esclusione, ha significato quando un grande
numero di frati francescani/suore francescane di oggi
accolgono ancora con coraggio la sfida, antisistemica
e allo stesso tempo fraterna, di Francesco.
3. L'itineranza come correttivo del sistema
Tutti sanno che i sistemi richiedono
stabilità. Le condizioni cambianti, soprattutto in campo
politico, derivano dall'instabilità dei mercati dei
valori e, di conseguenza, degli investimenti. Il sistema,
soprattutto il denaro, vuole stabilità. Per cui l'itineranza
è un correttivo del sistema, una cannonata nella sua
linea di galleggiamento.
1. Dinamismi dell'itineranza
L'itineranza non nasce per generazione
spontanea nella spiritualità cristiana e francescana.
In essa opera una serie di dinamismi che la rendono
possibile:
• Il concetto della creazione come casa comune: Partendo
dalle antiche esperienze religiose, e passando attraverso
l'AT, la fede cristiana ha creduto che il mondo sia
una casa comune per tutto il creato. Francesco lo ha
visto così, sia per ragioni di origine che di destino.
Intendere l'appartenenza al creato come ad una casa
a cui si è destinati genera un nuovo tipo di relazioni
senza limite di apertura all'altro.
• La comprensione dell'umanità come famiglia: Il sistema
continua a servirsi del concetto socioeconomico di "caverna",
di tribù, di nucleo ristretto, di club privato. Tuttavia
non è tanto un settore della creazione che sopravvive
perché si impone alle altre specie e alla realtà sociale
avversa, ma per la certezza, molte volte oscurata, di
possedere lo stesso codice genetico. Francesco sperimentò
misticamente questa consanguineità. Tutti viviamo insieme
nella medesima casa e per questo tutti siamo fratelli
e sorelle, ci amiamo e mai è giustificata la violenza
tra familiari.
• Lo sguardo al cuore: L'itineranza si blocca quando
si guarda alla realtà storica dal punto di vista di
lotta sociale dovuta agli interessi degli uni contro
gli altri. Questa è la maniera con cui propriamente
guarda il sistema. Al contrario, una lettura della realtà
che parte dal cuore apre le porte al "transitivo",
rendendo possibile che i cammini umani si incrocino
e si allarghino. Le primitive biografie francescane
dicono che Francesco aveva uno sguardo semplice, così
come i suoi frati. Forse la ragione potrebbe essere
che lo stesso Francesco, come dice la "Considerazioni
sulle Stimmate" 3, fu guardato "amorosamente"
da Gesù. Questo dinamismo dello sguardo verso l'interno
rende possibile la transitorietà sulla quale si basa
ogni itineranza.
• La relativizzazione del concetto di frontiera: Il
sistema si àncora al concetto di frontiera. In realtà,
i progressi che si sono fatti negli ultimi tempi ricercando
di rendere più flessibile il concetto di frontiera o
sono mossi soprattutto da interessi economici (UE) oppure
hanno sperimentato la mancanza di appoggio dei paesi
più sistemici ai quali non interessa tale permeabilità.
L'itineranza perfora lo spesso muro della frontiera
per considerare il mondo come un unico ambito dove,
prima di tutto, deve regnare la giustizia e il diritto.
Le peregrinazioni di Francesco e dei suoi primi frati,
in Terrasanta, forse a Santiago di Compostella, non
devono essere viste semplicemente come pratiche religiose
dell'epoca, ma come comportamenti propri di chi considera
la vita entro la grande cornice della relazione fra
paesi.
2. Itineranza in opposizione a sistema
Lo stile di vita francescano può essere
inteso come un fraterno confrontarsi con il sistema.
L'itineranza sarebbe una maniera di far faccia a detto
confronto. Mettiamo in rilievo alcune sfumature:
• Il modo itinerante dei primi frati: Sembra che la
struttura conventuale, di insediamento, non sia stata
presente nei primi passi della famiglia francescana,
anche se non tardò ad arrivare. Il Testamento lo ricorda
con vivacità. Non si devono sottovalutare le intuizioni
carismatiche più basilari del Francesco che vive il
Vangelo senza coazione, in totale libertà, con strutture
quasi inesistenti. Al di là delle sfumature che si possono
fare a questa posizione iniziale, ciò che non si potrà
negare è che l'itineranza fu un'opzione naturale e deliberata
di fronte alle forme religiose di vita stabile ben conosciute
dallo stesso Francesco. Il sistema impose presto la
sua legge e puntò alla stabilità del convento, anche
se lo fu in modi meno stabili che presso gli altri Ordini.
• La missione francescana nell'itineranza: Così fu intesa
e vissuta all'inizio. Il piacere di quella libertà è
ricordata anche nel Testamento. Certamente ci possono
essere stati degli abusi, ma il sistema si incaricò
bene di reprimerli. Con questa repressione si ruppe
un modello di missione di taglio non sistemico, di offerta,
di esortazione, che avrebbe potuto avviare ad una maniera
di evangelizzare ad alta componente ecumenica.
• L'obbedienza francescana come itineranza: Il sistema
esige obbedienza cieca a quella "mano nera"
che regge i destini sociali ed economici e che nasconde
l'agire dei potenti. Francesco intende l'obbedienza
in modo diverso: non è qualcosa esigito da ragioni organizzative,
ma una forma di garantizzare – si passi l'espressione
– la libertà di Dio e quella della persona stessa. L'obbedienza
è la libertà di appartenere, la libertà di entrare nel
cammino evangelico. Per questo "colui che nella
fede si lancia nell'obbedienza della libertà perché
Dio possa agire con libertà, fa in modo che si liberino
altre energie che di per sé non sono a disposizione
dell'uomo". Queste "altre energie" sono
quelle che possono configurare un sistema di vita differente,
fraterno.
• Una nuova cittadinanza: Già abbiamo detto che il sistema
negativizzato si articola sulla vecchia dialettica dominatore-dominato.
Il Vangelo, e il francescanesimo in quanto evangelico,
postula una nuova cittadinanza, quella che fa del vasto
mondo e della famiglia umana la sua vera casa. La pittoresca
scena di Fioretti 11, nella quale Francesco fa girare
frate Masseo per sapere quale strada prendere disegna
un profilo utopico del francescano: uno che fa molti
giri davanti al mondo nella certezza che, cada dove
cada la sorte, lui sarà a casa. Dice D. Flood che i
frati "rifuggirono da una stabilità che supponesse
un ascriversi ad uno stato sociale, che era ciò che
la politica comunale voleva da loro ogni volta che,
come religiosi esemplari, avevano cominciato a dimostrare
la loro capacità (Rnb 17,10-13). Se avessero investito
molto in un domicilio, qualsiasi fosse stata la giustificazione
di tale investimento, presto sarebbero passati a far
parte dello schema sociale". Questa rinuncia all'appartenenza
sistemica è quella che può dare alla luce la nuova cittadinanza.
3. Impegni per recuperare l'itineranza
all'interno della fraternità
Il miracolo di una vita francescana
itinerante non sboccerà se l'itineranza non è coltivata
molto esplicitamente nell'ambito interno delle nostre
strutture di vita. In questo senso rimangono irrisolti
impegni come quello di superare ma "monasterizzazione"
del nostro stile di vita che ci accompagna da vari secoli;
l'internazionalizzazione della famiglia francescana
superando i ferrei limiti delle demarcazioni provinciali
e anche locali; la rotazione delle cariche come simbolo
di una fraternità effettiva, al di là della rigidità
della norma canonica; l'incorporazione reale del fenomeno
delle migrazioni attuali come maniera concreta di inserirsi
nell'itineranza.
Per Francesco il testo di 1Pt 2,11 ("come pellegrini
e forestieri") era un testo molto amato. Secondo
l'esegesi attuale la patria a cui allude 1Pt è la comunità.
Dalla comunità l'itineranza riceve la forza per credere
in essa, il coraggio per non decadere. Senza l'appoggio
comunitario, l'itineranza sparisce e apparisce la stabilità
sistemica. Forse per questo, il nostro vigore comunitario
potrebbe essere misurato dal vigore della nostra vita
itinerante.
4. Impostazioni riferenziali
Se percepiamo la dialettica sistema/alternativa,
dovremmo elaborare alcune impostazioni riferenziali
trattando il tema della minorità:
1. Porre in discussione l'indiscutibile
Trattare concetti, valori ed esperienze
"consacrate" può produrre la reazione di rinunciare
a discutere l'indiscutibile. Tuttavia, discutere l'indiscutibile
è qualcosa che appartiene all'essenza della profezia
e della sequela di Gesù: "Il discepolato cristiano
consiste nel vivere in questo mondo nel modo in cui
Cristo visse nel suo: toccando i lebbrosi, tirando fuori
dal pozzo asini in giorno di sabato, ponendo in discussione
l'indiscutibile e mettendosi in relazioni con le donne".
Chi comprende bene l'orientamento evangelico dovrebbe
avere il coraggio e il vigore di porre in questione
ciò che si ritiene indiscutibile da parte del sistema.
Da questo punto di vista nessuna realtà può essere esente
dall'analisi e dal discernimento. La componente gerarchica
della fraternità, dei suoi modi sistemici di vivere
socialmente, del suo stile di connessione e di collaborazione
con il sistema ecclesiale, della sua dipendenza da modi
di vita economici che suppongono grandi servitù, ecc.,
queste dovrebbero essere le cose indiscutibili da discernere
se sono tali o no. In questa capacità di discernimento
si verifica il desiderio reale di cambiamento.
2. Di fronte al pensiero unico
Anche se proviene dal campo economico,
l'ideologia del pensiero unico si applica a tutta la
realtà umana, sociale e anche ecclesiale. "È l'ideologia
che ha manifestato la fine delle ideologie. È l'ideologia
dominante che presenta se stessa come naturale; come
tale, aspira ad essere unica e si propone come indiscutibile
e come contesto al quale non possono partecipare se
non gli esperti". Questa maniera di considerare
la realtà si dovrebbe sempre trovare di fronte l'alternativa,
la pluralità, la minorità. Pretendere di considerare
le cose soltanto in una maniera significa ridurle e
annichilirle. Colui che percepisce la novità della minorità
gestisce ciò che è politicamente corretto e inizia cammini
di vita che aprono cammini che non cedono al primo impulso
della norma consacrata dal sistema. Colui che fa questo,
comprende, meravigliato, che i cammini possibili sono
plurimi, e che il pensiero unico, presentandosi come
unico, sostiene un inganno.
3. Impostare di nuovo il tema dell'onore
sociale
"Quando i Vangeli ci spiegano
l'aspetto centrale del messaggio di Gesù, pongono due
condizioni per comprendere e vivere il centro del Vangelo.
Soltanto due condizioni. Quella che si riferisce al
denaro e quella che si riferisce all'onore". Le
istituzioni religiose hanno avuto bisogno dell'onore
sociale per avere un posto rilevante in una società
dalla componente religiosa. L'onore, frequentemente,
ha influito sui ranghi sociali elevati, è intervenuto
direttamente negli ambiti delle decisioni pubbliche.
Se si vuole comprendere l'alternativa della minorità
è necessario impostare di nuovo il tema dell'onore al
ribasso, sapendo che, come Gesù fu uno "senza onore",
così lo deve essere chi lo segue, convinto che è possibile
mantenere la dignità e il piacere per la vita anche
se non si sia nel circolo dell'onore.
4. Coscienza all'interno del sistema
I teologi attribuiscono alla VR la
finalità di essere coscienza e forza di shock all'interno
del sistema ecclesiale e anche sociale. Se si perde
questa funzione profetica, la VR perde la sua finalità
primigenia e il suo orizzonte naturale. In questo caso
la minorità spinge decisamente a un recupero di questa
funzione di shock, del lavoro impagabile di offrire
continue alternative a una serie di sistemi che, per
loro stessa dinamica, si anchilosano e divengono abitudinari,
insomma si disumanizzano. Le conseguenze dell'uno o
dell'altro atteggiamento per il divenire della Chiesa,
degli Ordini religiosi e anche della stessa società,
sono di fondamentale importanza. Se un CPO non fosse
elemento di shock neppure per gli stessi cappuccini,
come lo potrà essere per la grande Chiesa e, addirittura,
per la società?
5. Lo spostamento verso il margine
Per quanto possa risultare duro, la
minorità porta a correggere la prospettiva del gruppo
fraterno. La prospettiva, più interessante dello stesso
risultato, indica l'orizzonte al quale tende, il desiderio
che muove l'interiorità, il sogno che si accarezza.
La prospettiva svela l'orientamento e il futuro. Per
questo è così decisiva. Chi comprende la minorità potrebbe
vedere che la liminarità, la possibilità di una vita
al margine, in connessione con la realtà del margine
e di coloro che sono al margine, è una prospettiva possibile
per un Ordine minoritico. Se il margine (sociale, ecclesiale,
affettivo, economico, ecc.) ci è estraneo, parlare di
minorità sarà poco più che un hobby spirituale. Per
questo l'autentico interrogativo per la minorità non
viene dalla spiritualità ma dal margine sociale, da
quelle persone e entità che sono, per necessità o per
opzione, ai margini della vita.
6. Contro il sistema, comunione
La persona di mentalità sistemica
obietta col dire che non si può vivere senza sistemi.
Perché non utopizzare un "sistema di comunione"?
Non dice il Vangelo "non sarà così fra di voi"(Lc
22,26)? C'è possibilità di sopravvivere come gruppo
rafforzando i meccanismi della comunione. Se al sistema
si oppone la dissoluzione, l'individualismo, la rottura,
evidentemente il fallimento sta in agguato alla porta.
Ma, se gli si opponesse una comunione curata, rafforzata,
attualizzata, con contenuti? Non sarebbe essa stessa
il nucleo di una vita significativa-minoritica? "Essa,
in quanto chiesa, non può avere titoli di proprietà,
né firmare contratti, né stabilire leggi del sistema,
ma soltanto aprire incontri di comunione in gratuità,
dove tutto si perdona e si condivide nell'amore".
Ricreare la comunione ogni giorno è la migliore maniera
di affrontare la realtà sistemica che disumanizza. È
qui dove la fraternità dovrebbe mostrare il suo volto
più autentico.
7. In collaborazione con movimenti
non sistemici
Forse è necessario, dato che le nostre
forze profetiche come istituzione non sono eccessive,
cercare di connettersi con istituzioni civili di taglio
non sistemico, alle quali, con generosità, si potrebbe
dare appoggio fraterno. ONG come Greenpeace, Amnesty
International, o altre, possono, ad un dato momento,
essere canale adeguato per dare via di uscita al nostro
desiderio di modi di vita alternativo-minoritici. Forse
può essere giunta l'ora di guardare la realtà sociale
come un ambito adeguato per il nostro stesso carisma,
e in nessun modo come un nemico alla porta.
8. Un invito alla volontà e al segno
Questa dovrebbe essere la conclusione
di questa sezione. La volontà, per la sua connessione
con il cuore, è il soggetto a cui si dirigono questo
tipo di riflessioni. Se la volontà si mantiene insensibile,
impermeabile, circondata da mille difese, se non c'è
un'apertura profonda a nuove impostazioni per impossibili
che appaiano oggi, tutto questo discorso non troverà
un radicamento storico. Inoltre si dovrà fare appello
al linguaggio del gesto come linguaggio di verità e
di futuro. Perché il gesto non cambia il sistema, ma
tuttavia parla di altra possibilità, di un tempo nel
quale le cose potrebbero essere in maniera diversa se
si prendesse un determinato orientamento. Per questo,
il sistema teme il gesto. E di conseguenza il gesto
è, oggi come oggi, e in molti casi, la nostra unica
patria possibile. Bene lo dice E. Galeano: "Sono
cose piccoline. Non pongono termine alla povertà, non
ci fanno uscire dal sottosviluppo, non socializzano
i mezzi di produzione e di scambio, non espropriano
le caverne di Alì Babà. Tuttavia forse possono scatenare
la gioia di fare, e tradurla in azione. Ma, infine,
operare sulla realtà e cambiarla, anche se si tratta
di poco, è l'unica maniera di provare che la realtà
è trasformabile".
5. Sulle strade della minorità
Anche a rischio di non essere bene
interpretato e data la componente pratica secondo la
quale, in linea con il VI CPO, vuole essere focalizzato
questo stesso VII CPO, mi permetto di enumerare alcune
piste di minorità che potrebbero essere prese in considerazione
da questo Consiglio Plenario:
• Il superamento di pregiudizi: Se
i pregiudizi di sempre, ideologici, morali, religiosi,
influiscono sulle nostre decisioni, mai potremo fare
un passo avanti. È necessario trattare il tema della
minorità partendo da una novità ideologica, non partendo
dalle posizioni di sempre, perché, in questo caso, il
risultato sarà quello di sempre.
• Petizione che non si nominino più vescovi cappuccini:
Seguendo la 2Cel 148, nella quale Francesco pregò il
Signor ostiense che "se volete che i francescani
portino frutto nella Chiesa di Dio, manteneteli e conservateli
nello stato della loro vocazione e riportateli in basso
anche contro la loro volontà", forse si dovrebbe
riflettere sulla capacità di segno e di catechesi sulla
minorità per l'Ordine che supporrebbe la rinuncia all'episcopato
come decisione cappuccina, facendo vedere che il nostro
contributo alla Chiesa vuole essere la profezia ai margini.
• I santi ci fanno perdere la minorità?: Già Francesco
aveva avvertito nella Ammonizione 6,3 che "è grande
vergogna per noi servi di Dio, che i santi abbiano compiuto
queste opere e noi vogliamo ricevere gloria e onore
con il semplice raccontarle". In questa dinamica
ci possiamo considerare anche noi in questa nostra epoca,
mediatica e globalizzante, nella quale le canonizzazioni
vengono trattate in un modo che è causa di allontanamento
dalla minorità. Non sarebbe interessante esercitare
qui la nostra capacità di discernimento?
• Lo "scandalo" dei tre gruppi di frati minori:
Non c'è dubbio che, da un lato, la realtà storicamente
differenziata di tre gruppi di frati minori ha supposto
una ricchezza per la vita della Chiesa e del francescanesimo.
Tuttavia molti frati l'hanno vista e la vedono come
uno "scandalo" in un Ordine che ha la fraternità
come nucleo principale del suo carisma. Se noi non siamo
capaci di recuperare la fraternità unica e perduta,
come possiamo poi parlare al mondo di oggi, così diviso,
di un'unica fratellanza? Ci sono frati cappuccini che
vedono questo come un impegno di minorità, almeno per
ciò che riguarda il nome. Potrebbe essere incluso nei
contenuti.
• Le case di più di cento anni: Alcune delle nostre
case nella vecchia Europa hanno più di cento anni, addirittura
più centinaia di anni. Questo tipo di abitazioni determinano
l'ideologia e la pratica di uno stile di vita che, per
contesto storico, non si adegua bene alla nuova spiritualità
della minorità. Non sarebbe utile riflettere su questa
realtà?
• I santuari e la loro dinamica: Alcune comunità cappuccine
particolari sono inserite in santuari mariani o di altro
genere. Anche riconoscendo il grande lavoro ministeriale
che frequentemente si svolge in tali luoghi, forse si
dovranno anche percepire le numerose servitù che questo
tipo di presenze portano con sé, particolarmente per
ciò che riguarda aspetti economici vicini alla minorità.
Non dovrebbe il Consiglio dire qualche parola riguardo
a questo tema?
• Lavoro non clericale: Le fonti di entrate di una grande
parte dell'Ordine derivano dall'attività religiosa.
"Vivere della religione" è sempre qualcosa
di pericoloso. Per cui si dovrebbe dire una parola sul
lavoro laico per conto di estranei come modo minoritico
di esistenza. Questo diviene particolarmente interessante
nel campo della formazione dei candidati all'Ordine.
• Una formazione teologica minoritica: Non c'è dubbio
che si possa avere una buona formazione, teologica e
civile, nel quadro della minorità, sempre che essa non
porti a generare strutture educative di fama e di grandi
investimenti. Non si dovrebbe rivedere lo stile di formazione
teologica che viene data a non pochi frati giovani del
Terzo Mondo che vengono a formarsi in Europa?
• Diseuropeizzazione dell'Ordine: È un tema legato a
quello precedente. Il nostro Ordine, di origine europea,
ha mantenuto questo livello di eurocentrismo più per
appartenenza a un sistema ecclesiale europeo che per
un'opzione di gruppo. Forse è il momento di riflettere
su questo argomento da un punto di vista della minorità:
più universali per essere più minori.
• Lavori di evangelizzazione spirituale più che religiosa:
Il ministero di molti cappuccini nel mondo si inquadra
soprattutto in impegni di indole religiosa. Tuttavia
oggi il mondo moderno chiede più spiritualità che religione.
Forse questo campo della spiritualità pratica sarebbe
un terreno da scoprire da coloro che si dicono minori.
Che cosa facciamo, per esempio, nell'accompagnamento
dei processi di fede dei giovani in vista semplicemente
della maturazione della loro fede? Quali risposte diamo,
come Ordine, alla creazione di una spiritualità riguardo
ai cosiddetti lontani dalla fede?
• L'inserzione, questione da risolvere: Sempre è stato
detto che il cappuccino è uomo del popolo. Tuttavia:
lo è stato qualche volta, a livello di Ordine, assumendo
le strutture sociali del popolo? O, invece, ha cercato
di avvicinarsi al popolo da una realtà "quasi-monastica"?
Non sarebbe venuto il momento di dare un impulso decisivo
a uno stile di Ordine realmente inserito in ambienti
popolari, cosa che favorirebbe l'incontro decisivo con
maniere minoritiche di vivere?
Conclusione
Concludiamo questa comunicazione facendo
quattro sottolineature basilari che, in fondo, sono
raccomandazioni fatte partendo dalla certezza dell'accoglienza
fraterna.
• Acutizzare la coscienza dell'appartenenza sistemica:
Se non si prende coscienza autentica che la vita francescana
è immersa nei diversi sistemi come parte componente
e collaboratrice con essi; se non si percepisce la necessità
di elaborare una impostazione che delimiti questi sistemi,
la difficoltà di intuire un progetto di vita minoritica
alternativo sarà molto grande.
• Rinnovare l'intenzione di Francesco in un contesto
nuovo: Ha certamente senso rinnovare il proposito di
Francesco di vivere in relazione con il sistema ma senza
essere del sistema. Il contesto sociale è cambiato,
immersi come siamo nei turbini della globalizzazione.
Sarebbe molto utile alla società e alla Chiesa l'offerta
alternativa di una maniera di concepire la vita partendo
da impostazioni non sistemiche. Forse questo può essere
l'apporto specifico che si richiede alla vita francescana.
• Le grandi possibilità dell'itineranza: Sono quante
quelle della minorità o anche di più. L'itineranza si
connette molto bene con un mondo in cambiamento come
il nostro e svela molte possibilità di fronte alla ricerca
di un progetto nuovo di vita francescana, sia verso
l'interno che verso l'esterno della fraternità.
• Ponderar bene l'atteggiamento: Superare l'atteggiamento
negativo di colui che dice che questo non è possibile;
superare anche la posizione di poca fede di colui che
dice che forse questo è possibile, ma lo dice senza
avere l'intenzione di realizzarlo; andare al di là dell'atteggiamento
di autoinganno di colui che dice che è possibile, ma
che è sufficiente cambiare qualcosa di periferico; mirare
all'atteggiamento creativo di colui che pensa che è
possibile se decidiamo di farlo.
|
| |
Itinerario
nelle situazioni estreme:
la formazione francescana e l’antrtopologia
dell’economia fraterna |
| |
David Couturier,
o.f.m.cap. |
|
| Introduzione
Nel tempo che ci vuole per leggere
questa relazione, millequattrocento bambini saranno
morti di fame o per cause connesse. Seimila moriranno
per malattie derivate da acqua infetta, diarrea, acute
infezioni respiratorie, malaria e scarsa igiene: tutte
malattie che si possono prevenire. Trascorsi alcuni
pochi minuti, ottanta bambini sotto i quindici anni
saranno contagiati dal virus che causa l'AIDS e, mentre
sto parlando, settanta bambini moriranno di questo male
tremendo. Undici milioni di bambini nell'Africa subsahariana,
resi orfani dall'AIDS, stanno lottando per trovare nutrimento
e speranza per poter sopravvivere. Due milioni e mezzo
di bambini cercheranno di vivere con l'HIV/AIDS e meno
del 5% di essi avranno possibilità di ottenere un trattamento
antivirus.
Nei prossimi minuti ventitré bambini
diventeranno fatale bersaglio nei conflitti etnici e
religiosi che scoppiano dappertutto nel mondo. Soltanto
nell'ultimo decennio sei milioni di bambini sono rimasti
senza casa e dodici milioni sono stati feriti o mutilati,
giacché i civili, non i combattenti, sono divenuti i
principali bersagli e costituiscono il 90% delle vittime
delle attuali guerre etniche e religiose.
Mentre sto parlando, trecentomila bambini
sono costretti con la forza ad entrare negli eserciti
e nelle milizie, usati per missioni suicide, come bande
strategiche di stupro dei nemici e per altre numerose
attività terroristiche. Sono essi che i loro comandanti
adulti e i loro ufficiali bambini mandano nelle prime
linee delle battaglie o nei pericolosi campi minati
avanti alle altre truppe.
Quindicimila persone oggi fuggiranno
dalle loro regioni native, cercando di sfuggire alla
violenza delle zone di origine; e la maggioranza di
questi rifugiati saranno bambini.
I bambini saranno i più traumatizzati
emotivamente e i più che subiranno abusi fisicamente
fra i cinque milioni e mezzo di persone sradicate ed
esiliate solo quest'anno a causa dell'ondata montante
dell'intolleranza religiosa e degli scontri etnici in
tutto il mondo. Nel decennio 1990 una persona su 120
– cioè cinquanta milioni di persone – è stata forzata
a fuggire dalla propria casa a motivo delle guerre o
delle lotte civili. E bambini saranno la maggior parte
delle tremila persone che oggi (un milione e duecentomila
bambini quest'anno) che saranno vendute in schiavitù
o in forzata prostituzione, sequestrati in campi di
stupro, vittime della nuova mortale campagna che usa
la violenza sessuale come merce e come moderno modo
di guerra.
Mentre noi stiamo riflettendo sul significato
della minorità, del potere e dell'itineranza nel nostro
mondo di oggi, sappiamo che più di seicento milioni
di bambini nel mondo vivono in assoluta povertà, il
50% di tutti i bambini nelle nazioni in via di sviluppo
sono sottonutriti, 153 milioni di bambini sotto i cinque
anni stasera andranno a letto con la fame.
Questi fatti disparati, presi insieme,
danno uno spaventoso quadro della situazione di estrema
miseria e costituiscono una sfida estremamente forte
alla nostra solidarietà verso la nuova generazione.
Prima di chiuderci in una teoria formativa che ci possa
aiutare a guidare il nostro cammino religioso attraverso
il ventunesimo secolo, è necessario che sondiamo la
nostra conoscenza di questo "mondo delle situazioni
estreme" e consideriamo bene i presupposti psicologici
e organizzativi che stanno alla base della nostra sfida
teologica.
Il mondo delle situazioni estreme: un tempo di povertà
globale e di violenza intranazionale
Già nei suoi primi momenti il XXI secolo
rivela in modo drammatico priorità e sfide differenti
da quelle che hanno caratterizzato la maggior parte
del XX secolo. Andato è il mondo così fiducioso della
modernità. Le sue costruzioni religiose di certezza,
universalità e uniformità sono state sostituite da discorsi
di preoccupazione per le tradizioni perdute, esigenze
ignorate, diritti negati, posizioni assunte, voci soppresse
e storie non accettate.
Il secolo XXI si prepara ad affrontare
seriamente le situazioni serie e contrastanti della
sofferenza, che si presentano anche nelle varie e differente
strutture dei paradigmi secolari e fondamentalisti.
Centrale alla sua attenzione è il mondo delle situazioni
estreme ed è in esso che Dio si rivelerà amorosamente
e/o sarà negato recisamente, nelle origini e nello svolgersi
della sofferenza globale.
Le tragiche esperienze di bambini a
cui mi sono riferito sopra hanno una loro base comune
e un triste svolgimento. Ognuna di esse è radicata in
una povertà che aumenta e che si fa più vasta, che ora
viene esacerbata dallo scoppio di conflitti internazionali,
religiosi ed etnici. Mentre la natura e la frequenza
delle crisi internazionali sono cambiate in modo drammatico
e si sono ridotte, c'è stata una proliferazione di conflitti
locali e regionali basati sull'etnicità, la nazionalità
o la religione che si servono molto di mezzi di violenza
de-centrati e spesso terroristici.
Società e culture, già ferite dalla
storia di dominio straniero, devono ora lottare con
una volatile combinazione di una sicurezza umana inadeguata,
di istituzioni politiche instabili e ingiuste, di pagamenti
di debiti schiaccianti agli architetti e primi beneficiari
della globalizzazione e di virulente tensioni di violenza
tattica, cose che ora stanno divenendo comuni nelle
lotte etnico-religiose dei fondamentalismi.
Il mondo delle situazioni estreme,
contesto e soggetto del nostro lavoro per un regno redento
e libero, è un mondo precariamente collocato fra le
dinamiche della povertà globale e le dinamiche di violente
lotte sociali inserite nel contesto locale.
È qui che la formazione religiosa deve
prendere un nuovo interesse e acquisire nuova esperienza,
nel punto di intersezione dove vengono a scontrarsi
la schiacciante disuguaglianza economica e le contrastanti
esigenze culturali. Si tratta di un cambiamento significativo
e di una sfida di grande respiro.
Per la maggior parte del XX secolo
le comunità religiose hanno appoggiato e aiutato lo
sviluppo della "cultura parrocchiale" della
Chiesa, rete assai stabile degli interessi ecclesiali,
della compassione regionale e dell'orgoglio provinciale.
La sfida che si presenta alle comunità francescane del
XXI secolo è lo sviluppo di una nuova "cultura
della missione internazionale", che sarà caratterizzata
da una rinnovata attenzione all'amore salvifico di Dio
e alla sua benigna compassione per il mondo, da un rafforzamento
della qualità della preghiera e della comunione, da
una rinnovata attenzione alla missione al di là delle
frontiere e in mezzo alle culture e da una formazione
permanente che vede il suo ruolo nell'"ecologia
della disuguaglianza" nella quale ci troviamo.
È ormai divenuto evidente a molte comunità
religiose che noi viviamo ora in un mondo complesso
e globalmente interdipendente. La visione formativa
che nel passato sottolineava l'uniformità culturale
e la privatezza etnica nella vita religiosa sta ora
cedendo il passo ad una differente visione che mette
in luce un mondo di profonde diversità. La vita religiosa
oggi è maggiormente sensibile al fatto che i cattolici
formino una comunità di culture molto ricche e varie,
che esprimano una sola fede con molte voci. Questa coscienza
si è tradotta in un aumento dello studio delle lingue
e nello sviluppo di programmi di formazione interculturali
nella formazione religiosa. Le liturgie nelle parrocchie
e nelle comunità religiose ricercano nuove forme con
cui celebrare la chiesa globale nelle riunioni della
chiesa locale.
Ma la formazione religiosa si trova
di fronte ad una sfida veramente unica: quella di sviluppare
una pedagogia che aiuti i candidati ad oltre passare
le barriere sia economiche che culturali. Mentre l'andare
oltre le linee culturali implica di entrare simpateticamente
nella lingua e nei costumi degli "altri",
l'andare oltre le linee della classe sociale significa
un riallineamento del proprio orizzonte di potere e
di responsabilità nella società, nella comunità e nella
Chiesa. Oggi il ministero della formazione deve non
solo prendere in considerazione la sensibilità del candidato
riguardo alla diversità culturale e la sua accettazione
di essa, ma anche la sua disponibilità a confrontarsi
con la crescente disuguaglianza economica che si manifesta
ad ogni livello della società.
Molti giovani religiosi possono percorrere
tutto il cammino della loro formazione religiosa senza
mai cambiare o confrontarsi con il loro orizzonte economico.
Le strutture economiche in base alle quali si sviluppano
le loro attività caritative e le loro sensibilità culturali
si presumono giuste e al di là di critica. Il cambiamento
che proponiamo dal discorso di diversità a quello di
disuguaglianza nella letteratura della formazione ha
lo scopo di situare la nostra discussione in un mondo
interdipendente ma ineguale e di legare più attentamente
fra di loro la spiritualità della trascendenza e quella
della giustizia.
Sfortunatamente si tratta spesso di
un mondo veduto con indifferenza da parte degli individui
e con ambivalenza istituzionale da parte dei capi religiosi,
come se povertà e violenza non fossero prodotti dovuti
all'uomo e soggetti alla stessa grazia che muove il
cuore umano alla conversione personale. Abbiamo bisogno
di avere uno sguardo differente sul nostro modo di pensare
la povertà nel mondo.
La povertà, come la conosciamo noi
oggi, è "il chiaro risultato di coscienti decisioni
politiche ed economiche fatte da alcune persone".
La povertà è una serie di privazioni che si accumulano
nella vita delle persone e così si rafforzano l'una
con l'altra. Parlo oggi della povertà come bisogni materiali,
privazione fisica, mancanza delle cose necessarie di
base, istituzioni economiche mancanti, disuguaglianze
politiche e di sesso e privazione di voce e di rappresentanza
personale. Con Peter Henriot, SJ, anch'io credo che
la povertà non è uno stato inevitabile. È la conseguenza
di un piano umano (non divino) delle nostre strutture
sociali, politiche, economiche e relazionali. La povertà
è una realtà che noi strutturiamo e che noi tolleriamo.
Quando Gesù disse ai suoi discepoli che noi avremmo
sempre avuto dei poveri con noi, stava facendo "una
osservazione empirica, non… stava dando un comando di
come comportarsi".
Io sostengo che la povertà è un disordine
strutturale dell'opportunità, autorità e sicurezza esigito
dagli esseri umani, un disordine che crea e mette insieme
un'estrema vulnerabilità con gli eventi normali e alle
volte incontrollabili che la gente deve affrontare,
come i disastri naturali, le malattie, la violenza e
le crisi economiche. Il disordine strutturale dell'estrema
povertà richiede una formazione alla conversione strutturale
delle nostre comunità religiose.
Passiamo ora ad un'analisi della povertà
estrema e alle nostre affermazioni circa il suo sradicamento.
Il disordine strutturale della disuguaglianza economica
e il suo sradicamento
Se noi consideriamo la composizione
strutturale delle società attuali, vediamo che nel mondo
c'è un'immensa povertà, unita ad una grande ricchezza.
Dei sei miliardi di persone che sono nel mondo si stima
che quasi la metà ( due milioni e ottocentomila ) vivano
con meno di due dollari al giorno. Circa il 20% ( un
milione e duecentomila ) vivono con meno di un dollaro
al giorno. Per porre tutto questo nel contesto che ci
riguarda: in Occidente ci vogliono circa 18.000 dollari
(15.000 €) all'anno per mantenere un religioso nella
sua vita semplice e ascetica, quando sono computati
il cibo, le cure mediche, le assicurazioni, l'alloggio
e le altre necessità. Secondo un mio calcolo, ciò rappresenta
25 volte più di ciò che la metà della gente del mondo
ha per vivere e 50 volte di più di ciò che ricevono
i più poveri, cioè il 20% delle persone.
Gli effetti della povertà globale sono
enormi. Nelle nazioni ricche meno di un bambino su cento
muore entro i primi cinque anni dalla nascita. Nelle
nazioni più povere il 20% di tutti i bambini moriranno
prima di raggiungere i cinque anni. Come ho detto più
sopra, 600 milioni di bambini nel mondo ( cioè uno su
quattro ) vivono in povertà assoluta.
In un recente studio sulla distribuzione
delle entrate nel mondo, si è visto che la disuguaglianza
cresce sempre di più e che il divario fra ricchi e poveri
si allarga, giacché i ricchi raccolgono i benefici della
globalizzazione, mentre i poveri sono sul limite o sotto
il limite di povertà. Fra il 1988 e il 1993, per esempio,
le entrate globali per capita sono effettivamente cresciute
di un rispettabile 5,7%. Tuttavia è stata la quinta
parte più ricca della popolazione mondiale che ha realizzato
tutto il guadagno. Tutte le entrate per gli altri sono
diminuite e il 5% dei poveri ha visto diminuire le proprie
entrate del 25%.
Uno sguardo alle dinamiche della povertà
globale rivela cinque tendenze. Attualmente noi possiamo
dire che la povertà
1. Si sta approfondendo, nel senso
che i poveri cadono sempre più in basso nella miseria
e a velocità maggiore, nonostante il grande progresso,
le conquiste tecnologiche senza precedenti e la solida
crescita economica;
2. Si sta allargando, nel senso che
il divario fra coloro che hanno e coloro che non hanno
cresce sempre di più, perché i ricchi inghiottono tutti
i benefici della globalizzazione, mentre le entrate
dei poveri continuano a diminuire rapidamente;
3. Si sta militarizzando sempre di
più, nel senso che i conflitti armati, specialmente
lo scoppio di guerre civili e gli scontri etnico-religiosi
inaspriscono e aumentano la già allarmante combinazione
dei fattori di rischio della miseria;
4. Si sta femminilizzando e "giovanilizzando",
nel senso che le donne e i bambini cadono in povertà
più facilmente e più frequentemente degli uomini;
5. Si sta internazionalizzando, nel
senso che il crescente volume e la crescente varietà
delle transazioni dei beni, dei servizi e dei capitali
oltre le frontiere ( cioè, essenzialmente, la globalizzazione
) lasciano molte nazioni fortemente indebitate alla
mercé delle poche nazioni molto ricche, che scrivono
le leggi e stabiliscono le tariffe del commercio.
Non è cosa rara fra noi che siamo impegnati
nel lavoro internazionale di giustizia e pace quella
di lamentarsi del fatto che sia così difficile avere
e mantenere l'attenzione da parte della comunità quando
il discorso verte sulla giustizia. Non molto tempo fa,
durante un incontro con i Ministri generali dei maggiori
Ordini francescani, uno dei Ministri mi ha posto una
domanda che è attinente al nostro lavoro di oggi. Si
domandava come mai i francescani sembra che stiano perdendo
entusiasmo ed energia riguardo ai problemi della giustizia,
pace e integrità del creato.
Io non ho potuto negare la sua affermazione.
Si tratta di uno degli aspetti sconcertanti del nostro
lavoro: perché religiosi buoni, generosi e impegnati
sembrano alle volte così disinteressati e qualche volta
addirittura opposti agli sforzi che potrebbero fare
approfondire la loro presa di coscienza, ampliare la
loro comprensione ed estendere il loro impegno nell'azione
riguardo alla condizione dei poveri nel mondo.
Una ragione è che noi supponiamo che
la povertà globale sia inevitabile e che alleviarla
sia virtualmente impossibile. La schiacciante povertà
della metà dell'umanità persiste, nonostante le meravigliose
conquiste tecniche, gli straordinari progressi scientifici
e un'agenda morale illuminata che già ha rigettato cose
come la schiavitù, il lavoro infantile, il colonialismo
e la violazione di tutto un insieme di diritti umani.
Essa resiste perché non possiamo ancora concludere che
abbiamo il motivo di riformare l'ecologia della disuguaglianza.
Nel suo nuovo libro World Poverty and
Human Rights Thomas Pogge arriva alla conclusione che
ciò a cui ci troviamo di fronte è il fallimento della
convinzione morale. Scrive: "la povertà estesa,
estrema, può continuare perché noi non stimiamo che
il suo sradicamento sia moralmente doveroso". E
prosegue dicendo che esso non sarà mai moralmente doveroso
finché non vedremo che la sua inesorabile crescita nella
disuguaglianza globale è talmente inquietante da esigere
una seria riflessione morale.
In sostanza, noi non crediamo che la
presente condizione delle nostre sorelle e dei nostri
fratelli sia sufficientemente preoccupante da un punto
di vista morale da farci cambiare il corso delle nostre
azioni. Può essere così perché i poveri che incontriamo
e quelli al di là delle nostre frontiere sono coloro
che Bryan Massingale chiama "le vittime permesse"
del mondo. Ci sono quelli "la cui vita e dignità
possono – e sono – violate senza grande offesa sociale,
notizia pubblica o civica protesta". Questi sono
coloro le cui grida, per quanto alte, persistenti o
determinate, sono rese inudibili o sono soffocate nelle
grandi discussioni e discorsi morali delle nostre chiese
e istituzioni.
Ma esiste una più profonda ragione,
una ragione che sfida i nostri sforzi di minorità e
di itineranza come uomini francescani. È la soggiacente
ambivalenza psicologica e la difesa istituzionale contro
la conversione strutturale necessaria per far muovere
le nostre comunità verso la compassione internazionale
che si richiede da parte nostra.
Minorità, itineranza e sradicamento della povertà
Certamente non si potrà arginare la
marea della povertà estrema senza una cooperazione internazionale
molto grande e senza sacrifici globali. Come abbiamo
notato, la povertà attuale del mondo è un "disordine
strutturale". Esige una conversione strutturale.
E per i francescani la virtù che darà la forza per una
conversione strutturale delle condizioni della povertà
globale è la minorità. In questa linea, l'itineranza
è la nostra liberazione dal "monopolio dell'immaginario",
che distoglie le nostre emozioni, la nostra mente, il
nostro spirito e le nostre strutture dalla vocazione
che abbiamo di essere una libera comunità di persone
nel mondo di oggi, senza dominazione e senza limitazione.
Il VI CPO ha messo in relazione l'ideale
evangelico della povertà e la scelta di minorità:
Essere minori è manifestazione di autentica
povertà interiore, che nel progetto francescano di vita
si esprime anche esteriormente; è umiltà di cuore e
mancanza di potere; è solidarietà con coloro che sono
nel bisogno e nella privazione. Senza la minorità, la
nostra povertà non avrebbe senso, e diverrebbe orgoglio;
come senza la povertà, la minorità risulterebbe falsa.
John Corriveau, nelle sue riflessioni
sui risultati di questo CPO, ha notato che l'impegno
francescano per la povertà spinse i nostri primi fratelli
a coraggiose scelte economiche ( e non soltanto a disposizioni
spirituali ), che costituirono una sfida all'economia
prevalente del loro tempo.
Queste scelte economiche erano anche
una rottura cosciente con le più ovvie ingiustizie del
crescente mercato economico del tempo, basato sull'appropriazione
del potere e della ricchezza da parte di alcuni a discapito
dei più. La scelta di povertà dei primi francescani
era finalizzata alla sequela: l'obiettivo era quello
di entrare in relazione gli uni con gli altri e con
il prossimo alla maniera di Gesù. Era la scelta cosciente
di un mondo più fraterno, di un mondo più umano.
Corriveau dice che l'intenzione di
Francesco ( e dei suoi compagni ) era quella di costruire
una nuova sicurezza fondata sulla mutua dipendenza e
sulla solidarietà fraterna. Commentando le nostre sfide
francescane oggi, continua affermando che noi oggi siamo
chiamati a niente di meno che a istituire una "economia
fraterna", che costituisca una sfida al regno del
capitalismo nella nostra immaginario sociale e religiosa.
Perché, nota, "il capitalismo propone la concorrenza
come la migliore risposta per proteggere e amministrare
la scarsità di risorse" (Lettera circ. 13, n. 5.2),
Ma la Chiesa propone la solidarietà e la mutua dipendenza
come fondamento più sicuro, duraturo e giusto per la
sicurezza e il benessere umani.
Posto tutto questo, mi sembra che la
minorità, la forza che spinge la nostra povertà francescana,
non può essere più ridotta ad una prospettiva che la
rende una virtù umile e impercettibile, interiore e
molto privatizzata. Di fronte alla povertà globale,
così come l'abbiamo presentata, forse la più appropriata
descrizione della minorità del XXI secolo è: la virtù
sociale della compassione internazionale.
Come cappuccini, siamo agenti internazionali con una
visione che ci guida e una sofisticata ( anche se spesso
non utilizzata ) rete di comunicazioni. Possiamo appoggiare
istituzioni giuste che hanno finalità di aiuto e, quando
possibile, trasformare organizzazioni peccaminose e
sistemi ingiusti. Possiamo offrire idee, istituzioni
e relazioni in tutto il mondo per aiutare la gente a
dare un senso alla propria vita, sollevarli nelle loro
sofferenze e costruire ponti attraverso le pericolose
barriere politiche, economiche, culturali ed etniche
che li dividono.
L'itineranza è la fiducia coraggiosa
e appassionata di andare avanti e al di là delle frontiere
della lingua, classe, cultura, ideologia, sesso, orientamento
e casta, che separano i poveri dai ricchi nel mondo
illusorio dei maiores e dei minores. L'itineranza è
radicata nella convinzione intellettuale, nella maturità
emotiva e nella flessibilità organizzativa di una libera
comunione di fraternità evangelica di fratelli/di sorelle.
È fondata sulla premessa spiritualmente sicura e continuamente
creativa che Dio è il bene, tutto il bene, il supremo
bene, in ogni tempo e per ognuno. L'itineranza è la
nostra risposta individuale e comunitaria alla promessa
escatologica di Cristo, che, in un mondo di estrema
e barbara sofferenza, fa nuove tutte le cose e ci chiede
di vivere nell'adventus di Dio, buono e datore di grazia.
Riflettendo sulle dinamiche spirituali
e psicologiche dell'itineranza, Carlos Alfonso Aspíroz
Costa, OP, fa riferimento al testo biblico dell'Esodo
che dice: "alla tenda del convegno fuori dell'accampamento
si recava chiunque volesse consultare il Signore"
(Es 33, 7). Questo porta Costa ad osservare:
"Fuori dell'accampamento",
fra tutti "gli altri" relegati in un luogo
fuori dell'accampamento, è dove noi incontriamo Dio.
L'itineranza richiede di andare fuori dall'istituzione,
fuori dalle percezioni e dalle credenze culturalmente
condizionate, perché è "fuori dell'accampamento",
che noi incontriamo un Dio che non può essere controllato.
È "fuori dell'accampamento" che noi incontriamo
l'Altro, che è differente, e scopriamo chi siamo noi
e che cosa dobbiamo fare.
Le dinamiche psicologiche e organizzative
"all'interno dell'accampamento"
Abbiamo alluso diverse volte alle sfide
formative che riguardano la nostra vocazione alla compassione
internazionale e le virtù francescane della minorità
e dell'itineranza. È ora di rendere esplicite tali sfide.
Durante gli ultimi venti anni ho fatto
ricerche riguardo alla capacità dei religiosi – uomini
e donne – di promuovere la giustizia e di sviluppare
la virtù della solidarietà, così come vengono presentate
negli insegnamenti sociali della Chiesa. L'ho fatto
utilizzando due discipline: la ricerca psicologica riguardante
i religiosi – uomini e donne – e il campo dello sviluppo
organizzativo socio-analitico. Ciò mi ha portato alla
convinzione che, mentre la maggioranza di religiosi
e religiose sinceramente desiderano di aiutare le loro
sorelle e i loro fratelli che sono nel bisogno, noi
siamo, allo stesso tempo, fermati da una ambivalenza
psicologica soggiacente riguardo alla povertà e alla
condizione dei poveri.
Da una parte, la ricerca empirica ha
indicato che i giovani religiosi possiedono alti ideali
di deferente servizio e obbedienza, disposizione a sacrificarsi
per un mondo migliore, povertà, autodisciplina e responsabilità.
Danno importanza alla vita eterna come loro ultimo fine
e, a confronto dei gruppi di laici coetanei, hanno un
atteggiamento meno marcato a prendere la vita come viene.
Dimostrano un più alto senso di povertà, pietà, mortificazione
e castità nell'elencare i valori da loro professati.
Evitano il potere competitivo e il controllo sugli altri.
Sono persone i cui valori convergono verso la compassione
e l'interesse per gli altri.
E tuttavia gli studi hanno pure mostrato
che, mentre i giovani religiosi esprimono alti valori
di abnegazione in favore degli altri, essi dimostrano
significative tendenze di aggressività, di volontà di
dominio sugli altri, di ricerca a sfuggire a cose che
li possono danneggiare e di critica. Le ricerche attuali
indicano che alti ideali vocazionali per l'impegno sociale
e per la giustizia non sono sufficienti a far supporre
che persone già nella vita religiosa o che vi stanno
entrando abbiano un'effettiva capacità per la solidarietà
con i poveri. Abbiamo capito che l'immaginario sociale
di coloro che abbiamo studiato spesso è costruito piuttosto
su un compromesso fra alti ideali vocazionali e incoerenti
e fortemente inconsci bisogni personali. Da sessanta
a ottanta per cento dei religiosi e delle religiose,
nonostante i valori di compassione sinceramente ritenuti
e pubblicamente proclamati, sono fondamentalmente ambivalenti
riguardo alla povertà e alla condizione dei poveri.
Se l'itineranza è, come abbiamo suggerito, "la
fiducia coraggiosa di andare avanti e al di là delle
frontiere della lingua, classe, cultura, ideologia,
sesso, orientamento e casta, che separano i poveri dai
ricchi", allora noi, come formatori, ci troviamo
immediatamente di fronte ad un problema. Che è questo:
la perdurante incoerenza fra i valori, gli atteggiamenti
e le esigenze emotive che esistono nella posizione dei
religiosi e il progetto di vita di coloro che si impegnano
ad una vita di minorità.
Le ricerche e l'esperienza insieme
mostrano che la sincera proclamazione degli ideali di
giustizia, compassione e solidarietà costituisce soltanto
la metà della storia delle motivazioni religiose. Dall'altra
parte e ad un livello più profondo ci sono i compromessi
emotivi e le concessioni non-razionali che col tempo
facciamo per soddisfare i nostri bisogni affettivi,
specialmente quando essi si dimostrano in contrasto
con scelte dure e penose implicate nell'autotrascendenza
dello zelo profetico.
I programmi di formazione religiosa
hanno fatto molta strada nel sottolineare i valori della
minorità, giustizia, compassione e solidarietà nella
vita religiosa. La letteratura sulla minorità e la solidarietà
prodotta in questi ultimi anni è estesa e approfondita.
L'aggiunta dell'"itineranza" completerà e
amplierà altri importanti temi nel lessico dell'"economia
fraterna". Tuttavia la letteratura sulla formazione
è incompleta se essa non affronta gli ostacoli e le
resistenze ( sia personali che organizzative ) che s'incontrano
nello sviluppo dell'economia fraterna, specialmente
quelli che si trovano nelle acque torbide dei bisogni
incoerenti e dei compromessi emotivi.
Qui dobbiamo dare un serio sguardo ai programmi di formazione
che trattano gli alti ideali della minorità e dell'itineranza
e allo stesso tempo ai compromessi emotivi che si hanno
rispetto alla compassione, tormentosi e spesso difficili
da decifrare.
Sembra che la formazione all'itineranza,
la formazione dei singoli e delle comunità ad andare
al di là delle frontiere della lingua, classe e cultura,
sarà ulteriormente messa alla prova dall'ambivalenza
strutturale inerente all'attuale formazione stessa.
Ci sono diverse ragioni per questo.
Prima di tutto i nostri sistemi di
formazione sono primariamente e quasi esclusivamente
centrati sulla conversione personale dei frati individui.
Raramente essi sono competenti nella letteratura e nelle
esperienze della conversione strutturale delle comunità
religiose. Mentre noi abbiamo preso cura in modo appropriato
dello sviluppo spirituale, affettivo, intellettuale
e interpersonale dei frati individui, lo stesso non
si può dire delle comunità che formano la matrice di
questo sviluppo. Rare sono le comunità che si pongono
a confronto con i principi delle loro dinamiche organizzative,
coscienti delle loro difese sociali e capaci di confessare
i loro peccati sociali come gruppo. Se oggi noi comprendiamo
in modo più chiaro i valori che sono alla base dello
sviluppo dell'economia fraterna, non abbiamo ancora
approfondito le dinamiche psicologiche e organizzative
del suo sviluppo o del suo regresso.
Se come fraternità noi dobbiamo entrare
in modo più diretto nell'arena del potere e della minorità,
dell'itineranza e della compassione internazionale (e
io credo che lo dobbiamo), allora dobbiamo articolare
una più convincente e più robusta antropologia dell’economia
fraterna, una antropologia che possieda lo spazio e
i mezzi per aiutarci a capire le nostre possibilità
e la nostra vocazione all'analisi istituzionale e alla
trasformazione delle organizzazioni, sistemi e strutture
nella nostra vita. Non si possono ancora prendere per
scontati i sistemi che esistono intorno a noi, quasi
che non siano implicati in peccati sociali e non usino
difese sociali.
In secondo luogo, la formazione all'itineranza
e alla compassione internazionale viene ostacolata dal
fatto che noi non abbiamo una teoria della formazione
religiosa comprensiva, coerente e condivisa.
Recentemente ho terminato uno studio
sui programmi di formazione negli USA e ho concluso
che noi abbiamo sette "culture di formazione",
distinti e alle volte concorrenti sistemi di credenze,
emozioni, rituali e mezzi. Ognuna di tali culture esprime
valori che derivano da insegnamenti autorevoli, ognuna
di esse cerca di essere fedele ad aspetti cruciali del
pensiero della Chiesa dopo il Vaticano II.
Tuttavia esse sono culture di vita
religiosa chiuse, ognuna con un suo distinto linguaggio
e il suo insieme di rituali, che formano e delimitano
un orizzonte di aspettative che serve a delineare e
a distinguere l'una dall'altra. Esse stanno rapidamente
divenendo le culture della vita ecclesiale.
Per esempio, la cultura essenzialista,
con la sua stretta adesione al linguaggio e alla prassi
della "verità oggettiva", ai pronunciamenti
del magistero e alla difesa apologetica della fede,
è marcatamente differente dalla cultura esistenzialista
con la sua enfasi sulla crescita personale, la riflessione
su se stessi e l'autenticità. La cultura della socializzazione
con la sua enfasi sulla "fraternità", la "condivisione
della fede" e le dinamiche del discernimento è
in marcato contrasto con l'interiorità della cultura
esistenzialista che l'ha preceduta. Ognuna delle altre
culture della formazione (la comportamentistica, la
neo-essenzialista, quella della liberazione e quella
professionale ) esprimono i valori fondamentali dell'azione,
leadership, giustizia e creatività, ma lo fa con un
linguaggio e con uno stile che rimangono largamente
incomprensibili al di fuori dei parametri della cultura
di formazione preferita da qualcuno. Queste culture
di formazione sono divenute difese sociali usate inconsciamente
per contrastare il rafforzamento delle comunità religiose
del XXI secolo.
Se noi vogliamo costruire comunità
di fraternità evangelica, con la flessibilità organizzativa
e la coraggiosa passione di andare al di là delle frontiere
della propria classe e cultura in funzione della compassione
internazionale, allora si devono ascoltare con attenzione
e seguire in modo appropriato le culture concorrenti
di formazione presenti nel nostro Ordine. Se impariamo
come trasferirci verso tali culture e dentro di esse,
senza giudicarle e con spirituale rispetto, allora potremo
anche imparare – dall'interno – le tecniche e le dinamiche
necessarie per il passaggio attraverso le frontiere
del sesso, della classe e della casta.
L'antropologia dell'economia
fraterna
"Minorità", "itineranza",
"solidarietà", "partecipazione"
e "trasparenza" sono affascinanti elementi
nel lessico dell'insegnamento sociale di John Corriveau
nell'Ordine cappuccino. Ma essi convergono verso un'immagine
centrale, un paradigma, che li coordina e una metafora
fondamentale della sua visione soteriologica dell'Ordine.
E questa è la visione dell'"economia fraterna".
È l'"economia fraterna" che
esprime come i frati devono vivere il piano di redenzione
e il lavoro di liberazione in un mondo che si attiene
ai principi alternativi della divisione e dell'alienazione.
Quello che vuole Corriveau, più che un piano economico
di distribuzione di fondi nel mondo, è sfidare la metafora
centrale dei nostri tempi, il "monopolio dell'immaginario"
che impone la competizione, che è "la sola voce
che determina come le cose sono sperimentate…la lente
attraverso la quale propriamente la vita è vista o sperimentata".
Ciò che vuole è di proporre una visione
alternativa e fare un appello alla ricostruzione delle
relazioni ad ogni livello della nostra esperienza ecclesiale
e sociale. Solidamente fondato sulla visione trinitaria
che il nostro Dio è una "libera comunione di persone
senza dominazione né limitazione", Corriveau capisce
che nessuna sorella e nessun fratello nel mondo è libero,
se non possono esprimere se stessi ( e tutto di se stessi
) nella libera comunione che è il loro patrimonio come
figli di Dio. Qualsiasi sistema, qualsiasi struttura,
qualsiasi istituzione sociale o ecclesiale che interrompa
o interferisca nell'accesso individuale o di gruppo
alla piena e trascendente estensione di libertà di essere
in comunione deve essere rigettato come un affronto
al fondamento trinitario dell'universo. Qualsiasi istituzione
o organizzazione che volesse tentare di circoscrivere
o di limitare in qualsiasi modo l'impulso di un fratello
o di una sorella verso la libera comunione con metodi
di dominio o con mezzi di limitazione deve essere sconfessato
e i suoi sforzi devono essere corretti, perché il dominio
e la limitazione non sono opera di un Dio che ama.
In questo modo John Corriveau ha potuto
integrare la spiritualità della trascendenza e la spiritualità
della giustizia e fare a buon diritto dell'opera di
promozione dei diritti umani nel mondo l'impegno centrale
del maturo francescano.
Vorrei terminare questa presentazione
mettendo in luce gli elementi centrali dell'antropologia
dell'economia fraterna, quelle costanti decisive che
devono formare la base dei nostri tentativi di costruire
una solida formazione all'itineranza e alla compassione
internazionale nel XXI secolo. Li descriverò brevemente.
Edward Schillebeeckx ha descritto diverse
"costanti antropologiche", che esprimono ciò
che significa essere persona umana e come noi ci relazioniamo
con il divino. Essi costituiscono il fondamento del
culto, della spiritualità, della cura pastorale e dell'etica.
Costituiscono la nostra riflessione teologica sulla
natura della soggettività e conoscenza umana, dell'essere
in un corpo e della sofferenza, della nostra apertura
e recettività riguardo al mondo.
Schillebeeckx ne nomina sei:
1. Corporalità (che include la propria
sessualità e l'ambiente ecologico);
2. Relazione con le altre persone come contesto formativo
della nostra propria individualità;
3. Relazione con le strutture sociali, politiche ed
economiche;
4. Condizionamento di tempo e spazio;
5. Dinamica di teoria e prassi sperimentata come cultura
(come opposta all'istinto);
6. Orientamento al futuro (come parte di ciò che significa
essere persona umana).
Senza voler suggerire che Corriveau
abbia derivato le sue costanti antropologiche direttamente
dalle premesse teologiche di Schillebeeckx, vorrei a
scopo euristico tracciare tre linee antropologiche ispirative
che potrebbero formare la base della nostra formazione
all'itineranza e alla compassione internazionale.
1. Creazione e fraternità cosmica.
Prima di addentrarsi in una serie di riflessioni sulla
povertà, la solidarietà e i principi dell'economia fraterna,
Corriveau pone le basi di tutte sul profondo principio
antropologico di creazione. Noi siamo creature, intimamente
connesse e visceralmente legate al mondo materiale.
Corriveau sottolinea la realtà della salvezza e della
liberazione come un dramma incarnato. Scrive:
Siccome la fraternità abbraccia tutta
la creazione, Francesco fu avvinto da ciò che si potrebbe
chiamare la "fraternità cosmica". Celano descrive
come Francesco guardava alle più umili realtà… la luce,
l'acqua, il fuoco, il vento, la terra, le piante, gli
animali, i fiori… con stupore. Era capace di vedere
le realtà nascoste della natura… Tutte le creature formano
un'unica famiglia di fronte a Dio.
Chiaramente ogni formazione all'itineranza
e alla compassione internazionale deve spingere i frati
ad accettare il proprio corpo e tutta la creazione,
evitando qualsiasi forma di dualismo e aiutandoli a
vedere che l'ecologia non è un oggetto di studio, ma
la vera matrice del loro sviluppo. Questo mondo e tutti
i mondi, incarnati e pieni di sentimento e di intelligenza,
si uniscono in una meravigliosa diversità come una singola
famiglia di fronte a Dio e sono il luogo privilegiato
di ammirazione, contemplazione, costruzione e impegno.
2. Comunione e mutua interdipendenza.
Come abbiamo visto, Corriveau rigetta in modo deciso
l'atomismo, l'individualismo e l'isolamento, che sono
i principi di fondo dell'antropologia secolare che abbiamo
ereditato. Ripetutamente Corriveau respinge con forza
il paradigma della competizione che controlla in modo
prevalente il nostro immaginario sociale. Al contrario
ci spinge energicamente alla solidarietà e alla mutua
interdipendenza in tutte le relazioni come unica risposta
adeguata a Dio, che è descritto come una "libera
comunione di persone senza dominazione e senza limitazione".
Corriveau parla spesso della necessità di "relazioni
rinnovate e restaurate", che traggono la loro forza,
il loro motivo e il loro modello dall'"eccessivo
amore" del Crocifisso. Corriveau rigetta qualsiasi
progetto antropologico che includa dominio o difenda
la limitazione. Nota: "Un'autorità patriarcale,
dispotica, ispira soltanto odio e paura, viziando fin
dalla base la comunione di vita che esiste nella Santa
Trinità". Tre principi derivano da questa visione
di comunione e di mutua interdipendenza: partecipazione,
trasparenza e responsabilità.
Questi tre principi sono ormai presenti
nelle nostre riflessioni, ma devono ancora trovare una
appropriata realizzazione nella trasformazione delle
nostre relazioni.
Nella formazione centrare l'attenzione
sulla "partecipazione" può cambiare la natura
e la qualità delle relazioni e del lavoro con i direttori
della formazione. La collaborazione e la cooperazione
che oltrepassino le frontiere delle Province possono
diventare una nuova espressione della nostra itineranza.
Possono pure far diminuire l'asimmetria che spesso esiste
fra lo sviluppo personale e la trasformazione comunitaria.
La "trasparenza" può dare
risalto all'apertura che ci si aspetta da ogni frate
e da ogni comunità riflettendo profondamente sulla qualità
della nostra preghiera e della nostra comunione, della
nostra missione e della nostra solidarietà. Essa dovrebbe
includere l'attenzione alle difese personali degli individui
e alle difese sociali delle comunità, giacché questi
sono gli ostacoli più resistenti allo sviluppo dell'economia
fraterna. La "svolta verso il sociale" della
formazione del XXI secolo completerebbe la "svolta
verso il soggetto" del XX secolo, se essa include
i meccanismi per mezzo dei quali le comunità possono
valutare i propri livelli di impegno per il bene comune,
la solidarietà e la comunione.
Una nuova importanza data alla "responsabilità"
può erodere l'atomismo comunitario che alle volte si
manifesta con forza nella vita spirituale dei frati
dopo la professione perpetua. Le comunità possono allora
concepire se stesse come mutuamente responsabili e mutuamente
impegnate a ravvivare la propria preghiera e comunione
( all'interno e all'esterno della fraternità ) ed entrare
in un discernimento condiviso sul progresso dei propri
ministeri, invece degli atteggiamenti protezionistici
che si hanno talvolta nell'assegnamento dei vari servizi.
Una responsabilità più collettiva e globale che scaturisce
dal rispetto delle dimensioni internazionali della compassione
di Cristo possono completare le forme personali e interpersonali
dell'obbedienza che si sono sviluppate nel XX secolo.
Una nuova importanza data all'itineranza
come movimento in avanti e al di là delle frontiere
stabilite della classe, del sesso e della sessualità,
insieme ad un più profondo impegno per lo sviluppo della
fraternità cosmica e della mutua interdipendenza deve
causare un serio e duraturo impegno verso l'elemento
femminile. La formazione cappuccina deve divenire più
autenticamente coinvolta con le storie e le esperienze
delle donne del nord e del sud. Dobbiamo interrogarci
sulla pratica di escludere le donne dalle nostre discussioni
su come "le relazioni rinnovate inaugurano la giustizia".
Esse devono parlare da se stesse riguardo alla forma
e alla direzione dell'"economia fraterna"
del XXI secolo. E l'itineranza domanderà da noi il coraggio
di andare al di là delle sicure frontiere della nostra
sessualità e del nostro sesso per permettere alle donne
( e alle altre minoranze ) di essere in libera comunione
con noi, liberati dal dominio e dalla limitazione che
esse troppo a lungo hanno sperimentato.
3. Strutture sociali. È nella Lettera
circolare 2 che Corriveau annuncia che cambiamenti strutturali
faranno parte dell'agenda del suo governo. Ma la sua
visione è qualcosa di più di prescrizioni per una più
giusta distribuzione delle risorse nel mondo cappuccino.
È un riconoscimento che questi adattamenti strutturali,
fondati sulla solidarietà e sulla mutua interdipendenza,
offrono una più forte base alla speranza e un più sicuro
fondamento al benessere del mondo.
Corriveau non teme di sfidare le strutture
che sono fondate sul trionfo della competizione. Chiaramente
Corriveau ha focalizzato i suoi sforzi sulle strutture
finanziarie dell'Ordine. Ha fatto questo perché, come
già abbiamo veduto, egli sa che lo spirito di competizione
che monopolizza l'immaginazione del mondo moderno è
un'offesa alla comunione fraterna che deve determinare
la nostra interazione col mondo.
Ma non si è fermato alle nostre relazioni
economiche. Ha fatto anche appello alla "solidarietà
del personale" e alla creazione di "nuove
strutture di collaborazione fra i continenti e le circoscrizioni".
Egli apre una nuova frontiera alla
formazione religiosa: l'impegno per la conversione strutturale.
La conversione strutturale suppone che ogni frate in
formazione divenga maggiormente competente per ciò che
riguarda i mezzi e le abilità necessari per comprendere
e, se necessario, aiutare la riforma dei sistemi, delle
istituzioni e organizzazioni nelle quali viviamo e lavoriamo,
in accordo con la visione e i valori della comunione
fraterna.
Troppo spesso l'impegno della formazione
religiosa è presentato soltanto a due livelli: quello
personale e quello interpersonale. Spesso è dimenticata
la cruciale dimensione dell'aspetto collettivo o dell'aspetto
strutturale. Riducendo la positività dell'esistenza
religiosa soltanto alle dinamiche personali e relazionali
si ignorano le più vaste forze istituzionali che possono
o promuovere il progresso umano oppure spingere allo
sfruttamento sociale.
Discriminazione, disuguaglianza, insufficiente
cura della salute strutture educative inadeguate e ingiuste
pratiche di assunzione di lavoro, per esempio, sono
più spesso che no "peccati sociali". E le
dinamiche del peccato sociale sono differenti e più
sottili delle dinamiche del peccato personale, in quanto
i codici competitivi del peccato sociale si nascondono
nell'ambito delle regole, dei costumi e delle convenzioni
delle organizzazioni e danneggiano in modo ingiusto
le legittime esigenze personali e interpersonali dell'individuo
o del gruppo.
Di fronte alla violenza collettiva
e ai conflitti alimentati dagli antagonismi etnici,
nazionalistici o religiosi che scoppiano nel nostro
mondo, spetta a coloro che sono dedicati all'economia
fraterna di avere conoscenza ed esperienza della pratica
della trasformazione dei conflitti, dell'edificare la
pace e del perdono sociale.
I nostri fratelli nel recente convegno
regionale dell'Ordine sulla giustizia e la pace, tenuto
ad Addis Abeba, hanno compreso come la riconciliazione
sociale è un particolare segno della grazia di Dio in
un mondo di molteplici etnicità e culture. Hanno pure
mostrato come costruire una cultura dei diritti umani
nelle nostre comunità e nel mondo sia una particolare
espressione francescana della nostra fondamentale uguaglianza
e unità come "fratelli di tutti i popoli senza
distinzione" (Cost 11, 2).
Conclusione
Abbiamo iniziato questa presentazione
esponendo brevemente ma realisticamente casi di sofferenza
umana nel mondo. Nel tempo preso per parlare – dicevamo
- migliaia di bambini sarebbero morti di fame, sarebbero
stati infettati di AIDS e sarebbero stati sfruttati
nei conflitti etnici e religiosi scoppiati sulla terra.
Le nostre paure si sono avverate –
migliaia di bambini sono morti o sono stati ridotti
in schiavitù. Sono divenuti bersaglio di guerra, sono
stati sradicati dalle loro case e strappati dalle loro
famiglie.
Di fronte a questa violenza e povertà
globale, abbiamo proposto la minorità come virtù sociale
della compassione internazionale e l'itineranza come
un appassionato e fiducioso andare avanti e al di là
delle frontiere della lingua, della classe, della cultura,
dell'ideologia, del sesso, dell'orientamento e della
casta, in modo da vivere la nostra vocazione ad essere
una libera comunione di persone senza dominazione e
senza limitazione.
Siamo ad un punto cruciale dell'impegno
nella nostra vita cappuccina. Saremo capaci di ascoltare
il grido dei poveri al di là delle nostre frontiere
come i nostri fratelli dell'Africa hanno chiesto durante
il Capitolo generale del 2000? O invece non presteremo
attenzione?
I bambini aspettano.
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La
minorità come ispirazione per un nuovo modello di società |
Luis Carlos Susin,
o.f.m.cap. |
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Siamo tutti d'accordo: la minorità
non è semplicemente povertà né si riduce a occupare
i posti più umili, ma è una relazione di servizio in
condizione di umiltà, è lavare i piedi gli uni degli
altri. Il servizio suppone un certa efficacia a livello
di realtà. Come può la minorità essere rilevante per
le richieste e le aspettative delle società contemporanee,
in un mondo sempre più globalizzato, con relazioni sempre
più complesse? Possono le società in cui siamo presenti
pensare che qualcosa di buono, una buona notizia, può
venire da un gruppo di frati cattolici che professano
la minorità? A queste domande, che mi sono state accennate
durante la preparazione del CPO, credo che, in primo
luogo, si potrebbe dire che la risposta dipende dalla
qualità che si ha della comprensione e della interpretazione
del mondo contemporaneo e dalla qualità della minorità
rispetto a questo mondo.
Questo intervento svolgerà cinque punti: 1. Le possibilità
di servizio perché sia possibile un mondo diverso. 2.
La minorità intesa prima come relazione di servizio
che come identità. 3. La minorità come relazione che
s'impone a partire dagli altri, dall'esperienza dell'incontro
con altri nella minorità. 4. Le relazioni di servizio
che possono aiutare nella sostenibilità perché un mondo
diverso sia possibile. In questo punto cerco di accennare
alle conseguenze dei primi tre punti. 5. E, finalmente,
la minorità nella complessa dialettica sociale, passando
dalla vicinanza alla solidarietà organizzata senza perdere
l'esperienza fondante della minorità.
1. Un mondo diverso è possibile
Sognare un mondo diverso non è privilegio
nostro. La missione di una frate minore in questo mondo
potrebbe essere, in una certa misura formale, la missione
di Don Chisciotte, il Cavaliere dalla Triste Figura
reso celebre da Cervantes nel suo capolavoro della letteratura
spagnola. In questo mondo nel quale i grandi ideali
appaiono come un romanticismo anacronistico, continuare
a sognare un sogno impossibile, continuare a lottare
una lotta invincibile, trasformare la dura realtà in
nobiltà e ardore, questa missione, in certa maniera,
dà il carattere un po’ "chisciottesco" alla
figura del frate minore. Il "Signore degli Specchi",
davanti a Don Chisciotte, con la sua brutale dimostrazione
della realtà, con le sue analisi socio-economiche, politiche
o psicoanalitiche, può relegare il sogno nella diagnosi
della pazzia e della melanconia. Nell'attuale stadio
delle società, in un mondo dove trionfa la globalizzazione
dei più forti e dove nuove periferie e nuove frontiere
affogano la speranza, la tentazione di abbandonarsi
alla melanconia a causa del senso di fallimento e di
impotenza può essere grande. Ma trionfo e vittoria,
potere e dominio non sono sinonimi di verità. "I
vestiti possono essere nemici della verità", obiettava
Don Chisciotte davanti al Signore degli Specchi. La
verità e la giustizia, come dimostra la croce di Gesù,
questo nostro Don Chisciotte del Regno di Dio, si rivela
di più fra le lacrime di coloro che rimangono uniti
alle croci delle periferie che fra quelli che sono nei
centri affascinanti delle loro nuove cattedrali.
"Un mondo diverso è possibile",
è divenuto il grande lemma del Forum Sociale Mondiale,
un evento che è iniziato nel 2001, a Porto Alegre, città
dalla quale vengo: ad esso mi sono impegnato a partecipare
con altri confratelli e teologi e numerosi membri di
Chiese. Dopo le prime tre edizioni a Porto Alegre, nel
gennaio di quest'anno si è svolto a Mumbai (ex-Bombai)
in India. Attualmente è chiamato "Movimento dei
movimenti", giacché sta radunando ogni volta un
numero sempre maggiore di organizzazioni non governative,
entità e movimenti di lotta per la dignità e i diritti
umani e ecologici, per relazioni internazionali più
giuste, per il miglioramento dell'esistenza umana sulla
terra, ecc. Il Forum Sociale Mondiale è nato come confronto
e alternativa al Forum Economico Mondiale, che si celebra
ogni anno in gennaio, a cominciare dagli anni '70 a
Davos, in Svizzera. Si vorrebbe affermare una globalizzazione
che consideri in primo luogo le società e non le economie,
e queste in funzione di quelle e non al contrario. Intanto
la sua crescita sorprendente che si ha ogni anno, come
anche la metodologia e la vastità hanno già superato
le intenzioni iniziali. Oltre il Forum Mondiale, si
celebrano forum regionali e continentali come sua preparazione,
emergenze di base e diffusione. Oltre che forum di idee
in rete, è divenuto una grande vetrina, uan visibilizzazione
di iniziative, di organizzazioni, di creatività, di
movimenti nati negli ultimi decenni e che erano rimasti
relativamente isolati e invisibili, mentre trionfava
con grande chiasso il neoliberalismo e il "pensiero
unico". Sfidando questo pensiero unidimensionale
e antropologicamente così perverso come altre ideologie
del recente passato, il Forum Sociale Mondiale si presenta
come un orizzonte utopico: la possibilità di un mondo
differente. Questo mondo, costruito partendo dalla storia
dell'Occidente, soprattutto dai suoi ultimi cinque secoli,
sta divenendo sempre più insostenibile, impraticabile
per grandi porzioni dell'umanità, nonostante si stia
facendo una guerra dei mezzi di informazione riguardo
all'interpretazione della realtà. Affermare che non
c'è una realtà, ma delle interpretazioni, ha un limite
nella fame, nella solitudine, nella disperazione, nella
morte. Questo è il limite rapidamente conosciuto da
grandi porzioni dell'umanità e che i media legati agli
interessi dominanti, coerentemente, lasciano nel nascondimento
e nella dimenticanza. Un mondo diverso è necessario
e urgente. Il Forum Sociale Mondiale non pretende, però,
essere soltanto un sogno, avendo come unico punto focale
l'orizzonte utopico. Presenta anche le molteplici potenzialità
della realtà con una vasta scala di iniziative che danno
un segno di questo diverso mondo possibile.
All'apertura del secondo Forum Sociale
Mondiale, subito dopo dell'enunciazione del lemma nascente
– "Un mondo diverso è possibile" – la seconda
affermazione è stata: "Non un diverso mondo al
di là, separato da questo mondo". E la terza affermazione,
sempre con la solennità di una apertura: "Ma differente
dallo stato attuale di questo mondo: questo mondo può
essere altro, può essere differente". E finalmente:
"Noi possiamo fare di questo mondo un mondo nuovo".
Per chi lavora con la soteriologia, con l'escatologia
– o i "novissimi", come si diceva in altri
tempi – queste affermazioni sono eco della secolarizzazione
operata dalla modernità di ciò che è nel cuore della
speranza e degli impegni cristiani, nell'orizzonte delle
aspettative e del messianismo cristiano: la salvezza
umana con il mondo e la salvezza del mondo con la salvezza
umana, senza separazione e senza confusione. Infine:
Nuovi Cieli e Nuova Terra, dove non ci saranno più lacrime,
né pianto, né lutto, né dolore (cfr Ap 20-21). Ci potremmo
perfino gloriare del fatto che, nel coordinamento del
Forum Sociale Mondiale, ci siano pure persone di formazione
solidamente cristiana. Ma c'è una pluralità di tradizioni
religiose, con la loro etica di responsabilità, nelle
biografie delle migliaia di partecipanti. Sebbene il
"soggetto" o "attore" del Forum
sia la società civile con le sue organizzazioni, senza
connotazioni politiche e senza connotazioni religiose
escludenti, sono esplicitamente presenti pure membri
delle religioni, purché accettino la Carta di Principi
etici, di rispetto della pluralità e di metodi non violenti.
Evidentemente il Forum Sociale Mondiale
è ancora fragile sotto molti aspetti. Ci sono, effettivamente,
dosi di romanticismo, di confusione, di quel caos che
normalmente si manifesta nelle feste popolari di grandi
masse, affermazioni di identità in forma esagerata,
residue manifestazioni di gruppi radicali paralleli
al Forum con ideologie anacronistiche, ecc. Ed esiste
sempre un interrogativo sulla sua efficacia. Ma intanto,
mostrare ciò che sta avvenendo nelle diverse zone del
pianeta, incentivare comunicazioni e reti, creare empatie
e affinità, rafforzare la
speranza, tutto questo ha un grande valore pratico.
Tuttavia l'efficacia decisiva del Forum è l'orizzonte
che svela come possibile: "Un mondo diverso è possibile".
La riflessione che ora segue riguarda l'efficacia della
minorità, tenendo come orizzonte le migliaia di entità
e di persone che formano il Forum Sociale Mondiale e
i suoi propri orizzonti sociali e utopici. Forse può
esser bene riaffermare con chiarezza qualcosa che è
anteriore ad ogni efficacia: la minorità, nella sua
essenza, nel suo segreto o mistero più profondo, si
muove nell'ambito della gratuità, della grazia o dono
senza misura e senza calcoli. Anche in questo senso
sono impressionanti la densità di generosità e la gratuità
umana che muovono migliaia di entità che si associano
nel Forum Sociale Mondiale. Non potremmo riconoscere
in ciò l'azione dello Spirito? Ma per capire la relazione
fra la minorità e questa manifestazione gigantesca della
società civile mondiale, conviene che ci intendiamo,
seppure minimamente, su cosa significa minorità, giacché
si tratta della nostra identità, e le identità oggi
sono un problema.
2. Minorità: una identità nella relazione
Quando Tommaso da Celano riferisce
che Francesco indica il nome del suo gruppo forse dobbiamo
pensare a qualcosa di biblico: "Voglio che questa
fraternità sia chiamata Ordine dei Frati Minori"
(1Cel 38:FF 386). Per cui, come altri lo sanno dire
meglio, l'essenza dell'Ordine non è solo essere fratelli,
ma essere fratelli nella forma, nella modalità di "minori".
Tutt'e due le parole definiscono l'identità, l'essere
proprio di chi realmente appartiene all'Ordine. Il nome
è, biblicamente, una vocazione, un richiamo ad essere
una identità. Intanto, a motivo della "minorità",
questa identità è paradossale, ha qualcosa di contraddittorio,
è una identità "a rovescio", perfino scandalosa.
Senza uno choc e uno sbalordimento che interrompano
il cammino dell'identità e lo collochino a rovescio,
non si comincia l'avventura di essere frate minore.
Per comprendere con maggiore profondità la necessità
di questo choc e come esso può avvenire, ci fermiamo
ora brevemente sul dramma dell'identità. Credo che il
dramma – così crudamente esposto dal nostro caro Lázaro
Iriarte - che le lotte riguardo alla povertà furono
dovute alla sua dissociazione dalla minorità, abbia
molto a che vedere con il problema profondo dell'identità
nella storia dell'Occidente.
La priorità dell'affermazione dell'identità,
la ricerca della propria essenza, del proprio fondamento,
del proprio senso, ponendo in secondo luogo o come parte
dell'odissea dell'identità la relazione con l'altro,
con le differenze, è l'origine della guerra, dell'ignoranza,
della non accettazione, dell'ingiustizia. È possibile
costatare e affermare che questo istinto di affermazione
dell'identità non sia solo il dramma di una determinata
storia o di una determinata cultura, ma sia qualcosa
di antropologico e perfino di zoologico. Ma, per non
rimanere nelle generalità, conviene riconoscere, come
molti pensatori contemporanei, che la storia dell'Occidente
è caratterizzata da questo circolo dell'Odissea, della
nostalgia di se stesso, del proprio significato e fondamento,
con la ricerca di se stesso e con l'autoaffermazione
vittoriosa in ogni contatto con ciò che è diverso. L'affermazione
dell'identità può esistere perfino nel fascino della
mistica, nel confondersi con il divino, nella bellezza
del suo mistero, e fa lo stesso che sia in una teologia
o liturgia della bellezza o in una bellezza della teologia
e della liturgia. Ma questo lato estetico, come il lato
intellettuale e il lato politico, ha anche il suo lato
guerriero, la sua violenza elevata a nobiltà delle battaglie
eroiche. Il circolo dell'identità colonizza, sottomette,
manipola, annichila, annulla infine ogni rivelazione
di alterità e ricusa una conversione che non venga dal
profondo di se stesso. Politicamente, nel recente passato,
abbiamo così avuto una recrudescenza dei nazionalismi,
delle ideologie totalitarie. Più recentemente, a partire
dalle regioni più liberali, le lotte di affermazione
delle minoranze. Infine, siamo al ritorno del fondamentalismo
nelle sue diverse versioni. È il fondamentalismo terrorista,
che è il più fragile, che agisce soltanto sotto forma
di guerriglia. È il fondamentalismo con guerra di tremore
e di paura che parte dai più forti, che si sentono ingenuamente
legittimati all'uso della forza ogni volta che la loro
identità è minacciata. Tutti coincidono nella ricerca
dell'affermazione della propria identità, anche se questo
significhi un pericoloso scontro di civiltà in un mondo
nel quale la maggiore globalizzazione ha obbligato ad
una vicinanza che non necessariamente costituisce il
compimento del comando biblico di essere vicini al prossimo.
La domanda sull'identità – per avvicinarci
di più a noi stessi – è se in termini cristiani, cattolici
ed ecclesiastici, e anche spirituali e mistici, non
camminiamo sulla stessa strada. Approfondire la stessa
minorità come identità non potrebbe avere questa preoccupazione
per noi stessi? In termini ecclesiologici, basta sfogliare
i testi sulle "note" della Chiesa e le dispute
su quale è la vera Chiesa, su chi realizza e rende visibile
l'identità come Chiesa di Cristo, per renderci conto
di un circolo medio del problema, prima di entrare nel
circolo stretto delle dispute francescane. Se alle note
ortodosse della Ecclesia Una, Sancta, Catolica et Apostolica
aggiungiamo anche la nota di occidentale, latina, storica
e culturale, della sua romanità – pure con piena coscienza
di quanto Francesco amò e volle obbedire alla Ecclesia
Romana – allora il dramma dell'identità rimane ancora
più manifesto nella Chiesa di oggi.
Ma la priorità della ricerca dell'affermazione
dell'identità non è l'unico principio che ha fatto la
storia dell'Occidente. Con l'odissea di conquistatori
e scopritori, di colonizzatori e di costruttori di grandi
imperi, l'Occidente è pure evangelicamente traumatizzato
dalla incessante peregrinazione di Abramo, di Mosé e
di Elia, dei poveri di Jahvè e, infine, dal cammino
pasquale di Gesù. Nel cammino da Abramo a Gesù, da Gesù
al Regno di Dio, l'entrata o l'irruzione del mistero
ha condotto al paradosso della maestà e al medesimo
tempo della fragilità, dell'oceano e della goccia, del
Dio sempre più grande ma sempre trovato unito all'umile
(cfr Is 57,15). L'antropologia biblica ha portato dentro
l'Occidente l'inquietudine e la peregrinazione, l'etica
dell'altro al di sopra e prima dell'etica dell'identità,
dell'ordine, dell'istituzione. Per questo l'Occidente
è un cortocircuito continuo fra l'affermazione della
identità e la rinuncia di sé in favore della trascendenza
e dell'aiuto all'altro, una mescolanza di colonizzazione
e di missione, fra il fervore sincero dell'umanesimo
e l'imposizione del proprio umanesimo agli altri.
Il Concilio Vaticano II ha posto l'identità
della Chiesa sul cammino della sua vocazione pellegrina,
della sua ragione di essere, la missione evangelizzatrice
e la ricerca del Regno di Dio al di là di se stessa.
È una verità molto semplice e allo stesso tempo estremamente
inquietante: il Regno di Dio è più grande della Chiesa,
è anteriore e sta al di sopra di essa, è il suo orizzonte
di autosuperamento. Allo stesso tempo, è più fragile
e più piccolo della Chiesa, è una esigenza di aiuto.
Questa è una delle lezioni del cortocircuito fra l'identità
e l'autotrascendenza, fra l'affermazione di sé e la
rinuncia di sé in favore di qualcosa di più grande e
allo stesso tempo di più umile.
In questa storia possiamo costatare
con rinnovato pudore e meraviglia che l'esperienza di
Francesco occupa un posto di rilievo. Indicando che
il cammino dell'identità dell'Ordine sarebbe stato quello
di minori, prende per sé e per noi una parola essenzialmente
relazionale da una posizione per nulla confortevole.
È risaputo che cosa significava, nella società di Francesco,
appartenere alla classe dei "minori" e ora
non è necessario insisterci. Vorrei soltanto sottolineare
una cosa che è ancora più ovvia: che la parola "minore"
indica una relazione prima che una identità. L'identità
si definisce a partire da una relazione fondante. E
ancora che è una relazione comparativa: suppone che
qualcuno sia "maggiore". Se volessimo saltare
immediatamente dalla relazione sociale delle classi
di maggiori o minori del tempo di Francesco alla relazione
mistica di essere minori davanti al mistero maggiore
che è la maestà divina, correremmo il rischio di annullare
l'importanza della minorità nelle società nella quali
viviamo. Per il momento basta affermare che la minorità
ci sposta dalla priorità dell'affermazione dell'identità
alla priorità della relazione di autotrascendenza, una
relazione con ciò che è maggiore e più umile di noi
stessi, che ci definisce come identità senza che possiamo
avere il controllo su di essa: è data a partire dagli
altri, che consideriamo lealmente i nostri amori "maggiori".
E forse, con certo tremore ma anche con parresia, costatiamo
che il momento attuale della Chiesa, nelle sue complesse
relazioni interne, inclina più per la difesa e l'approfondimento
dell'identità che per l'autotrascendenza in relazione
con ciò che, nel mondo, è più umile.
3. Minorità: una relazione che si impone
a partire da altri
È utile ripercorrere la memoria che
fa Francesco all'inizio del Testamento: "Il Signore
dette a me, frate Francesco, d'incominciare a fare penitenza
così: quando ero nei peccati, mi sembrava cosa troppo
amara vedere i lebbrosi; e il Signore mi condusse tra
loro e usai con essi misericordia" (Test 1:FF 110)).
Per gli scienziati della religione
che cercano di capire la strutturazione dell'esperienza
religiosa, questo momento di Francesco si rivela prezioso.
Con pieno diritto l'agiografia edificante ha inserito
in questa esperienza fondante di Francesco molte narrazioni,
data la sua importanza decisiva. Quello che importa
mettere in rilievo, per il nostro tema della minorità,
è che questa esperienza fondante ha in primo luogo un
impatto destrutturante, demolitore, provocatore di uno
svuotamento incontrollabile, di una kénosis. Oggi, in
questa "era di vuoto" della cultura occidentale,
in questo momento di "liquidificazione" di
tutta la modernità, in cui le grandi istituzioni tendono
alla dissoluzione, l'esperienza del "vuoto",
della kénosis, è un fatto assai drammatico. La prossima
riunione dei movimenti cristiani in ricerca dell'"anima
dell'Europa" ne è un sintomo significativo.
La kénosis dell'esperienza fondante
di Francesco non è puramente mistica. Essa proviene
dalla rivelazione dell'altro "lebbroso", nella
sua umanità. Questa associazione di ciò che è informe,
brutto, doloroso, abbrutito, osceno per la sua ripugnanza,
che è vissuto inizialmente come minaccia dalla quale
istintivamente ci si allontana, con quello che c'è di
umanità che resiste nella sua fragilità e purezza, è
il luogo dove il Signore cambia Francesco in un "minore"
fra i minori. Nella storia biblica e nella storia delle
religioni, prima di qualsiasi aspetto istituzionale,
abbiamo biografie traumatizzate da questo momento. Non
c'è religione senza compassione e non c'è compassione
senza dolore e perdita in un incontro inaspettato.
Per cui essere "minore"
non è un atto volontarista, una decisione fatta sotto
il controllo della ragione e del calcolo, un progetto
maturato con chiarezza dalla coscienza. Nessuno si fa
minore o si spoglia e serve gli altri senza lo choc
e lo scandalo capace di trasformare l'amaro in dolce
e viceversa. Questa trasformazione non è in nostro potere
e non inizia in noi. La minorità inizia in una relazione
che s'impone a partire da altri minori, come grazia
che è al di là della nostra natura, qualcosa di realmente
"soprannaturale", in cui Creatore e creature
sono amorosamente associati. Questo riferimento antropologico
e etico all'"altro minore" e alla compassione
come forma più abissale dell'amore e della mistica rende
possibile l'inizio della minorità.
Di nuovo, il ricordo di Francesco
è prezioso: "E devono essere lieti quando vivono
tra persone di poco conto e disprezzate, tra poveri
e deboli, tra infermi e lebbrosi e tra i mendicanti
lungo la strada" (Rnb 9,3:FF 30). Secondo la lezione
che ne fa Lázaro Iriarte, con la conventualizzazione
e la clericalizzazione della missione evangelizzatrice,
questa relazione e questo ambiente originale semplice
e senza polemiche cominciò ad estinguersi ben presto
all'orizzonte, e la minorità fu inghiottita da una ricerca
di povertà ascetica e mistica, poco differente dagli
atteggiamenti austeri dei cinici greci e dalle loro
polemiche ascetico-politiche. La povertà stessa, come
sappiamo, divenne una polemica tragico-comica all'interno
dell'Ordine e nel seno della Chiesa.
La minorità, allora, è un dono che
riceviamo da Dio attraverso la presenza e la mediazione
di altri, dei minori di questo mondo. Senza questa esperienza
fondante, il resto è retorica. Partendo da questa esperienza
fondante possiamo avere speranza di contribuire in forma
adeguata, come minori, ad un mondo evangelizzato con
le buone notizie di giustizia e di pace.
4. Minorità: relazioni di "sostenibilità"
per un diverso mondo possibile
È bene, ora, analizzare in modo più
approfondito la comprensione che abbiamo oggi delle
nostre società per situare in esse la relazione di minorità
e le sue possibilità per la sostenibilità di un mondo
che speriamo. Nel grande romanzo di Cervantes è il confronto
fra il Cavaliere dalla Triste Figura con il Signore
degli Specchi.
4.1. Fra i sistemi e il caos: l'attuale condizione popolare
nelle regioni di esclusione
La sostenibilità del mondo è, oggi,
una delle preoccupazioni globali. Il potere politico
e la strutturazione dell'economia, continuano ad essere
realizzati, nelle loro forme di base, con paradigmi
impraticabili di tipo filosoficamente cartesiano e scientificamente
newtoniano, che divide e meccanizza la realtà. Si tratta
di un paradigma guerriero, del tipo "divide et
impera". Perfino le specializzazioni scientifiche
e la tecnologia, così come la ragione critica e strumentale,
la filosofia analitica, i metodi storico-critici, si
sono sviluppati dentro questo paradigma duro e bellicoso,
in cui la verità è sinonimo di dominio, di decostruzione.
Così la verità scientifica diviene impotente a generare
significato e vita. Perfino l'autorità e l'obbedienza,
come anche l'educazione e il magistero – incluso quello
ecclesiastico – divengono relazioni violente: "comanda
chi può e obbedisce chi deve!". Questo paradigma
ha reso la nostra relazione col mondo, con l'ecosistema
della terra e le nostre relazioni sociali insostenibili
da tutti i punti di vista: politicamente, economicamente,
culturalmente, ecologicamente, spiritualmente.
Una nuova comprensione del mondo emerge,
frattanto: più sistemica e più olistica. Su di questo
esiste un'abbondante letteratura. Una delle teorie più
affascinanti è quella dell'"auto-organizzazione"
e dell'emergere della vita in condizioni sempre più
complesse. L'altra è la "teoria del caos",
con le sue spaventose dosi di casualità. Finalmente,
incertezza e indeterminazione, complementarietà e dissipazione
di strutture per rendere possibile il riemergere di
strutture più complesse, tutto questo ha aiutato a disegnare,
a partire dalla nuova fisica del XX secolo, un nuovo
paradigma sul quale stanno ancora tentando una nuova
nascita anche l'antropologia, le relazioni sociali,
l'economia, la politica e l'etica, la visione ecosistemica
e olistica, infine la spiritualità, le tradizioni religiose
e la teologia. E con residue dosi di resistenza e di
patetico fondamentalismo da parte di molte istituzioni.
Il fatto è che, in qualsiasi modo, le nuove possibilità
di comprensione e di attuazione non rendono le cose
più semplici, ma più complesse, cominciando dall'esigere
una nuova alfabetizzazione e una nuova presa di posizione
etica. Quando cambia il paradigma, tutti ritornano a
zero e i dottori dell'antico paradigma si devono sedere
accanto agli analfabeti. Quando pensiamo questo in senso
politico, morale, dottrinario, canonico, evidente lo
sconforto, lo svuotamento e la kénosis che un tale mutamento
provoca. Non è retorica di umiltà confessare che, in
ciò che riguarda molte cose importanti del nostro mondo,
semplicemente non sappiamo cosa pensare e cosa fare.
Ma intanto impariamo pure ad avere
fiducia. Apprendiamo dalla nuova fisica che, anche al
livello più basso delle regioni subatomiche della realtà,
là dove esiste soltanto una specie di "zuppa"
quantica o perfino un vuoto quantico o campi termodinamici
di energia con mere particelle di realtà che navigano
in forma di frattali, là dove il caos del macrocosmo
esiste anche sotto il microcosmo, esattamente là emerge
l'ordine, la simmetria, l'organizzazione, i sistemi
di vita che, a un certo livello, esigono in modo determinante
la nostra responsabilità. Il caos, quindi, è abisso
di energie sciolte, di violenza e di morte, ma è anche
il luogo di nascita della realtà, della vita organizzata
e dell'appello etico.
È certamente vero, pure, che ad ogni
campo di energia strutturata corrisponde maggiore caos
nelle zone intorno ad esso. In modo transdisciplinare
si può applicare la teoria del caos alla società: alla
bellezza delle metropoli ha corrisposto, durante secoli,
lo sfruttamento delle colonie, così come oggi, in una
grande città del terzo mondo si trovano a fronte i limiti
fra le zone di un mondo sviluppato e le grandi aree
di caos urbano. Alle grandi aree residenziali di bei
condomini chiusi corrispondono le loro periferie caotiche,
dove dormono le donne di fatica, i muratori, le domestiche
di questi condomini di nobile modello. Si può capire
il mondo di oggi partendo dalle relazioni di vicinato
fino alle relazioni internazionali e i loro choc di
migrazioni e di frontiere, con la scala fra sistemi
più o meno ben riusciti e dosi ogni volta più abissali
di caos nell'universo. In altre parole, fra coloro che
sono inclusi in sistemi che danno garanzie di vita,
e coloro che ne sono esclusi e vivono pericolosamente
la vita quotidiana senza sicurezza, in mezzo alla violenza
e alla morte facile. All'attuale globalizzazione e ai
suoi progressi corrispondono nuove e drammatiche forme
di periferia e di caos.
Ma la lotta di coloro che sopravvivono
al quotidiano, l'energia nel suo stato quasi bruto,
è pure fonte di creatività, anche se questa creatività
si strutturi in forma fragile, effimera, solo come pezzi
di realtà organizzata, come "frattali" effimeri
in mezzo al caos, secondo l'immagine della nuova fisica.
Due esempi possono chiarire: l'informalità del lavoro
e l'informalità della religione. C'è un'enorme e effervescente
creatività nell'area del lavoro, aiutata da ogni specie
di relazioni e di organizzazioni, dagli aiuti di vicinato
fino alle organizzazioni non governative, il cosiddetto
"terzo settore" e la cooperazione internazionale.
E c'è un'incredibile creatività nell'area della spiritualità,
che forma "pezzi di religione", "frattali
di chiese", che sorgono ad ogni angolo, sincretismi
che acquistano una propria logica e danno senso e dignità
a vite minacciate.
Il fotografo Sebastião Salgado, conosciuto
per le sue foto dei drammatici eventi sociali in tutto
il mondo degli ultimi decenni, osservava che le periferie
delle città del terzo mondo sono tutte eguali nell'estetica
del caos, un'estetica del brutto, dell'orrore. Il caos
fa divenire tutto uguale, è la più grande identità nell'assoluta
perdita di ogni identità che distingua. Eppure è anche
possibilità di un nuovo inizio, luogo di rivelazione
di un umanesimo miracoloso, fatto di incontri sorprendenti
con i lebbrosi e con Cristo.
4.2. L'inevitabile esperienza di vicinanza dell'altro
"minore"
Al di fuori dei loro sistemi, sul
margine che inclinava verso il caos, si incontrarono
il samaritano e l'uomo caduto come morto sul ciglio
della strada fra Gerusalemme e Gerico. Il dottore della
legge aveva domandato a Gesù come poteva ereditare la
vita eterna (cfr Lc 10,25). Secondo la Scrittura doveva
adempiere i due grandi comandamenti: Amare Dio, in primo
luogo, e amare il prossimo come se stesso. Ma la legge
deve saper stabilire l'identità e la differenza, quello
che deve essere fatto e anche i limiti, quello che non
si deve o non c'è bisogno di fare. Il problema quindi
stava nel tracciare i limiti del condominio chiuso:
chi è il mio prossimo!? E la parabola di Gesù si prende
cura, in primo luogo, di abbattere ogni limite, ogni
frontiera. Gli uomini del sistema religioso adempivano
la legge con lo zelo che era dovuto alla santità della
legge – un sacerdote non doveva a nessuna condizione
toccare uno caduto come morto, questa era la prima regola
della santità sacerdotale (cfr Lv 21,1). Secondo la
parabola, il sacerdote e il levita videro bene ma non
si avvicinarono per ragioni di santità. I limiti ben
strutturati della legge impedirono loro la vicinanza,
e quindi di adempiere lo spirito della legge. Il samaritano,
considerato un indemoniato, odiato per diverse buone
ragioni, uscendo fuori del suo proprio mondo, fra le
due città giudaiche più pure, "lo vide e ne ebbe
compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite"
(Lc 10,33b-34a). Nella periferia, esclusi dai loro sistemi,
tutt'e due provarono l'esperienza ineludibile della
vicinanza senza difese. Fu l'esperienza di Francesco
al momento di essere gettato fuori del suo sistema dalla
delusione, dalla malattia, dalla crisi familiare e personale
e dal crollo del suo bel mondo giovanile: si incontrò
col caduto e con l'escluso. Fu necessario essere trascinato
verso lo stesso abisso, verso la kénosis, verso il vuoto,
per poter allora conoscere un fratello veramente umano,
fragile e puramente umano. In questa condizione, la
misericordia include tutt'e due le parti: in un certo
modo colui che era caduto sul ciglio della strada diede
al samaritano una possibilità di sentirsi vivo, di esercitare
con dignità ed efficacia il suo impegno, di avere un
valore e un significato – colui che era caduto fu un
buon samaritano per il samaritano. Come i lebbrosi furono
quelli che curarono le piaghe di Francesco. In termini
lacaniani, la carenza e il grido dell'altro suscitano
desiderio e riempimento della propria carenza e del
proprio grido anche se soffocato. Nel caos dell'identità
fatta a pezzi, nella minorità forzata, nella palude
pericolosa dove affonda ogni bellezza, emerge da un
incontro, di occhi e di mani, una prima relazione che
potrà formare una rete complessa, un sistema vivo e
garanzie di vita – la relazione assolutamente pura e
senza difese con l'altro minore.
4.3. Dalla minorità dell'altro alla propria minorità
come itineranza e come identità
Dall'esperienza fondante di vicinanza
nella minorità, in cui si riceve dall'altro minore la
propria minorità come vocazione, tutto può essere recuperato:
il samaritano pone il suo olio, il suo animale, il suo
denaro, l'albergo e perfino i suoi piani, in funzione
della minorità dell'altro. In questo modo rimane prossimo
e persevera come minore: servendo la minorità dell'altro.
Persevera senza i ripieghi di nessuna identità signora
di se stessa: dona quello che è suo, rimane senza vestiti,
e va avanti indifeso, rischiando nuovi contatti di vicinanza.
Francesco, dopo la sua esperienza
fondante, mistica e etica allo stesso tempo, come lo
stesso Gesù nel suo battesimo trinitario fra gli umili,
incontrandosi con i minori e con Dio nello stesso luogo
e nel medesimo corpo, si entusiasma e va in mezzo al
mondo chiedendo qualcosa in elemosina, ma sempre dona
e persevera nello spogliamento, nella povertà. Non è
necessario trasformare questa nostra riflessione in
un'omelia, è sufficiente affermare con chiarezza decisa:
l'itineranza, come la povertà, non è un valore in se
stessa – cercatori nella campagna (?) e turisti sono
itineranti – né è una mistica meramente spirituale –
Dio si può trovare dappertutto. Ma l'itineranza e la
povertà derivano dalla minorità, che, per parte sua,
è una relazione di perseveranza nella vicinanza, nell'incontro
e nel servizio ai minori che vagano per ogni dove perché
non hanno un posto garantito. È per stare con i minori,
per condividere la condizione di minorità, per servire
con ciò che si ha e con ciò che si può, per inventare
e organizzare in mezzo al caos, fino al martirio, che
si riceve la vocazione della minorità e dell'itineranza
– un'itineranza per servire e un servire itinerante.
Senza servizio, senza missione nella minorità, ossia
senza che la missione significhi lavare i piedi, ungere
le piaghe, mossi da misericordia, la itineranza diventa
esercizio di potere sugli altri. Per servire il suo
sacro sistema, con la durezza della legge e i suoi limiti
al di sopra della misericordia, anche il sacerdote e
il levita erano in cammino.
Finalmente, l'identità di "minore"
può essere definita: come una perseveranza nel cammino
pericoloso della vicinanza, nell'apertura della sensibilità
piena di compassione e dell'umanesimo il cui unico tesoro,
significato e fondamento, deriva dagli altri minori,
dal mondo dei minori, dei piccoli e dei poveri, dei
caduti lungo la strada.
In termini sociali, la permanenza dell'identità
è perseveranza nelle frontiere della marginalità e del
caos sociale, rischiando la confusione e la spontaneità
così tradizionali per definire la libertà e la gioia
francescana e cappuccina, ma con la generosità e la
responsabilità di chi può essere anche schiacciato e
martirizzato sia dal sistema religioso sia dalla violenza
spontanea delle situazioni marginali. Ma si sa anche
come una goccia che modifica e in qualche modo contiene
l'oceano, come il battere di ali della farfalla nel
continente che farà produrre una tempesta in mezzo al
mare, così, nella complessità nella quale tutto è in
relazione con tutto, un incontro imprevisto nella misericordia
redime e ricrea il mondo.
5. Minorità e dialettica sociale: dalla
vicinanza alla solidarietà organizzata
L'esperienza fondante della minorità
è un "non luogo", è al di là del quotidiano.
Non si può stare sul ciglio, fuori, nel caos e nella
destrutturazione completa tutti i giorni. L'esperienza
fondante può essere soltanto un avvenimento straordinario,
nel quale si getta il fondamento sul caos, che diventa
il segreto profondo che alimenta la quotidianità. La
sua veracità e la sua forza, allora, possono e devono
dare significato e creatività alla quotidianità. Nella
quotidianità siamo di fronte non solo a uno che è caduto
davanti a noi ma a molti, alla moltitudine della strada,
della città. Nella dura realtà quotidiana si moltiplicano
i volti, i gridi, le necessità, la diversità, l'urgenza
di opzioni. E così siamo rimandati al sistema, alle
risorse dell'economia, della politica, dei lavori, dei
progetti, delle parole e delle idee. La vicinanza e
la misericordia, la grazia ricevuta e data fra minori
e Dio, la cui gloria maggiore è essere umile, richiede
ora di trasformarsi in queste realtà della quotidianità
sociale. Questo chiamiamo, ultimamente, la solidarietà
in reti.
Non abbiamo bisogno di inventare la
solidarietà: essa esiste dappertutto. Sempre è esistita
come stessa possibilità di qualsiasi società. Ma acquisisce
per sé le possibilità di ogni epoca, e oggi ha aspetti
sorprendenti. In un'area metropolitana come San Paolo
in Brasile, per esempio, con i suoi 18 milioni di abitanti
e alti indici di violenza e di degrado di ogni tipo,
praticamente si conta con il nascere di una organizzazione
non governativa ogni giorno, con una moltitudine di
iniziative che, anche a livello del tutto locale, di
quartiere o di zona di città, superano la mera filantropia
assistenzialista e si costituiscono come luoghi di crescita,
di superamento della fatalità, di cittadinanza responsabile,
infine di vita nuova. La stessa megalopoli, che è crudele
e violenta, fa sorgere in mezzo ai suoi traumi ogni
sorta di solidarietà, che dal trauma e dalla compassione
passa alla scoperta, alla creatività e all'organizzazione.
Un giornalista, nel valutare le tante forme di iniziative
di solidarietà a San Paolo, ha posto in primo luogo
il contributo della teologia e della pastorale della
liberazione, delle pastorali sociali della Chiesa cattolica
negli ultimi decenni, alle quali si sono aggiunti i
desideri di maggiore umanesimo da parte dei cittadini
con buone risorse culturali ed economiche. In situazioni
come questa, intorno al nostro pianeta, la buona notizia
del frate minore è unirsi a questa opera con cuore aperto,
senza molte risorse, ma offrendo se stesso con i rischi
che implica un tale dono.
Ma la minorità, con il tempo della
quotidianità, si carica di complessità e perfino di
sofisticazione, abbandonando apparentemente la semplicità
dei momenti fondanti. E, nonostante la nostalgia, assume
le mediazioni necessarie per poter perseverare in un
servizio efficace. E efficacia significa razionalità,
progetto, risorse, denaro, comunicazione, tecnologia,
associazione di persone di livelli differenti, esercizio
di politiche, imprenditorialità, investimenti, viaggi,
infine tutto quello che può rafforzare la solidarietà
in rete partendo da alcune opzioni fondamentali. Su
questo punto la tradizione cappuccina sembra avere accumulato
esperienza: quella di essere capace di passare dialetticamente
attraverso tutta la società, di stare allo stesso tempo
al margine e al centro, senza vergognarsi di chiedere
elemosine che, in verità, sono un diritto e una eredità
dei piccoli, con i quali si identifica il Signore di
tutti i tesori, come insegna la Regola. È importante
ricordare che, fin dall'inizio, l'elemosina mai è stata
unicamente per se stesso o per i frati, e che si inseriva
in un contesto di associazione alla evangelizzazione
di tutti, di coloro che avevano bisogno di beni ma anche
di coloro che avevano bisogno di imparare a dare qualcosa
di se stessi. La posizione di minorità e di itineranza
si trasforma in ponte che unisce molte direzioni. Sarà
allora sempre decisiva la carica di sensibilità dell'esperienza
fondante, la misericordia e la grazia dell'incontro
nella minorità e nella vicinanza. Questa sensibilità
diviene un punto di vista, un argomento, una bandiera,
anche quando si fosse nei luoghi e nei lavori più sofisticati
– sulla cattedra, in aereo, in mezzo a persone vestite
elegantemente.
Un servizio che storicamente è divenuto
nostro peculiare è quello della parola. In tempi di
lode del lavoro meccanico, dell'azione sulla materia,
si sentiva dire che la virtù sarebbe consistita in "poche
parole e molte azioni". Oggi questo si rivela francamente
ideologico e perfino una pretensione di potere. Quello
che i profeti hanno insegnato e, prima di tutto, rivela
la creazione divina, è che la parola è la grande mediatrice
fra il caos e il mondo organizzato. Il fatto che i frattali
di religioni si diffondano nelle periferia con i loro
eloquenti pastori oggi ci può far ricordare che il popolo
ha bisogno di essere assistito ma anche che ha bisogno
di parole che curino e siano sostegno alla speranza,
all'autostima e alla poesia che alimenta la vita umana.
Fra le organizzazioni e i gruppi di lavori popolari
abbondano quelli che partono dalle arti, dalla danza,
dallo sport e non solo dall'economia o dalla formazione
al lavoro. Ma la parola che serve, che è efficace, deve
essere carica di minorità fondante, di vicinanza dialogica,
di ascolto attento, affinché non diventi un sofisma
religioso di un falso profeta. La tentazione di essere
profeta di corte e di successo forse ha bisogno che,
via via, si faccia l'esperienza di Ez 33, quando gli
ascoltatori si riunivano ogni sera per ascoltare le
sue canzoni, deliziarsi delle sue melodie, ma senza
interessarsi dei suoi appelli. L'insuccesso della parola
ci pone nel nostro posto di minorità affinché essa di
nuovo venga cercata nella vicinanza fra i minori.
Con la complessità della quotidianità
ritornano le tentazioni – quella della legge, dell'assorbimento
e dell'autosufficienza del sistema, di dimenticare l'esperienza
del samaritano o di colui che è caduto con il quale
si ebbe vicinanza, per divenire il sacerdote e il levita
convinti e zelanti. È necessario tornare all'esperienza
originaria della minorità come si deve tornare all'esperienza
della preghiera, della montagna, della contemplazione.
Per cui forse il fallimento, la mancanza di frutti,
o la mancanza di riconoscenza e l'ingratitudine, tutto
può aiutare. Il dolore di essere Don Chisciotte o meglio
di continuare a stare vicino al crocifisso per il Regno
di Dio che sembra fallire è necessario alla minorità.
Ad ogni modo, nell'abbondanza e nel
bisogno, per mantenersi nel riserbo e nella resistenza
a identificare il servizio come un successo, c'è un
nuovo aiuto ai nostri giorni. In termini ecclesiali,
la inter-congregazionalità, la collaborazione con organizzazioni
le cui iniziative sono di altri o anche la collaborazione
con entità e reti che non hanno un marchio registrato
cattolico, che possono essere ecumeniche, nelle quali
ci sono membri di differenti religioni o semplicemente
con iniziative e entità della società civile, tutto
questo aiuta a collocarci nella nostra condizione di
frati minori di tutti, associati ad un servizio di molti
per un mondo di tutti o per un diverso mondo possibile.
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Essere
Minore in Contesto di Povertà |
Ambongo Besungu,
o.f.m.cap. |
INTRODUZIONE
Introduco questa comunicazione con
l’esprimere la mia gratitudine agli organizzatori di
questo VII CPO per l’onore che hanno dato a un frate
di una giovane Vice-Provincia Generale situata nel centro
della bufera africana, di esporre davanti ai rappresentanti
dell’Ordine la sua visione della minorità francescana
e proporre delle modalità concrete per vivere da frate
minore cappuccino in una situazione di povertà e di
miseria. Per non rimanere a livello generale, vorrei
limitare la mia esposizione alla situazione dell’Africa
Subsahariana e in modo particolare a quella della Repubblica
Democratica del Congo.
Secondo l’obiettivo principale del
VII CPO che intende «studiare la minorità e la precarietà
(‘itineranza’) alla luce della teologia di comunione»
(Circolare 20,9), la mia comunicazione sarà una riflessione
aperta ma sincera di un frate cappuccino che desidera
comprendere il senso della «minorità» francescana in
una situazione di miseria sociale generalizzata.
La mia esposizione è suddivisa in tre
parti:
1. la nostra vita attuale di frati «minori» en Africa
Subsahariana;
2. la «Minorità» secondo San Francesco e
3. alcune proposte per vivere meglio la nostra ‘minorità’
nell’attualità dell’Africa Subsahariana.
1. LA NOSTRA VITA DI FRATI «MINORI » IN AFRICA SUBSAHARIANA
1.1. Situazione socio-economica e politica
in Congo (Africa subsahariana)
1.1.1. Nel campo economico
Dopo cinque anni di guerra e di ribellioni,
la popolazione – soprattutto nella zona interna di questo
grande paese e nelle aree periferiche delle grandi città
- vive in una situazione di povertà generalizzata. A
causa dei saccheggi, il tessuto economico e industriale
è stato completamente distrutto, le vie di comunicazione
(strade) sono impraticabili o inesistenti e ciò rende
difficile la circolazione dei beni e delle persone.
Di conseguenza, è diminuito sensibilmente il reddito
della popolazione che proviene essenzialmente dalla
vendita dei prodotti agricoli, l’attività commerciale
e industriale ridotta al minimo. Da ciò deriva la diminuzione
delle entrate dello Stato che si ritrova nell’impossibilità
di pagare il suo personale e di sussidiare i settori
dei servizi sociali (salute e educazione).
Si può aggiungere inoltre che nonostante
la firma degli accordi di pace, molti minerali preziosi
come il cobalto, l’oro, i diamanti e il coltano continuano
a uscire di nascosto dal paese.
1.1.2. Nel campo sociale
Nella Repubblica Democratica del Congo,
lo Stato non sussidia più l’educazione e la salute.
Non interviene per pagare il personale e non dà alcun
contributo per l’approvvigionamento di medicine. I costi
di funzionamento delle scuole e degli ospedali sono
a carico delle famiglie e dei malati.
Molti bambini non vanno dunque più a scuola e molti
malati non hanno i mezzi per farsi curare.
1.1.3. Nel campo politico
Da circa un anno, la Repubblica Democratica
del Congo vive un periodo di transizione. Il governo
è guidato da una coalizione composta dalle varie fazioni
che hanno preso parte alla ribellione e fa fatica a
governare insieme. L’azione di governo è paralizzata
dalla sfiducia e dal sospetto interno. Non vi è una
vera e propria autorità centrale. La vita civile ristagna.
1.2. Le cause di questa situazione
di povertà generalizzata
Esistono cause nazionali e internazionali.
1.2.1. Cause nazionali
a. Le rivalità nei livelli alti dello
Stato: con lo schema «uno più quattro» (cioè un presidente
e quattro vicepresidenti), vi è rivalità tra le varie
fazioni politiche del governo. Quindi, al posto di una
sincera collaborazione, si assiste in alto a boicottaggi
reciproci.
b. Malgoverno: la nozione di «bene comune» è praticamente
sconosciuta. Ognuno pensa innanzi tutto alla propria
promozione e ad arricchirsi. Perciò gli organismi internazionali
esitano ad accordare sussidi allo Stato. Preferiscono
trattare con alcune ONG credibili per raggiungere la
popolazione. Sottolineo ONG credibili perché anche in
questo campo ci sono gravi abusi.
1.2.2 .Le cause internazionali
a. Alcuni paesi vicini e alcune organizzazioni
mafiose in modo surrettizio incoraggiano le tensioni
etniche e politiche.
b. La politica economica internazionale, in particolare
quella dei sussidi che i paesi ricchi riconoscono ai
loro agricoltori, blocca l’agricoltura contadina tradizionale.
I prodotti agricoli e agro-industriali del Congo, diventati
troppo cari, non sono più concorrenziali. Ad esempio:
un pollo prodotto in loco costa di più di uno importato
dai mercati occidentali; il maïs prodotto in loco costa
molto più caro di quello importato dagli USA, ecc.
c. Lo scarso controllo sulle onnipotenti società internazionali
che funzionano come uno Stato nell’altro.
Concludendo: senza aiuti internazionali
insieme a un’altra mondializzazione, l’Africa subsahariana
è condannata a una povertà generalizzata.
1.3. L’atteggiamento della comunità
internazionale di fronte a questa situazione di povertà
generalizzata in Africa subsahariana
Nonostante la lentezza delle riforme
nella politica economica internazionale e l’egoismo
dei paesi ricchi nel settore agricolo, questa situazione
di povertà generalizzata in Africa subsahariana è comunque
considerata uno scandalo. In un mondo in cui la tecnica
si è talmente sviluppata da essere in grado di dare
a ogni persona del mondo tutto ciò di cui ha necessità
per vivere degnamente, vi sono centinaia di milioni
di esseri umani malnutriti, che non hanno accesso alle
cure mediche fondamentali, che non hanno la possibilità
di garantire ai loro figli un’educazione di qualità.
Il Magistero della Chiesa ha preso
coscienza di questa ingiustizia internazionale. Dalla
fine del XIX secolo e soprattutto durante il pontificato
di Giovanni Paolo II, è stata elaborata una «dottrina»
sociale della Chiesa che esige di prendere misure concrete
per eliminare l’ingiustizia e assicurare a ogni persona
del mondo una vita decente. Questo insegnamento sociale
della Chiesa non è altro che l’attualizzazione dell’insegnamento
del Vangelo di Gesù Cristo. Nel commento al testo delle
beatitudini, Jacques DUPONT esprime bene l’importanza
di questo insegnamento: «La povertà è un male contro
il quale si deve lottare... Nella prima comunità cristiana,
non c’erano indigenti (At 4, 34) ... Solo allora avevano
il diritto di proclamare le beatitudini, per far sì
che non ci siano poveri, questi devono aver fatto tutto
ciò che era in loro potere, con tutti i mezzi (dalla
condivisione dei beni, alla condivisione delle responsabilità,
dall’azione sindacale o politica all’attività professionale),
nella loro sfera d’influenza. Oppure non si può fare
altro che pregare con umiltà queste beatitudini, come
una richiesta a Dio affinché ci converta e ci dia la
forza di lottare così contro la povertà e la miseria»
(J. DUPONT, Le message des Béatitudes, dans Cahiers
Evangile, n° 24, mai 1978, p. 15 et 18).
A livello internazionale, la Carta
dei Diritti dell’uomo è la prova concreta che tutti
gli uomini e le donne di buona volontà hanno capito
che tutte le persone – neri, gialli, bianchi - sono
uguali e hanno dritto a una vita degna di un essere
umano. Il contenuto concreto della dignità umana è stato
un processo di scoperta lento che dura tutto il corso
della storia umana e che costituisce oggi il patrimonio
morale comune dell’umanità.
Concludendo: speriamo che questa nuova
etica sociale possa essere resa concreta e applicata
sotto forma di misure economiche, sociale e politiche
internazionali concrete.
1.4. LA VITA DEI FRATI MINORI CAPPUCCINI IN CONGO
1.4.1. Da un punto di vista sociologico
non siamo tra i poveri
Se paragoniamo il nostro modo di vivere
con quello della maggior parte della popolazione di
questo continente di poveri, non possiamo che giungere
alla stessa conclusione di Th. Matura: «Da un punto
di vista sociologico non siamo tra i poveri». E’ un
dato che emerge anche dalla «Sintesi delle risposte»
(al questionario VII CPO) p. 22 : «In generale, in questi
paesi (del Sud), la gente ci vuol bene così come ci
vedono, cioè ricchi, potenti e generosi.La ricchezza,
di certo, si deduce a partire da criteri che non sono
del tutto convincenti: case solide, pasti regolari,
uso di automobili».
In realtà, secondo il nostro modo
di vivere non ci si può dire né ricchi né poveri. Sarebbe
più giusto affermare che conduciamo una vita decente,
ma che nel contesto di immensa miseria dei nostri paesi
poveri, appare come «una vita da ricchi». Tuttavia,
se paragoniamo la nostra vita con i criteri della «
Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo », ci possiamo ritenere
poveri. In effetti, povertà e ricchezza sono nozioni
relative.
1.4.2. La dipendenza da aiuti esteri
I cappuccini del Congo conducono una
vita decente perché riceviamo sussidi dalla Curia Generale
(Servizio della Solidarietà) da altri benefattori dei
paesi del nord. La realtà é che nei nostri paesi dell’Africa
subsahariana, è molto difficile trovare un lavoro remunerativo.
Circa il 60 % della popolazione di una grande città
come Kinshasa (6 milioni d’abitanti) non ha un lavoro
retribuito. Chi ha un lavoro accumula stipendi arretrati,
e quando riceve la paga si ritrova comunque con uno
stipendio da miseria. Per sopravvivere le persone ricorrono
all’economia informale, chiamata da noi ‘l’arte di arrangiarsi’.
All’interno del paese, il denaro non circola più. Il
prezzo dei prodotti agricoli è molto basso. Così le
nostre comunità cristiane sono talmente povere da non
essere in grado di mantenere i loro pastori. Anzi, accade
il contrario, le persone si rivolgono a noi per ricevere
un aiuto. Infatti sono stati abituati dai nostri predecessori
missionari europei a ricevere aiuti, considerato che
quando i missionari andavano in ferie, ritornavano con
denaro e beni materiali dell’Europa necessari per finanziare
il loro apostolato.
Oggi, sentiamo una certa inquietudine,
se consideriamo la diminuzione del numero di confratelli
missionari che portavano denaro e beni materiali per
l’apostolato. Dove trovare mezzi economici per sostenere
non solo la formazione e il mantenimento dei confratelli,
ma anche le nostre attività apostoliche tra i diseredati?
1.4.3. Invito a collaborare a progetti
di sviluppo degli organismi internazionali
Delusi dal malgoverno, gli organismi
internazionali si sono rivolti alle istituzioni religiose
per aiutare e prendere in mano azioni caritative e progetti
di sviluppo.
Tra noi vi sono esitazioni. I nostri
predecessori missionari, certamente, hanno costruito
scuole, ospedali, hanno organizzato cooperative agricole,
ma questo tempo è forse terminato? La nostra minorità
è in armonia con queste attività?
Capirete certamente l’importanza di
questo VII CPO per compiere scelte nella nostra vita
di frati minori cappuccini. Per stimolare la nostra
riflessione vorrei darvi al termine di questa conferenza
qualche suggerimento, ma prima di ciò nella seconda
parte cercheremo di comprendere il concetto di minorità
in San Francesco.
2. IL CONCETTO DI MINORITA’ SECONDO SAN FRANCESCO
Il nostro punto di partenza è la proposizione
n° 3 del VI CPO: «Per Francesco, l’ideale evangelico
della povertà non esisteva staccato dalla scelta della
minorità. Essere «piccolo» è la manifestazione di questa
povertà interiore ».
Questa affermazione è ripresa dalla
definizione di minorità de San Francesco di Th. MATURA
che affermava durante la sua conferenza al VI CPO come
la «minorità è la manifestazione di una povertà interiore,
dell’umiltà del cuore». Cercheremo di comprendere meglio
l’idea di «minorità» in San Francesco, rileggendo la
conferenza di Th. Matura.
2.1. La povertà interiore
Per comprendere il concetto di «minorità»,
si deve innanzi tutto cogliere il significato di «povertà
interiore».
1. Secondo Th. Matura, oltre che del nostro confratello
William Henn, il testo principale che ha segnato San
Francesco è 2Cor 8,9: « Voi conoscete, infatti, la liberalità
di nostro Signore Gesù Cristo, il quale per voi si è
fatto povero, da ricco che era, affinché vi poteste
arricchire della sua povertà» (citato da San Francesco
in 2Reg 6,3; Lettera a Tutti i Fedeli n° 5; cf. anche
2 C 73-74). In questo testo San Paolo ci insegna come
il Cristo, avendo la condizione divina, abbia accettato
di assumere la nostra condizione di «persona umana»
con tutte le sue limitazioni e sofferenze, morte inclusa.
Per San Paolo, la povertà di Cristo è giustamente questo
abbassamento che fa di Lui il servo dell’umanità.
2. San Francesco vuole imitare questo
abbassamento interiore che implica per lui tre elementi:
a. Riconoscere nella gioia e con ammirazione, che tutti
i beni in noi e i beni fatti per noi sono un dono di
Dio: «tutti i beni, restituiamoli al Signore Dio l’altissimo
e sovrano; riconosciamo che ogni bene gli appartiene,
rendiamo a Lui grazie per ogni cosa poiché da Lui procede
ogni cosa» (1 Reg 17,17).
b. Riconoscere e accettare che sono peccatore e domandare
a Dio di essere salvato: «Siamo fermamente conviti:
noi non abbiamo di nostro se non i vizi e i peccati»
(1 Reg, 17,7).
c. Accettare e gioire in tutto ciò che si deve soffrire
a motivo del Signore: «E’ piuttosto quando siamo sottomessi
a molte prove che dobbiamo rallegrarci, quando dobbiamo
sopportare nella nostra anima e nel nostro corpo ogni
sorta di angosce e di tribolazioni in questo mondo per
la vita eterna» (1 Reg, 17,8).
San Francesco qualifica questa sofferenza
come «la nostra partecipazione quotidiana alla Santa
Croce di nostro Signore Gesù Cristo» (Ad. 5,8). A questo
proposito, condivido l’analisi teologica fatta nella
Sintesi delle risposte a p. 10, in cui si afferma che:
«Per esprimere il contenuto propriamente teologico della
minorità, ci si deve riferire sempre al mistero della
kenosi del Cristo».
2.2. Come si deve manifestare questa
povertà interiore secondo San Francesco?
1. Con una vita in cui tutte le nostre
attività sono impregnate dall’umiltà. «Beati i poveri
di spirito, perché di essi è il regno dei cieli (Mt
5,3). Ci sono molti che applicandosi insistentemente
a preghiere e uffici, fanno molte astinenze e molte
mortificazioni nei loro corpi; ma per una sola parola
che sembra ingiuria della loro persona, o per qualsiasi
altra cosa che è loro tolta, scandalizzati, tosto si
irritano. Questi non sono poveri di spirito, poiché
chi è veramente povero di spirito odia sé (Cfr Lc 14,26)
e ama quelli che lo percuotono nella guancia (Cfr Mt
5,39)» (Amm 14).
2. L’obbligo di servire, di dare il
proprio tempo e le proprie capacità.
- «Scegliendo la minorità, il discepolo segue Gesù nella
sua kenosi e si scopre convertito in servo e fratello
di tutti. Da ciò deriva una certezza di essere concretamente
un dono di Dio per gli altri e da ciò deriva l’obbligo
di servire, di offrire il proprio tempo e i propri talenti»
( Sintesi p. 10).
- «Beato il servo che rende tutti i suoi beni al Signore
Iddio; perché chi riterrà qualche cosa per sé, nasconde
dentro di sé il denaro del suo Signore (Mt 25,18), e
ciò che crede di avere gli sarà tolto (Lc 8,18)» (Amm
19).
- «Beato l’uomo che sostiene il suo prossimo nelle sue
debolezze come vorrebbe essere sostenuto dal medesimo,
se fosse in caso simile.» (Amm 18).
2.3. La povertà materiale
Non c’è povertà interiore senza povertà
materiale, secondo San Francesco. Conosciamo la scelta
molto radicale che fece Francesco: nessuna proprietà
privata e proibizione di toccare denaro.
Su questo tema Th. Matura e W. Henn
si domandano se Francesco non fosse più flessibile di
ciò che appare a prima vista. Citano come prove :
- 1 Reg, 8,3: «Così nessun frates … deve in alcun modo
accettare … pecunia o denaro … salvo il caso di necessità
evidente per i frati malati».
- Test 24: «I frati si guardino di non ricevere … né
chiese, né povere abitazioni … sempre abitandovi come
pellegrini e forestieri».
- Ma il testo principale si trova nella Lettera a Frate
Leone: «in qualunque maniera ti sembra meglio di piacere
al Signore Iddio e di seguire i suoi passi e la sua
povertà, fatelo con la benedizione di Dio e con la mia
obbedienza».
Th. Matura costata anche come Francesco
non si basi mai sul Vangelo per imporre le sue disposizioni
in materia di povertà. Con questa considerazione Th.
Matura conclude che la povertà materiale è un elemento
essenziale della povertà interiore, ma che le disposizioni
concrete sono legate ai momenti della storia e non hanno
un valore assoluto e possono dunque cambiare.
3. VIVERE LA MINORITA’ NELL’ATTUALITA’ DELL’AFRICA SUBSAHARIANA
E qui giungo al punto più difficile
della mia presentazione. Quali proposte concrete posso
presentare per aiutare i cappuccini a vivere meglio
la loro minorità in un contesto di miseria? Non pretendo
di avere la buona risposta per questa domanda difficile,
ma con tutta umiltà lascio per la vostra riflessione
e dunque per la discussione le mie convinzioni su questo
argomento.
3.1. La sottolineatura della povertà
interiore
Dobbiamo operare ciò che Th. Matura
ha chiamato "il ritorno al centro".
1. Con la nostra preghiera, soprattutto quella contemplativa
dobbiamo scoprire e fare entrare nella nostra vita quotidiana
la certezza che tutti i beni, il bene che compiamo,
sono doni che vengono da Dio. Ringraziare Dio e lodarlo
per tutta la creazione e lo sviluppo nella realizzazione
del Regno di Dio.
2. Riconoscere che sono peccatore e che il male (disordine)
nella comunità non è sempre colpa degli altri, che spesso
è colpa mia. Amm 10: «Hai commesso un peccato ? E’ colpa
del demonio. Hai subito un’ingiustizia? E’ colpa del
prossimo … il nemico ognuno lo tenga prigioniero, il
nemico, cioè l’egoismo che fa cadere nel peccato». Amm
23, 2 : «Felice il servo che quando è ripreso riconosce
con facilità il suo torto, cede volentieri, si sottomette
umilmente e ripara volentieri».
3. Ritornare a Dio e domandare perdono. 1 Reg 20,1 :
«I frati miei carissimi, chierici e laici, confessino
i loro peccati ai sacerdoti del nostro Ordine … saranno
certamente assolti dai loro peccati».
4. Sopportare le sofferenze e le malattie come partecipazione
alle sofferenze di Cristo (Amm 6,2).
3.2. Le manifestazioni di questa povertà interiore
3.2.1. Un atteggiamento ispirato all’umiltà
interiore in tutte le nostre attività
A chi ha frequentato studi superiori
e a volte universitari capita spesso di guardare gli
altri dall’alto, soprattutto chi non ha avuto questo
privilegio e li disprezziamo. E ciò nonostante ci previene
Francesco: «Su ciascun uomo, ma soprattutto su ciascun
altro frate, nessun frate abbia mai alcun potere o dominio»
(1 Reg 5, 9).
3.2.2. La povertà materiale
Per i nostri connazionali non siamo
poveri. Anzi, essendo membri di una congregazione internazionale,
siamo considerati come una potenza economica e finanziaria,
e quindi ritengono di avere il diritto di contare su
noi, sul nostro aiuto per uscire dalla miseria.
a. Nello spirito delle nostre Costituzioni,
ogni frate ha diritto a una vita decente. Inoltre, «Ogni
frate deve ricevere una formazione che sia in accordo
con le sue capacità personali e funzionale ai servizi
che dovrà assumere» (Cost. 37,4). Tutto ciò presuppone
un budget considerevole su cui le giurisdizioni africane
non possono contare.
Dobbiamo anche prevedere i mezzi d'apostolato
all’interno delle comunità cristiane che vivono in condizioni
di povertà assoluta. Ad ogni capitolo provinciale e
spesso nei nostri capitoli locali discutiamo di questioni
che riguardano la povertà materiale. Ad esempio, quale
budget per le auto, per i mezzi di comunicazione, l’apostolato.
b. In un contesto di miseria generalizzata,
siamo in grado di consigliare ad alcuni confratelli
di vivere tra i poveri? Non si devono infatti sottovalutare
le difficoltà di questa opzione. Nei nostri villaggi
i poveri vivono in capanne, senza elettricità, senza
acqua corrente e senza un minimo di igiene, con cure
mediche piuttosto aleatorie, ecc.
Si deve tenere conto anche della vita
morale che si conduce in queste comunità povere. Ho
l’impressione che la maggior parte delle descrizioni
fatte di queste comunità sia troppo utopica. Anche lo
stesso VI CPO non è sfuggito a questa visione utopica
(cfr n° 10 e 11). San Tomaso d'Aquino aveva già rilevato
che la vita morale non è possibile senza un minimo di
beni materiali. Nello stesso senso scrive L. BOFF: «La
povertà è così perversa da distruggere gli individui
dall’interno. Si trovano in situazione di individualizzazione
estrema (si tratta infatti di assicurare la propria
sopravvivenza biologica), diventando invidiosi, pieni
di rancore e di amarezza. Bestemmiano contro Dio. Corrompono
le loro relazioni umane, sessuali e economiche» (Leonardo
BOFF, La terre en devenir, Paris, 1994, p. 192).
C’è bisogno di frati eccezionali per
vivere questo tipo d’esperienze. La lettera del ministro
generale Fr. Pascal Rywalski a Fr. Bellarmin FONTAINE
alla conclusione della sua visita del 1980 nella Repubblica
Centrafricana è assai chiara su questo tema: «Vi ricordate
che abbiamo parlato di una forma molto bella di povertà
che consiste nel vivere come i poveri … Questa forma
di povertà presuppone una buona salute fisica e un grande
amore per il Cristo povero e per i poveri» (p. 5).
Dunque, si tratta di queste attività
e del modo di vivere che Th. Matura indica come «profetico»
e che solamente è riservato a qualche confratello eccezionale.
Questo tipo di vita eccezionale non può essere consigliata
a tutti i frati.
3.2.3. Il lavoro
Dobbiamo cercare di "guadagnarci
la vita con il nostro lavoro". Questa è anche una
raccomandazione di San Francesco: «I frati che sanno
lavorare, lavorino ed esercitino il mestiere che conoscono…
In cambio del loro lavoro potranno ricevere tutto il
necessario… E quando sarà necessario vadano per l’elemosina
come gli altri poveri» (1 Reg 7, 1).
Ma come ho già sottolineato sopra,
è difficile nella Repubblica Democratica del Congo trovare
un lavoro remunerato. Quindi i postulanti, i novizi
e i frati del post-noviziato cercano di guadagnarsi
la vita con il lavoro agricolo. Anche gli studenti di
teologia contribuiscono con il loro lavoro nell’orto
e con la manutenzione della casa.
3.2.4. L’impegno a favore degli altri
a) Apostolato di predicazione e dei
sacramenti
A causa della miseria e della povertà
della nostra gente, molte parrocchie dell’interno del
paese (la cosiddetta ‘brousse’) sono abbandonate. Pensiamo
che come “frati minori”, sia nostro compito occuparci
dei cristiani diseredati.
Ma si pone un problema finanziario.
Questi fedeli poveri non possono mantenere il loro pastore.
Anzi, vengono da noi per chiedere un aiuto semplicemente
per sopravvivere. Cosa dobbiamo fare?
b) La partecipazione alle opere caritative
Nella Sintesi troviamo due esempi
della Viceprovincia dello Zambia. Alcuni frati ricevono
aiuti da distribuire ai bisognosi. In altre parole,
i frati non vivono come i bisognosi ma li aiutano. In
altre circostanze ci si pone poi la questione dell’impatto
reale di una tale azione in un oceano di bisognosi.
c) La partecipazione ai progetti di
sviluppo
I frati congolesi provengono quasi
tutti da famiglie povere, e vorremmo che i nostri fratelli
e le nostre sorelle abbandonassero la loro condizione
di povertà per poter accedere a una vita decente come
quella che viviamo noi. Molto sinceramente, di fronte
ai nostri fratelli e alle nostre sorelle poveri abbiamo
un peso sulla coscienza, ci sentiamo ipocriti, ci sentiamo
in colpa nel momento in cui non facciamo alcuna azione
di promozione umana integrale a loro favore.
C’è un’opportunità in Congo. Delusi
dall’atteggiamento del governo, le organizazioni internazionali
chiedono la collaborazione delle congregazioni religiose.
Di fronte a questa situazione penso che sia giusto seguire
la proposizione 25 del VI CPO: «La nostra solidarietà
nei confronti dei più piccoli e di coloro che soffrono
si esprime anche nelle organizazioni e le opere sociali
o caritative. L'amministrazione di queste opere deve
essere sempre realizzata in modo conforme alle leggi
civili. Ogni volta che ciò è possibile, si gestiranno
in cooperazione, ai vari livelli, con personale laico
competente, formato nello spirito della solidarietà.
Il nostro compito specifico e privilegiato è quello
di suscitare e animare queste iniziative sul piano umano
e spirituale (cf. Cost. 71,9)».
Questo testo rimanda giustamente alle
nostre Costituzioni : «Nella misura del possibile, l’amministrazione
dei beni sia affidata a laici, soprattutto quando si
tratta di opere sociali e caritative di cui i frati
non conservino se non la direzione spirituale ». Dunque,
si tratta di un ampliamento di possibilità per i frati
:
1) compito specifico: animatore
2) in seguito questo testo accetta che i frati possano
dirige con laici
3) infine il testo accetta che i frati possano assumere
la direzione di un progetto se i laici non sono in grado
di farlo.
Il punto 3 crea qualche problema in
alcuni confratelli. Innanzi tutto un’obiezione fondamentale:
questa direzione può ritenersi compatibile con la "minorità"
francescana? Inoltre vi può essere il pericolo che confratelli
dirigenti cadano in una mentalità borghese e capitalista
adottando il tono e l’atteggiamento di «padroni», diventando
così come il Ministro generale John Corriveau li chiama:
«il frate padrone dei poveri».
La risposta migliore a queste obiezioni
è stata formulata dal Ministro generale John Corriveau
nella sua comunicazione ad Addis-Abeba, intitolata:
«Fraternità evangelica in un mondo multi-etnico. Prospettive
francescane e cappuccine».
Riguardo alla prima obiezione che tocca
l’esercizio dell’autorità, condivido l’analisi dei confratelli
degli USA: «Bisogna che il VII CPO s'interessi alla
natura e all’utilizzo del potere, che è la capacitò
di realizzare o di impedire il cambiamento … Bisogna
evitare ogni propensione a vilipendere il potere in
se stesso e a pretendere che la nostra minorità esiga
la denuncia di ogni esercizio di potere. Il CPO deve
piuttosto riflettere sui diversi tipi di potere che
convengono ai frati minori … In se stesso il potere
è moralmente neutro. Ma se ne può usare e abusare per
il male o per il bene. Il CPO potrebbe dirci come si
possa utilizzare il potere per realizzare quegli obiettivi
che derivano dalla nostra missione evangelica» (Sintesi,
p. 35).
Quanto alla seconda obiezione relativa
al rischio di vita borghese del frate capo-progetto,
si deve far sì che il confratello assimili la spiritualità
francescana dell’economia fraterna al servizio della
costruzione della comunione. E’ anche compito della
comunità vegliare su di lui e sulla sua gestione. Deve
essere un uomo di preghiera, intimamente unito a Dio
e ai suoi fratelli.
CONCLUSIONE
Termino questa comunicazione citando
Fr. Pascal Rywalski quando scriveva ai frati d’Africa:
«Accade, che i richiami della vita e le circostanze
in cui i frati si trovano a motivo dell’obbedienza,
conducano alcuni a intraprendere grandi opere sociali
in vista di offrire a una regione un livello di vita
degno di un uomo e di un figlio di Dio. Questi religiosi
quindi sono presi dalle preoccupazioni, fatiche, rischi,
incomprensioni, critiche oltre che dalla gioia di sentirsi
di aiuto efficace. Ai poveri resta un legittimo benessere
e la dignità di guadagnare con onestà la propria vita.
Ritengo che la dedicazione di questi
religiosi che vivono un modesto livello di vita e spendono,
in spirito di fede, le loro energie e la loro salute
per il bene del popolo sia conforme al Vangelo e allo
spirito di San Francesco.
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Minorità
e Ministeri Fraterni |
Paolo
Martinelli, o.f.m. cap. |
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Scopo principale
di questo intervento è la problematica della figura
ministeriale fraterna nei suoi tratti forzatamente generali,
senza entrare troppo in dettaglio delle differenziazioni.
Parliamo di ministeri fraterni, cioè di quei servizi
particolari che implicano, in diverso modo, l’esercizio
in generale i ministeri di governo, in cui si deve includere
anche una serie di figure analoghe o relative (ad. es.
economi, responsabili di iniziative caritative, o di
attività particolari, cariche ecclesiastiche o accademiche,
etc). Essere minori, in quanto ordine, non ci esime
dal mettere a tema il potere tra noi. Anzi, anche ad
una veloce lettura degli scritti di san Francesco si
può notare che non sono poche le frasi del santo di
Assisi riguardo alla necessità che vi siano figure di
autorità e ministerialità, ma anche tese a stabilire
chiaramente limiti e condizioni del loro esercizio.
E’ utile ricordare l’importanza di questo tema soprattutto
ad intra. Evidentemente non avrebbe molto senso mostrarci
minores et subditi omnibus ad extra, se questo non fosse
il dilatarsi di un essere minori fra noi, nei nostri
rapporti.
Riflessione introduttiva
1. Un’assonanza etimologica significativa
e decisiva: minor et minus. Partiamo da una constatazione
quasi ovvia, che tuttavia ci fornisce già il metodo
della ricerca per il nostro tema. Le parole “minore”
e “ministro” possiedono etimologicamente la medesima
radice. Minor e minus sono comparativi che indicano
l’essere meno, inferiore, più piccolo di... In forma
personale il primo e neutrale il secondo. Questo suggerisce
che l’identità del minore contiene già l’identità del
ministro. E’ decisivo a mio parere evidenziare che le
note con cui Francesco descrive il frate minore siano
anche le caratteristiche del ministro. I ministri sono
chiamati a servire la fraternità tutta, dove tutti hanno
la vocazione a servire. Tutto questo, implica, evidentemente
che nel momento in cui v’è tra noi incertezza o mancanza
di vitalità carismatica, questo non può che ripercuotersi
anche a livello di leadership. Al contrario, una chiarezza
esistenziale del carisma di Francesco tenderà a generare
figure autorevoli dai tratti ministeriali.
2. La scoperta di Francesco. Ma perché
Francesco ha voluto una fraternità di minores in cui
vi fossero ministeri fraterni? L’origine di tutto questo
non è stata una strategia di vita comune o di intervento
sociale ma la scoperta di un dono. E’ per uno stupore
indicibile, a causa della scoperta dell’umiltà di Dio
- Dio stesso è Umiltà -, che Francesco inizia a vivere
come minor e attira a se altri a vivere come lui. Si
tratta dell’umiltà divina che si attesta quando il Figlio
di Dio si è rivestito della debolezza della nostra carne
mortale fino a subire per amore il supplizio della croce,
e che si prolunga nel mistero della Chiesa, in particolare
nell’azione eucaristica, come ci ricorda mirabilmente
la prima ammonizione.
Di conseguenza, la minorità e il ministero fraterno,
per essere adeguatamente compresi, credo debbano essere
sempre restituiti al loro fondamento, alla presenza
umile di Cristo, oggi, come allora: si diviene “subditi”
e servi non per debolezza, per sudditanza psicologica
o per rinuncia all’esercizio in proprio della responsabilità,
ma come atto di libertà con il quale si riconosce che
originariamente Cristo stesso si è “sottoposto” a noi
per noi.
E’ vero che l’atteggiamento della sottomissione a Dio
è predicato da non poche religioni. Si pensi anche all’Islam
(le cui manifestazioni colpivano Francesco), che già
nel suo stesso nome indica tale atteggiamento religioso.
Ma ciò che è straordinario nell’esperienza di Francesco
è il motivo di questa sottomissione. Ci si sottomette
a Dio non per paura, ma perché Dio si è sottomesso a
noi, alla nostra storia, alla nostra condizione, alla
nostra libertà. Così l’essere sottomessi ad ogni creatura
è sovrana decisione di corrispondere totalmente a colui
che totalmente si è donato a noi e dunque è partecipazione
alla sua Signoria. Il Signore Gesù ha manifestato che
il più grande è colui che serve e che chi vuol essere
il primo deve essere l’ultimo ed il servo di tutti;
non c’è potere più grande del dare la vita per amore.
Pertanto, l’origine della minorità e della qualificazione
dell’autorità come servizio per Francesco non sono l’affermazione
di un principio teoretico o di un dovere morale ma la
scoperta dello spogliamento che Dio fa per amore di
lui.
Infatti, ci può essere cosa più grande per una creatura
che imitare il suo creatore? Nell’essere minore, la
creatura imita l’agire del creatore. Dunque non c’è
grandezza più grande che nell’abbassamento, dell’affermare
l’altro per amore. Che tale assetto sia umanamente sconvolgente
le nostre categorie abituali e socialmente assai rilevante
è importante. Ma ancor più importante è riconoscere
la qualità della sua origine. Corrispondere ad un’attrattiva,
ad una bellezza, suscitata da Cristo su Francesco. Né
la minorità come affermazione di principio astratto,
né come affermazione di una prassi sono di per sé in
grado di muovere internamente la decisione della libertà.
Il motivo per cui spesso si ha la sensazione che le
cose non cambino, nonostante tutto quello che si dice
e si scrive, è propriamente perché le affermazioni pur
chiare non intercettano alcun desiderio e quindi non
mobilitano la libertà. Per noi il problema è immedesimarci
nell’esperienza di Francesco che sta, a mio parere,
al di là dello schema teoria – prassi (o principi –
applicazioni) ma piuttosto nella linea della bellezza,
dello struggimento e della passione amorosa.
3. Le domande del nostro tempo su libertà
e autorità. Tutto questo entra in confronto con le problematiche
attuali. Come comprendere oggi la desiderabilità dell’essere
minori in un epoca di esaltazione del soggetto e della
sua libertà individuale? Come comprendere il senso dei
ministeri che riguardano l’esercizio rischioso del potere
spirituale, organizzativo ed economico? Ci sembra che
uno dei fattori della cultura occidentale determinanti
che ci costringono a ripensare e ad approfondire la
minorità sia propriamente la libertà. Mi riferisco innanzitutto
alla sfida che emerge dalla modernità e dal suo esito
finale in relazione alla svolta antropologica ed in
particolare alla rivendicazione centrale del soggetto:
la persona sarebbe realmente se stessa solo nella misura
in cui si emancipa da ogni autorità, sottoponendosi
unicamente a quanto viene riconosciuto dalla propria
ragione autonoma . Il termine autorità, di conseguenza,
non gode da tempo di buona fama; il parlare di autorità,
quasi istintivamente, acquista un accento negativo.
E’ strano che questa percezione avvenga proprio nei
confronti di un termine – l’autorità - che etimologicamente
indica, invece, «istanza promotrice», «accrescitrice».
Un altro fattore non indifferente a questo proposito
è certamente la cosiddetta crisi della figura paterna
in occidente, messa in rilievo sia dalla sociologia
che dalla psicologia. Anche questo fattore ha una ricaduta
pesante sulla comprensione dei ruoli di direzione nella
società e prima ancora sulla chiarezza di identità e
relazione interpersonale. Da qualche anno ormai si è
alzata una sorta di grido di allarme sulla “assenza
di paternità” da parte di diverse discipline, il cui
esito è tuttora aperto.
E’ stato fatto notare come in questi anni in tutte le
comunità di vita consacrata, sia cambiata molto la percezione
e la figura dell’autorità mediante l’introduzione di
una partecipazione attiva ed interessata di tutti i
membri. Tuttavia, non ci si nasconde che insieme a questi
elementi positivi vi sia anche una certa perdita dell’identità
di alcuni ruoli in comunità. Anche qui una delle principali
radici dell’imbarazzo di fronte alla figura dell’autorità
è senza dubbio da rinvenire nell’importanza oggettiva
che il termine libertà ha acquisito nella società in
cui viviamo. Se nell’illuminismo la parola che determinava
il clima culturale era indubbiamente la «ragione», oggi,
nell’epoca del pensiero debole e nichilista, la centralità
è riservata alla «libertà» e nella fattispecie alla
libertà individuale .
Riconoscendo gli aspetti positivi di questo fenomeno
(caduta delle formalità, maggior dialogo, etc…), è necessario
però rilevare come l’assolutizzazione del valore della
libertà non sia priva di ambiguità. Forme estreme di
individualismo e di liberismo senza alcun riferimento
a valori sono abbastanza sotto gli occhi di tutti, creando
di fatto nuove forme di potere assai più forti di quelli
basati sul principio di autorità. In relazione a questo
è stato fatto notare anche l’attuale forte componente
narcisistica della cultura in particolare occidentale,
a causa della quale spesso ruoli ministeriali vengono
fortemente segnate da desiderio di dominazione, di possesso
e di controllo.
Non va negata neppure una certa reazione all’invadenza
ipertrofica di una libertà assoluta che in taluni ha
provocato semplicemente un certo rifugio in formalismi
passati rassicuranti, poco ministeriali, dando origine
a forme anacronistiche di esercizio della autorità,
destinate a non portare frutto. Un rischio sicuramente
attuale, forse ancor più grave, a mio parere è quello
presente in molti nostri ambienti, in cui in qualche
modo si rimane colpiti dalla sfida della modernità ma
senza andarvi veramente al fondo, scivolando così in
forme di un certo compromesso; per cui da una parte
si cerca di salvaguardare un certo riferimento all’autorità,
e dall’altra si coltiva un certo individualismo «sostenibile».
Autorità e libertà non entrano in conflitto ma si giustappongono.
In tal senso rischiano di convivere una certa autorità
formale e una libertà individualista. Testimonianza
a questo proposito è una mancanza di interna dinamicità
delle fraternità, scarso senso di appartenenza e assenza
di attrattiva della propria forma di vita.
Sono convinto che l’attuale contingenza
storico culturale rappresenti una forte occasione per
riscoprire l’attualità del nostro carisma ed anche l’opportunità
per esplicitarne elementi finora forse ancora trascurati.
Infatti, la minorità e la ministerialità, lette nella
loro radice cristologia, evidenziano un chiaro nesso
con la libertà dell’uomo, correggendone talune derive
e restituendola a se stessa, permettendo una posizione
liberante nei confronti dei vecchi e nuovi poteri. Per
questo credo che si debba riuscire a tematizzare la
minorità nella sua origine con la libertà per poi scoprire
in essa il servizio dell’autorità come servizio alla
libertà dei fratelli, impegnati nella sequela di Cristo.
1) Dalla “minorità” ai “ministeri fraterni”
Cerchiamo innanzitutto di esplicitare
brevemente alcuni tratti del nesso tra kenosi di Dio,
minorità e libertà per rapportarlo poi ai ministeri
fraterni come servizio alla libertà. Credo ci siano
degli interessanti contributi, sia dalla teologia che
dalla filosofia che possono aiutarci ad approfondire
questo tema. Penso innanzitutto all’odierno risveglio
della riflessione trinitaria (Rahner), non solo in riferimento
al mistero di Dio, ma anche alla Chiesa e alla realtà
umana . Mi riferisco soprattutto a quei filoni di riflessione
teologica , che hanno messo a tema la kenosi di Dio,
nella sua rilevanza trinitaria ed antropologica (ad
esempio J. Moltmann , S. Bulgakov , von Balthasar ).
1. Kenosi di Dio e libertà dell’uomo
. In che senso si deve dire che la Kenosi di Dio è fondamento
della nostra libertà? E che quindi la minorità si configura
come una scelta di libertà? Cristo Gesù “spogliò se
stesso” (Fil 2,7) – “umiliò se stesso” (Fil 2,8), afferma
perentoriamente san Paolo. Innanzitutto, questa kenosi
di Dio si manifesta nell’obbedienza di Gesù fino alla
morte di croce, nel suo farsi servo ed ultimo tra noi.
Questa obbedienza, a sua volta, si iscrive all’interno
della reciprocità tra la libertà di Dio e quella dell’uomo
che la sacra scrittura chiama alleanza. Già l’idea del
patto dice l’importanza della libertà dell’uomo agli
occhi di Dio. Egli è trattato dal suo Signore come un
partner. La libertà infinita ed onnipotente di Dio non
sovrasta quella dell’uomo; piuttosto la vuole, la crea,
la esige e la afferma radicalmente nel momento in cui
la chiama ad esistere e a stringere un patto con Sé.
La libertà dell’uomo si realizza, emancipandosi dai
falsi poteri, quando si lega, come obbedienza, alla
libertà di Dio. Tale relazione si compie insuperabilmente
quando Dio stesso assume una precisa libertà umana,
nascendo da una donna, Maria, si fa carico di tutto
il rifiuto dell’uomo nei confronti di Dio, andando così,
nella morte di croce, a costituire definitivamente l’alleanza.
2. Gesù subditus omnibus. In ciò contempliamo
anche la conseguenza estrema dell’abbassamento del Figlio,
che con la morte di croce prende il posto ed il destino
del peccatore, andandosi a collocare, in estrema obbedienza
al Padre, negli “inferi”, ossia nello stato della lontananza
da Dio . Qui Gesù viene a collocarsi obiettivamente
all’ultimo posto, subditus omnibus . Proprio in questo
radicale mettersi “al di sotto” emerge l’immagine definitiva
dell’umiltà di Dio. Negli inferi egli si mostra il minore,
l’inferiore. Cristo si è fatto così subditus omnibus
che non vi è più uomo, in qualsiasi condizione si trovi,
che non possa incontrare il suo volto che lo chiama
alla libertà di essere figlio. Gesù percorre la via
verso il Padre abbracciando in se stesso anche l’ultimo
peccatore. Nella kenosi il Figlio di Dio si sottopone
alla storia di peccato dell’uomo per trasfigurarla in
se stesso in storia della salvezza.
Pertanto, secondo questa prospettiva, nella kenosi abbiamo
la più radicale affermazione della libertà dell’uomo.
Il teologo ortodosso S. Bulgakov afferma nella sua Sofiologia,
che “Una liberazione dalla morte compiuta attraverso
un atto onnipotente di Dio, come un deus ex machina,
sarebbe stata un’umiliazione per l’umanità, una diminuzione
della sua libertà[…] Solo tale diminuzione di sé nella
kenosi della divinità rende possibile la salvaguardia
della libertà umana nell’opera di redenzione di Cristo”
.
3. Il Crocifisso Risorto: il minore/servo
è il Signore. L’umanità risorta di Cristo esprime così
la libertà dell’uomo pienamente riuscita. La Signoria
del Risorto non rappresenta il superamento dialettico
della sua dedizione mortale ma l’espressione compiuta
del suo senso. La carne risorta di Cristo, che porta
iscritta per sempre i segni della passione, mostra la
vittoria che la croce rappresenta su tutti i potenti
e su tutto il male della storia. In questa prospettiva
si può vedere come proprio in Gesù abbiamo l’affermazione
della nostra libertà ma anche l’espressione mirabile
della coincidenza tra servizio ed signoria. Poiché è
disceso in obbedienza fino agli inferi, abbracciando
tutto in se stesso, tale atto è foriero della più grande
signoria: “Dio lo ha esaltato e gli ha dato il nome
che è al di sopra di ogni altro nome, perché nel nome
di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra
e sotto terra”.
4. Essere minori-ministri: una soggettività
de-centrata. Solo una salvezza che si offre nella forma
della kenosi è una salvezza che non elimina ma afferma
l’uomo come soggetto di libertà. Di conseguenza, l’uomo
perviene a se stesso nell’accoglimento di questa offerta
di grazia effettuata a “misura dell’uomo”, cioè a misura
della sua libertà. Mi sembra che l’essere minores possa
essere descritto come questa soggettività decentrata
perché stupita, ossia un soggetto che riconosce sé da
un altro e per un altro. Usando l’espressione di un
filosofo francese per spiegare la fenomenologia della
donazione, si può dire che la minorità è espressione
dell’adonné, dell’a-donato (J.L. Marion), ossia dell’uomo
identificato come termine di un dono che riceve istante
per istante e che possiede sé solo nella forma della
continua donazione. Il minore esprime l’uomo come quel
soggetto il cui centro è un altro, o per usare la felice
formula di Ricoeur, sé come un altro . In tale osservazione
non si può che sentire l’eco della paradossale testimonianza
paolina nella lettera ai Galati: “non sono più io che
vivo ma è Cristo che vive in me. Questa vita che vivo
nella carne la vivo nel figlio di Dio che mi ha amato
e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20).
5. Fraternità minoritica e comunione.
Con tutto ciò siamo portati anche a scoprire in che
senso la minoritas implica fin dalla sua origine la
relazione fraterna. Nella prospettiva della minorità,
illuminata dal pensiero kenotico, l’altro cessa di essere
il nemico e l’antagonista del mio io e nemmeno lo strumento
del mio potere narcisistico, per cui l’altro è usato,
adulato o ripudiato secondo la circostanza. L’altro,
invece, è semplicemente fratello e sorella, riconosciuto
e voluto proprio per la sua irriducibile alterità. Ossia,
nell’altro, chiunque sia, si riconosce l’appello di
Dio che si dona interpellando la mia libertà alla risposta.
Quindi la mia esistenza di minore ha bisogno per essere
se stessa di ogni altra presenza umana, non può prescindere
da nulla. La fraternità minoritica sa che in ogni circostanza,
in ogni fratello, c’è l’appello di Cristo, che chiede
di essere riconosciuto e accolto. La fraternità evangelica
è il luogo dove si custodisce il segreto dell’umiltà
di Dio. In questo senso si apre davanti a noi l’orizzonte
ultimo in cui ogni funzione autorevole di servizio può
essere compresa ed esercitata: la realtà della comunione.
La “communio”, si presenta in tal modo come l’indeducibile
dono che rende possibile l’essere se stessi in quanto
si è per un altro .
6. Ministeri fraterni: un servizio
alla libertà impegnata nella sequela. I ministeri fraterni
traggono la loro identità da quanto abbiamo cercato
di descrivere finora, nel contesto della kenosi e della
comunione. Ciò che rende significativa ed essenziale
la loro presenza è innanzitutto il desiderio di corrispondere
a Gesù Cristo, che si è sottomesso a tutti per amore
della umana libertà. Infatti, la sequela Christi si
configura come partecipazione alla stessa libertà di
Gesù, alla libertà del Signore che serve, alla signoria
della diaconia.
Ora, se è vero che obiettivamente Cristo ci raggiunge
nel sacramento kenotico della Chiesa-eucarestia coinvolgendo,
purificando ed esaltando la nostra libertà, tuttavia
è altrettanto vero che questo dono obiettivo deve essere
accolto e fatto fruttificare in noi fino alla testimonianza
della vita. Questa capacità di corrispondere alla kenosi
è un dono dello Spirito che si particolarizza nella
nostra libertà: è propriamente l’esperienza carismatica.
Per noi è l’immedesimazione con il dono che Dio ha fatto
a san Francesco. Il carisma della minorità è quel dono
dello spirito che attrae, persuade e mobilita la nostra
vita a seguire Cristo sulla via intuita da Francesco.
Infatti, chi incontrava san Francesco e si lasciava
colpire dalla sua presenza, si sentiva mosso intimamente
– liberamente - a seguire Cristo legandosi a quel giovane
di Assisi. Il carisma abilita a fare fruttificare il
dono di Cristo in me rendendomi parte della sua missione
ed edificando così la chiesa tutta. I carismi infatti
sono dati ad utilitatem, come ci ricorda san Paolo.
L’esperienza carismatica è quella che ti fa accogliere
a tal punto il segno sacramentale da renderti capace
di scoprire che tutta la realtà ha per te una dimensione
sacramentale, cioè che in ogni circostanza v’è un segno
del mistero di Cristo che ti interpella perché tu lo
accolga e vi risponda.
Di conseguenza, se il sacerdozio ministeriale si configura
come servizio affinché il gesto salvifico di Cristo
arrivi obiettivamente alla mia persona senza riduzioni
e deviazioni [tanto che il sacramento viene celebrato
non in forza della santità personale del presbitero,
peraltro auspicabile, ma di un dono specifico di Cristo],
così chi all’interno dell’esperienza carismatica ha
il compito di svolgere un ruolo autorevole, ha l’incarico
di servire innanzitutto la libertà dei fratelli impegnati
nella sequela di Cristo secondo l’esperienza di Francesco,
rimandando e rilanciando continuamente in modo normativo
alla forma di vita che abbiamo promesso. Detto tecnicamente,
mentre il sacramento-parola è il termine dell’exitus
della kenosi, ed il sacerdozio ministeriale è momento
imprescindibile di tale movimento; il carisma è la concreta
possibilità del reditus, della restituzione responsoriale
della libertà al Dio che si è fatto ultimo. Ed il ministero
fraterno si colloca a sostegno di questo movimento della
libertà verso Cristo e verso i fratelli. L’esercizio
del ministero fraterno ha il compito di intercettare,
di risvegliare, per così dire, il desiderio (l’intenzionalità)
di ogni singolo fratello di aderire a Cristo mediante
un carisma particolare.
Ovviamente la significatività dell’autorità è data anche
in proporzione alla vivezza del carisma. Un frate o
una fraternità che non vivesse il proprio carisma a
livello costitutivo dell’atto di libertà che qualifica
i suoi membri non potrebbe che percepire come formale
la funzione autorevole al suo interno. Quindi, il ministero
dell’autorità e cariche analoghe, non sono chiamate
a “controllare” la vita fraterna ma a servirla nel rapporto
fondamentale tra libertà e il carisma. I ministeri fraterni
sono, dunque, parte della modalità con cui l’esperienza
di Francesco ci è comunicata, insieme alla regola, ai
suoi scritti e alle costituzioni. Come il sacerdote
ordinato non dispone dei sacramenti, della parola di
Dio e della chiesa, ma è disposto da essi a servizio
dei fedeli; così i ministri, custodi, guardiani, etc.,
non dispongono del carisma ma sono disposti da esso.
2) La dinamica della
ministerialità fraterna
Se il ministero fraterno nella sua
essenza è servizio alla libertà impegnata nella sequela
secondo le orme di Francesco, allora è possibile cercare
di sviluppare qualche tratto rispetto alla sua intuizione.
Qui la riflessione può andare in due direzioni: tematizzare
il volto ministeriale delle diverse cariche nell’ordine,
ma anche scoprire l’atteggiamento giusto dei fratelli
di fronte a chi è chiamato servo e ministro di tutti.
Infatti, non è raro assistere ad un problema di relazione
ministro – fratelli dovuto non solo ad una inautentica
considerazione da parte del ministro circa il proprio
ruolo ma anche ad una falsa aspettativa o falsa immagine
che i fratelli hanno di colui che è preposto al servizio
dell’autorità. Quindi occorre che tanto gli uni che
gli altri si comportino consapevolmente riguardo al
senso e al compito di tutti.
1. Lo Spirito Santo come ministro generale
del nostro ordine. In questo tentativo di tratteggiare
la figura del ministero fraterno non si può evitare
di soffermarsi sull’immagine fondamentale proposta da
Francesco stesso riguardo al ministro generale dell’Ordine:
lo Spirito Santo . Innanzitutto vorrei osservare che
se Francesco ha posto lo Spirito Santo come ministro
vuol dire che tutti coloro che ricoprono ministeri fraterni
devono sapere che lo Spirito santo c’è già e pertanto
devono accoglierlo, riconoscerlo, e promuoverne l’azione.
Si tratta di aiutare lo Spirito in questo compito. Ma
è anche vero che dallo Spirito ci è suggerita anche
una certa modalità di presenza diaconale.
Lo Spirito Santo suggerisce von Balthasar “non vuole
diventare un oggetto per noi, non vuole essere visto,
ma essere in noi un occhio che vede… Egli è la luce
che non si può vedere tranne che sull’oggetto illuminato,
e questo è l’amore tra il Padre e il Figlio apparso
in Gesù… Colui mediante il quale vediamo Dio è lo Spirito,
il più non oggettivo che ci sia” .
Lo Spirito è ciò che unisce intimamente Padre e Figlio;
è la reciprocità tra Padre e Figlio; è ciò che fa sì
che la differenza sia forma della più intima unità.
Ma lo Spirito è anche il frutto della reciprocità, la
testimonianza della vicendevole donazione; è la sorpresa
del “sempre più” in ogni relazione di vicendevole donazione.
Se l’evocazione dello Spirito Santo ci aiuta a collocare
la nostra esperienza carismatica sotto l’azione imprevedibile
del Paraclito, mi sembra che Francesco suggerisca che
il servizio dell’autorità debba rimandare strutturalmente
ad altro da sé. Se lo Spirito è colui che può essere
visto solo in ciò che illumina e non in se stesso, questo
mi sembra indichi che la figura ministeriale del frate
è tutta baricentrata fuori di sé, tesa a servire la
vita che circola nella fraternità.
Se lo Spirito è l’unione dei due, allora si può comprendere
come il ministero minore si esprima non nel mettere
al centro sé ma nel promuovere la comunione, la concordia,
la relazione. Il ministro è un custode e promotore di
relazioni. Più che preoccupato della relazione dei frati
con se stesso, è preoccupato della relazione dei frati
tra loro .
Ed infine, se lo Spirito Santo che Francesco vede come
ministro del suo ordine è la continua sorpresa ed apertura,
il continuo “oltre” che si apre tra coloro che si amano,
allora la figura ministeriale si configura qui come
emblema di questa apertura. Il frate ministro o guardiano
non è solo colui che unisce ma anche colui che impedisce
che il rapporto si chiuda, che una fraternità si chiuda
narcisisticamente su se stessa, ma si apra in modo missionario
e di servizio nei confronti di chi il Signore mette
sul cammino. Insomma, il ministero fraterno, ad immagine
dello Spirito Santo, possiede una immagine provvidenzialmente
poco tranquillizzante, nemica della falsa quiete.
2. Identità e compito . Dopo quanto
detto in riferimento all’immagine ministeriale dello
Spirito Santo come paradigma del servizio di autorità,
mettiamoci in ascolto di alcuni elementi dell’identità
e del compito descritti da Francesco. Le sue parole
a questo proposito sono chiare . Si tratta di essere
“ministri e servi”; perciò “colui a cui è commessa l’obbedienza
e chi è ritenuto maggiore, sia come il minore (Lc 22,26)
e servo degli altri fratelli” (Lett. Fed, 8 42s) . Di
conseguenza “nessuno sia chiamato priore ma tutti siano
chiamati semplicemente frati minori. E l’uno lavi piedi
all’altro (Gv 13,14)” (Rnb 6,3). L’abbracciare il ministero,
pertanto, non dovrebbe essere qualche cosa che cambia
l’identità del frate minore; essendo minore, accogliere
un ministero dovrebbe costituirne un approfondimento.
Francesco è molto sobrio e sintetico anche nell’utilizzare
i verbi che caratterizzano il compito del ministro minore.
Essi devono “Visitare” i frati, innanzitutto. Ciò implica
una sostanziale mobilità della figura ministeriale,
non un aspettare l’altro che si muova e vada dal ministro,
ma una tensione a rendersi presente con discrezione
e prudenza. I ministri, poi, devono “Curare - confortare”:
questi verbi esprimono la necessità del ministro di
sostenere l’impegno dei fratelli. Da qui la capacità
del ministro di manifestare segni concreti in favore
della crescita dell’altro. Ossia, che il ministro possa
essere generatore di atteggiamenti positivi e creativi
nei fratelli. Il ministro vuole che l’altro cresca.
“Esortare, ammonire, e correggere”; con questi verbi
si può intendere l’impegno richiesto al ministro di
saper esprimere una certa direttività. Francesco chiedi
di “correggere con umiltà e carità” , ossia anche quando
si tratta di esercitare il potere che obiettivamente
è implicato nella funzione dell’autorità lo si deve
fare sempre tenendo ben presente che lo scopo, ossia
la carità. In questo senso si capisce la raccomandazione
di Francesco di un uso raro del comando esplicito di
obbedienza ; ciò si manifesta come estrema sollecitazione
alla libertà dell’altro, che può perdersi nelle vie
dell’inautenticità. Anche la necessaria presentazione
di un comando secondo la regola deve avere come anima
l’offerta del perdono e del nuovo inizio. Da qui si
comprende la più volte raccomandata benevolenza e premurosa
cura pastorale verso chi pecca . La qualità minoritica
di un ministro si vede dalla capacità di non scandalizzarsi
ma di rilanciare nuovi inizi.
Che il ministero fraterno, poi, sia un servizio alla
libertà lo si vede soprattutto dal modo con cui Francesco
chiede ai frati di obbedire ai ministri. Anzi mi sembra
proprio che Francesco faccia leva propriamente su ciò
che la libertà ha desiderato e voluto con il legarsi
al suo carisma. Si tratta concretamente di rinunciare
alla propria volontà, in quanto c’è più libertà nel
corrispondere a Cristo che ai propri piani. Da qui si
capisce come la fondamentale obbedienza sia al Vangelo
e alla regola, la quale deve essere osservata sine glossa.
Tutti siamo sotto il vangelo e sotto la regola ed ogni
obbedienza è tale per sostenerci nell’adesione a tutto
questo. In tal modo l’obbedienza così concepita deve
risultare uno stimolo per la libertà ad operare secondo
lo Spirito del Signore e la sua santa operazione.
Qui si colloca anche la profonda pedagogia di Francesco
espressa nella prima parte della terza ammonizione:
il ministro richiama ciò che deve diventare principio
vitale in tutti i frati. “Abbandona tutto quello che
possiede e perde il suo corpo e la sua anima l’uomo
che totalmente si affida all’obbedienza nelle mani del
suo superiore, e qualunque cosa fa o dice e che egli
stesso sa che non è contro la volontà di lui, purché
sia bene quello che fa, è vera obbedienza”. La stessa
logica la vediamo affermata nella lettera a frate Leone:
“tutte le parole che abbiamo dette in via, brevemente
in questa frase riassumo a modo di consiglio, e dopo
non ti sarà necessario venire da me per consigliarti,
poiché così ti dico: in qualunque maniera ti sembra
meglio di piacere al Signore Iddio e di seguire i suoi
passi e la sua povertà, fatelo con la benedizione di
Dio e con la mia obbedienza”. Qui è chiaro che Francesco
non intende controllare dall’alto il fratello ma invita
ad assumere il suo spirito, quello che gli è stato donato,
come principio intimo per la propria azione. Pertanto
qui diventa evidente come il guardare al ministro diviene
non dipendenza deresponsabilizzante ma fonte di creatività
relazionale. Francesco invita frate Leone ad immedesimarsi
a tal punto con quanto lui suggerisce da spingerlo a
fidarsi ora di quanto sembra a lui, Leone, piacere al
Signore. Questa obbedienza è molto più forte che il
controllo in quanto si basa sulla immedesimazione con
l’esperienza carismatica. Il carisma diventa in ciascuno
principio di azione.
Ciò è di importanza decisiva per il carattere ministeriale
del compito di formatore. Il formatore, infatti, rischia
il rapporto con il formando non come controllo su di
lui, ma come testimonianza di quanto la propria vita
venga messa in discussione continuamente dal carisma
di Francesco. Pertanto, il ministero di formatore si
trova come prima risorsa educativa innanzitutto la libertà
e il desiderio dell’altro che lo hanno portato a bussare
al convento. Il formando segue il formatore per fare
diventare proprio patrimonio interiore ciò che l’altro
testimonia dell’esperienza di Francesco. Pertanto, più
lo segue e più diventa capace di “autonomia obbediente”
(capace di muoversi da sé secondo lo spirito del carisma)
. E facendo emergere in tal modo la libertà dell’altro,
non il controllo, si aprirà inevitabilmente anche lo
spazio di una sincera verifica e discernimento sulla
idoneità del candidato.
Anche l’immagine di ministero che emerge nella seconda
parte della Ammonizione terza non è meno geniale. Qui
ancora una volta Francesco mette in evidenza la sua
profonda conoscenza del cuore umano. Nell’obbedienza
al superiore si tratta di corrispondere all’abbassamento
libero e liberante della kenosi di Gesù per amore. Per
questo, anche quando si vedessero cose migliori dal
proprio punto di vista, eccettuato il caso coscienza
o di comando contro la regola, l’obbedienza appare più
sensata ancora perché più espressiva dell’amore all’altro.
Tutto ciò, mentre afferma il valore vincolante dell’obbedienza
impedisce l’autoreferenza del ministro. Infatti, in
questo caso si obbedisce non perché l’altro dice cose
assolutamente migliori; Francesco riconosce che il frate
può avere intuizioni migliori. Si sa bene che il ministro
può sbagliare. Ma la cosa migliore è obbedire per amore,
imitando la posizione di Cristo .
3. Ministeri fraterni e fraternità:
una reciprocità a-simmerica. Alla luce di questi passaggi
dalle fonti propongo un’immagine riassuntiva dell’esercizio
della ministero fraterno. Propongo di leggere la ministerialità
fraterna di Francesco nella figura di una reciprocità
vicendevolmente asimmetrica. Solo così riesco a spiegarmi
come mai Francesco attribuisca le stesse caratteristiche
in particolare ai “ministri e servi” ed in generale
agli altri frati. . Una esemplificazione fondamentale:
Francesco dice nella regola bollata che chi è posto
nel compito di ministro, custode o guardiano deve servire
i frati come se fossero i suoi Signori , ma d’altra
parte Francesco, nel suo testamento, dice di voler obbedire
al ministro e al guardiano che gli darà perché è suo
Signore . Da un certo punto di vista il fratelli sono
visti dal ministro come signori, dall’altra parte il
ministro è visto come signore dai fratelli. La simultaneità
di questa asimmetricità genera una simmetria dinamica.
Ossia, la simmetria fraterna non è raggiunta per livellamento
o per omologazione, ma per gioco di differenze. L’uno
esalta l’altro abbassandosi e servendo. In realtà questo
movimento non fa che rispecchiare quello della kenosi/esaltazione
descritta da Paolo ai Filippesi.
La reciprocità della vita fraterna è nella visione di
Francesco assolutamente dinamica e quindi si oppone
sia alla visione dell’autorità come garante estrinseco
e accomodante della vita conventuale, sia alla visione
di una autorità come figura semplicemente paritaria
e formale priva di direttività. In tal senso la relazione
rimane nella sua struttura dinamica ed aperta ad ogni
ulteriorità suggerita dallo Spirito Santo. A mio avviso
questo ha il suo principio nella vita trinitaria: dove
le persone sono infinitamente differenti e tuttavia
nessuna possiede la natura divina in modo inferiore
rispetto alle altre. Questa sappiamo è tutta la lotta
dei concili ecumenici dei primi sette secoli. Il Figlio,
pur essendo tale non è meno Dio del Padre; pur essendo
generato non vi è diminuzione; infatti il Padre dà tutto
se stesso al Figlio; non si tiene per sé nulla e proprio
per questo è l’eterno padre; perché è l’eterno generatore.
Egli è se stesso solo in quanto è nel Figlio. E la divinità
e la personalità dello Spirito santo è il cuore della
reciprocità delle persone divine. L’amore vicendevole
donato ad espropriato fa sì che la vita di Dio sia tutta
in tutte le persone senza diminuzione.
4. Ministero fraterno come generatore
di corresponsabilità. Questa impostazione permette l’esplicitazione
di un valore decisivo: Le figure ministeriali sono date
affinché ciascuno viva personalmente e comunitariamente
la propria responsabilità nel confronti di quanto ci
è stato donato per la nostra missione nella chiesa e
per il mondo. Questo riferimento reciproco tra autorità
e carisma istituisce la circolarità tra funzione autorevole
e corresponsabilità di ciascuno. Pertanto un compito
decisivo da parte di chi ha ministeri nella fraternità
è quello di creare e ricreare continuamente tutte quelle
condizioni per cui la libertà di ogni singolo membro
sia messa in gioco. Funzione autorevole-ministeriale,
di conseguenza, non deve in alcun modo sostituire l’atto
di libertà dell’altro, ma deve piuttosto costantemente
provocarlo.
Pertanto, la vera autorità ministeriale è essenzialmente
animazione; poiché, in effetti, vero scopo di ogni intervento
autorevole è l’evocazione della libera corresponsabilità.
Con una felice espressione di von Balthasar possiamo
ricordare che “Gli uffici ministeriali, con la loro
autorità, essenzialmente non sono altro che gli animatori
della autoedificazione della Chiesa intera per opera
dei suoi membri” . Qui trova il suo luogo anche l’impotanza
del dialogo comunitario, la corresponsabilità, la sussidiarietà
e la solidarietà; tutti i fratelli devono, infatti,
essere interessati alle vicende della propria fraternità
e del proprio ordine: siamo tutti corresponsabili di
quello che lo Spirito ha generato e genera . In tal
senso vera dignità teologale deve essere riconosciuta
all’incontro e all’ascolto delle persone da parte del
responsabile . Il confronto non dovrebbe essere considerato
solo come momento previo per poi «sistemare le cose»,
ma come circostanze quasi sacramentali in cui cogliere
il cenno della presenza del mistero di Cristo nelle
situazioni concrete della vita fraterna.
In tal senso appare pertinente al compito autorevole
la capacità di stimare concretamente ciò che è presente
nella propria fraternità , valorizzando le esperienze
positive e significative presenti nelle fraternità,
quelle «autorevolezze» informali di alcuni membri, che
magari, senza essere rivestiti di alcun incarico, di
fatto, con la loro esperienza mobilitano la vita delle
fraternità. Tutto ciò ci sembra anche l’ambito in cui
in questo ascolto vicendevole si impara a discernere
insieme la volontà di Dio, di cui la nostra libertà
ha bisogno concretamente per essere se stessa . Tale
discernimento chiede il confronto reale tra i fratelli
e tra questi e il ministro; il che non può escludere
anche momenti di tensione e di discussione, che se vissuti
nella carità, contribuiscono a cogliere nel tempo le
indicazioni che vengono da Dio. Una passiva remissività
o una pregiudiziale avversione nelle relazioni sono
segni che indicano libertà poco impegnate e scarsamente
allenate ad un vero confronto: “esiste una remissività
codarda e una rigidità irragionevole; entrambe sono
forme di disobbedienza allo Spirito Santo” .
Qui trova il suo posto anche il compito
del ministero fraterno di generare consenso nella fraternità
intorno a dei passi precisi da compiere per l’autenticità
della nostra vocazione e missione nella chiesa: è ciò
che oggi tecnicamente si chiama progettualità condivisa
, per la quale la funzione di governo deve svolgere
il delicato lavoro di discernimento e di promozione
di consenso. Anche qui, evidentemente la figura del
consenso promossa dal ministro è decisiva rispetto alla
progettualità, garantendone anche lo svolgimento, pronti
a modificare dinamicamente ciò che deve essere cambiato
lungo il cammino, ma anche deciso nell’essere fedeli
a quanto la fraternità e la chiesa hanno riconosciuto
o indicato per la nostra missione.
Qui mi sembra poter cogliere anche un nesso con ministeri
che hanno a che fare con patrimoni di natura economica.
Il tema oggi è inevitabilmente delicato, proprio per
il nesso con uno dei grandi poteri cosiddetti “autoalimentanti”,
quello finanziario (cf. G. De Rita). Siano essi ministeri
di economato o di gestione di opere che implicano la
disponibilità di denaro. Mi sembra che anche qui si
può dare la qualifica di ministeriale ad un tale compito
nella misura in cui si gioca una reale reciprocità asimmetrica
ed il principio di corresponsabilità. Chi è preposto
alla gestione di patrimoni lo può fare in forza di un
mandato cui deve rispondere e che lo fa servo degli
scopi condivisi da perseguire in vista della concreta
missione nella chiesa per il mondo e la società. Se
l’economo dispone del denaro, più che gli altri frati,
ciò è possibile solo in quanto egli è disposto totalmente
dal mandato. Tale reciprocità è reale, evidentemente,
se è garantita una verifica serena degli obiettivi e
metodi all’interno di una progettualità condivisa .
4. Le condizioni di un ministero fraterno.
Chi esercita un ministero deve, pertanto, essere il
primo nella fraternità che obbedisce. Si tratta di mostrare
come egli rischi concretamente la sua libertà con il
carisma professato e nel rapporto con i membri dell’istituto
e che proprio per questo chiede il loro coinvolgimento
responsabile. Non a caso sono assai dure le parole di
Francesco riguardo alle condizioni perché i frati possano
vivere in modo fecondo ed adeguato il proprio ministero.
A riconferma che non basta affermare di stare servendo
per sentirsi esentati dal rischio di una autoreferenzialità
nella gestione del proprio ruolo. Nell’ammonire i responsabili
Francesco manifesta di conoscere molto bene la natura
umana e le sue ferite. Sa bene che senza il servizio
dell’autorità, la libertà del singolo verrebbe meno
anche alle proprie decisioni più convinte. La libertà
dell’uomo è tentabile fino alla fine. Ma nello stesso
tempo sa anche che chi è chiamato a coprire una carica
che implica potere non può evitare la tentazione di
dominare e di controllare i fratelli invece che servirli.
Pertanto san Francesco afferma condizioni molto severe
riguardo a chi viene chiamato al servizio dell’autorità.
Si pensi alla richiesta perentoria di “non appropriarsi
della carica”; e soprattutto “Guai a chi si attacca
alla carica” . In tutto ciò mi sembra che Francesco
affermi la necessità di un deciso distacco dal proprio
ruolo . Questo mi sembra un tratto essenziale della
ministerialità fraterna voluta da Francesco: la libertà
dal proprio ruolo.
Paradigmatica la sua ammonizione quarta: “Quelli che
sono costituiti in autorità sopra gli altri, tanto si
glorino del loro ufficio prelatizio come se fossero
incaricati di lavare i piedi dei fratelli (Cfr Gv 13,14);
e quanto più si turbano per esser tolto loro la carica
che se fosse loro tolto il servizio di lavare i piedi,
tanto più ammassano un tesoro fraudolento (Cfr Gv 12,6)
a pericolo delle loro anime”.
Credo che anche qui il suo richiamo vada inteso a livello
di dinamica della libertà. Infatti come potrebbe servire
la libertà dei fratelli, impegnati nella sequela di
Cristo sulle orme di Francesco, colui che non è libero
di fronte al proprio ruolo? Ma soprattutto in questo
emerge il pericolo in cui si troverebbe, non solo la
fraternità, ma anche un tale fratello se riponesse nel
proprio ruolo la propria sicurezza esistenziale. La
reciprocità, peraltro, ben presto svanirebbe in favore
di una asimmetria univoca. Cosicché sarebbe inevitabile
finire nella logica dei poteri autoalimentanti e scopo-escludenti,
di cui si è parlato in questi giorni. In cui al servizio
si sostituirebbe il favoritismo, preferenza e parzialità,
aborrite da Francesco.
Il fatto stesso che Francesco sia così esplicito a questo
proposito fa pensare che questa sia una possibilità
reale, da cui nessuno può ritenersi esente. Riconoscerne
la possibilità è già un primo modo per smascherarla.
Forse è inevitabile che vi siano queste situazioni.
Si può certamente pensare a strumenti che facilitino
un sano distacco, che ciascuno peraltro dovrebbe avere
nei confronti di tutto ed anche di se stesso. Tuttavia,
credo che questo ministero sia in se stesso inevitabilmente
rischioso; ed è giusto che sia così, altrimenti non
salveremmo noi quella libertà umana per la quale Cristo
stesso ha dato la vita.
Credo che un aiuto stia nella reciprocità di cui ho
cercato di parlare. Nel senso che, un attaccamento indebito
al proprio ruolo emerge più facilmente se la fraternità
a cui si riferisce è carismaticamente vivace. Chi vive
il carisma, qualsiasi ruolo abbia o non abbia, inevitabilmente
mette le premesse per un rinnovamento. Si pensi ancora
una volta all’invito di Francesco a disporsi a rimanere
anche con il ministro che sbaglia a dare un’obbedienza
contro la regola o la coscienza. Tale “rimanere” pone
in atto una novità che nessuno può cancellare. La mancanza
di vivacità carismatica, al contrario, favorirebbe in
modo complice tale attaccamento ai ruoli.
Corrispondente positivo, invece, delle condizioni per
esercitare il servizio fraterno è quanto Francesco suggerisce
nella Lettera ad un ministro circa la necessità di accettare
la fatica del ministero come grazia e come obbedienza.
Qui emerge il volto positivo delle condizioni per l’esercizio
dei ministeri di governo. Qui vorrei sottolineare la
profonda sensibilità umana delle parole di Francesco.
Il ministro pensa che la fatica richiesta dal suo lavoro
lo distolga da Dio, tanto da desiderare di essere dispensato
ed andare in un eremo. Francesco capovolge tutta la
situazione e mostra come la sua obbedienza al Dio vivo
e vero passi attraverso quella realtà quotidiana. La
fatica del ministero è grazia, perché se abbracciata
in obbedienza permette di verificare in prima persona
quel servizio che è signoria, realizzata da Cristo.
La ministerialità di questo compito, poi, si vede, nella
definitiva assenza di pretesa sull’altro e sul suo cambiamento:
Lettera ad un ministro: “Io ti dico come posso, per
ciò che riguarda la tua anima, che quelle cose che ti
impediscono di amare il Signore Iddio, e ogni persona
che ti sarà di ostacolo, siano frati o altri, anche
se ti picchiassero, tutto questo tu devi ritenere per
grazia ricevuta. E così tu devi volere e non diversamente.
E questo ti sia per vera obbedienza del Signore Iddio
e mia, perché io fermamente so che quella è vera obbedienza.
E ama quelli che ti fanno queste cose e non pretendere
da loro altro se non ciò che il Signore ti darà, e in
questo amali, e non volere che diventino cristiani migliori.
E questo sia per te più che stare in un romitorio”.
Questo passaggio veramente
mi sembra l’emblema del ministero fraterno.
In tal modo il ministro stesso percepisce
l’autenticità dello svolgimento del suo compito nella
misura in cui il vivere tale servizio lo mette in un
concreto cammino personale di maggiore conversione ed
immedesimazione con il carisma stesso. Del resto esercitare
un ministero fraterno in una fraternità di minori dovrebbe
avere come esito per il fratello deputato a questo compito
un approfondimento esistenziale della propria identità
carismatica di minore, un attaccamento più convinto
a Cristo e a Francesco, e dunque una passione all’incontro
con ogni persona nella sua situazione reale. Ed è quello
che ci auguriamo tutti vicendevolmente.
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Il
Potere e La Vita Fraterna Cappuccina oggi |
Giuseppe Scarvaglieri,
o.f.m.cap. |
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La vita fraterna, negli istituti religiosi è fondata
sulla relazionalità umana, nelle sue di-verse componenti
costitutive ed esigenze dinamiche significative e caratterizzanti.
Ogni istitu-to religioso le percepisce e le vive concretamente
in base ad aspetti caratteristici del proprio carisma,
oltre che in dipendenza di considerazioni teologiche
e di altre condizioni storiche e culturali. Per questo
nell’ambito della famiglia francescana, il concetto
di fraternità riproduce quanto Francesco ha intuito
idealmente e vissuto concretamente sul piano personale.
Vi rien-trano alcuni tratti ed aspetti rilevanti e fondamentali,
tra cui occupa un posto di rilievo la di-mensione della
minorità In particolare, è importante evidenziare come
Francesco stesso abbia proposto tale caratterizzazione
e come ne abbia evidenziato le sue implicazioni attitudinali
e comportamentali nella vita quotidiana.
Certo nel "Poverello" tale dimensione, nei
suoi meccanismi propriamente psicologici e sociologici,
non era presente in modo esplicito, anzi talvolta restava
solo a livello intuitivo ed inconscio. Per lui si trattava
di un riferimento altamente empatico in rapporto alla
figura di Cristo, e comunque caratterizzato dalla sua
specialissima visione dell’impegno evangelico, per cui,
sebbene non teorizzata, la minorità vi occupa una posizione
altamente teologica in genere e cristologica in particolare.
Infatti, egli sottolinea sempre il riferimento all’esempio
Cristo per giustificarne l’esigenza, ma anche le modalità
concrete di tradurne in pratica le im-plicazioni. Si
potrebbero fare tante citazioni, in cui si constata
quella sua visione ideale, da una parte, e fortemente
concreta, all’altra .
Ciò evidenzia perché la visione della vita fraterna,
vissuta e prospettata da Francesco, rimane ancorata
alla struttura umana, dato che ogni uomo, anche altamente
motivato, costan-temente traduce in atto i suoi progetti
e le sue intuizioni secondo le esigenze antropologiche
fondamentali e le condizioni storiche in cui vive. Infatti,
un grande personaggio, un eroe, un santo, non cessa
di esse uomo, con tutto quello che la sua stessa umanità
comporta sul piano storico e culturale. Ogni “grande
uomo” come direbbe M. Weber, anche se grande innovatore,
e realizzi un movimento anche rivoluzionario, proietta
nel futuro e lo trasforma, rimane figlio del suo tempo,
e della propria cultura, tanto che non si potrà capirla
senza dare uno sguardo al contesto sociale e culturale
immediato e specifico in cui egli si colloca e in cui
si situano esi-stenzialmente i suoi primi compagni o
seguaci .
Ne consegue l’esigenza di prendere coscienza delle caratteristiche
sostanziali e quali-ficanti, e osservare come esse siano
intese e vissute. Tale tentativo esige una rivisitazione
at-tenta e circostanziata di tutte le componenti che
costituiscono il significato genuino del con-cetto di
minorità francescana, dal punto di vista concettuale,
e come vi hanno influenza sul momento esistenziale ed
operativo . A tal fine occorre mettere in evidenza gli
aspetti che la riguardano sia direttamente (concetto
di minorità in se stesso), che indirettamente (aspetti
che si sono collegati). Nel far ciò è importante anche
tener conto della componente metodologica che facilita
il procedimento euristico per una corretta focalizzazione.
In tal modo non solo si raggiunge una maggiore chiarezza
concettuale, ma anche si possono cogliere, in linea
positi-va, le implicazioni operative per passare dall’attuazione
fattuale e implicita ad una realizza-zione cosciente
e progettuale.
Tuttavia potrebbe essere anche utile affrontare il nostro
argomento mettendo in luce le dimensioni ed istanze
contrarie e che ne ostacolano l’attuazione concreta.
In questo senso ap-pare giustificata l’impostazione
delle due relazioni di oggi relative al potere, che
guardano al tema della minorità come in controluce .
Tale proposta contribuisce all’approfondimento con-cettuale
e agevola una comprensione più ampia e completa del
tema, permettendo di osservare i fattori che operano
in senso opposto ed indicando gli ostacoli da superare.
Pertanto risulta funzionale dal punto di vista epistemologico,
interrogarsi sul significato e le implicazioni del concetto
di minorità, ma anche osservare se e come tale visione
possa spiegarsi, e forse a più forte ragione possa essere
corretta, riproponendo le argomentazioni a partire dall’analisi
del suo contrario, cioè il tema del potere, come è stato
richiesto ai relatori di oggi e il suo modo di collocarsi
entro una concezione antropologica corretta ed integrata
.
Pertanto, in questo intervento, dopo aver accennato
ad alcune puntualizzazioni erme-neutiche previe, svilupperemo
il tema del potere nella vita sociale, evidenziando
diversi a-spetti più importanti. Una prima notazione
riguarda l’ottica generale, quella sociologica, che
mette in risalto il potere come condizione della storia
umana dal punto di vista teorico, e co-me problema per
la vita spirituale, nella sua dimensione pratica. Inoltre
attueremo, a comple-tamento della focalizzazione teoretica
del potere di questa mattina, un ulteriore approfondi-mento
attraverso un approccio che possiamo definire partecipante,
considerato il fatto che il relatore è anche un frate,
pur coscienti degli eventuali vantaggi e svantaggi che
vi sono con-nessi. Infine tenteremo un’interpretazione
che si avvale delle teorie generali: della relazionali-tà
umana, del processo di istituzionalizzazione, come una
chiave esplicativa capace di indivi-duare i fattori
che stanno alla base, rispettivamente, della portata
concettuale, della costanza storica e dinamica attuale,
in riferimento alla problematica del potere nelle aggregazioni
anche religiose. Tale impostazione permetterà di scoprirvi
piste ed orientamenti non solo che spie-ghino la situazione
in generale, ma pongano le basi per forme di recupero
dei valori fondanti dell’esperienza della minorità francescana
oggi, ed eventuali esiti e prospettive per il futuro
.
Da tali considerazioni iniziali derivano non solo l’esigenza
di giustificare il nostro in-tervento e il suo taglio
di tipo antropologico e psico-sociologico, ma anche
gli obiettivi che ci si deve proporre in questa analisi
. Infatti, è corretto pensare che le varie scienze debbano
e possano aiutare alla presa di coscienza delle situazioni
e delle problematiche, non solo pura-mente sociali,
ma anche socio-religiose. Specie in questi ultimi anni
si sono sviluppati ap-procci che trasferiscono, anche
in base all’analogia, con grande successo, studi e ricerche
sul piano empirico in rapporto alla vita sociale, che
trovano ampie e significative, ma anche “te-rapeutiche”,
prospettive di applicazione nell’ambito della vita religiosa
.
Conoscere la dinamica sociale quindi comporta capire
meglio ciò che succede non so-lo attorno a noi, ma anche
in noi stessi, come si generano le nostre motivazioni
e come si svolgono i meccanismi sociali del nostro comportamento
. Oggi siamo convinti che quello che accade non può
e non deve avvenire senza la presa di coscienza delle
diverse distinzioni e dei vari meccanismi interni. Non
possiamo precluderci la prospettiva di dominare i processi
psi-cologici che si verificano nel singolo individuo
e nei gruppi, senza la previsione degli itinerari esplicativi
ed esplicitanti che rendono l’uomo, non un soggetto
dominato da forze misteriose, ma un protagonista capace
di dare un senso alle proprie aspirazioni e sensazioni,
anche se queste non si presentino sempre in modo visibile
ed esperibile.
I. PUNTUALIZZAZIONI PREVIE
Prima di affrontare la parte centrale della nostra riflessione
sul tema della minorità, ma visto come allo specchio
in quindi in base alla trattazione della problematica
del potere, è im-portante far risaltare alcune note
previe, che chiariscono il significato e la portata
del nostro approccio. Anteponiamo quindi alcune puntualizzazioni
ermeneutiche che delimitano il focus della nostra presentazione
sui contenuti fondamentali del potere, e ne mettono
in risalto i con-tenuti semantici e le modalità procedurali
. Tali possibilità operative rendono plausibile e at-tendibile
la messa a fuoco dei riferimenti e delle risultanze
che possono illuminarne meglio la natura e l’incidenza
nella vita degli uomini. In particolar modo vogliamo
fare riferimento alle dinamiche proprie delle relazioni
sociali sia interpersonali sia collettive, sia tra un
singolo e il gruppo che del gruppo in rapporto al singolo.
A. ESIGENZE ERMENEUTICHE
A riguardo della problematica circa la minorità nella
vita religiosa in genere e nella versione francescana
in particolare, è centrale l’approccio che riguarda
gli aspetti evangelici e carismatici e più generalmente
parlando teologici ed ecclesiologici. Come le trattazioni
preli-minari anticipano si passa: dalla riflessione
biblico-teologica, all’analisi storico-carismatica,
dall’indagine giuridica alla dilucidazione pratica,
come premesse per un’impostazione ampia e documentata.
La presente riflessione s’inquadra nell’ambito delle
scienze sociali ritagliando per sé un certo spazio per
proporre un suo approccio valido e positivo. Vi si coglie
il nucleo centrale del problema della minorità, percepito
dal punto di vista del potere, mettendo l’accento sulla
dimensione antropologica e sociologica, pur sapendo
che nel contesto della vi-ta religiosa questo approccio
deve fare i conti con gli altri aspetti, trattati dalle
altre scienze già sopra citate .
La prospettiva sociologica non va considerata frutto
di una moda o comunque un fatto marginale e pleonastico,
ma un approccio interdisciplinare necessario, per osservare,
capire, spiegare la visione concettuale e pratica della
vita fraterna in minorità, vissuta da Francesco e, dopo
di lui, dalla famiglia francescana. Anzi la testimonianza
di tale concezione non sarebbe neanche possibile, se
non si tiene conto della necessaria mediazione psico-dinamica,
che le scienze del comportamento attuano a riguardo
di tutte le realtà, anche quelle radicate o deri-vanti
da fattori immediatamente extra psicologici e sociologici.
Tale prospettiva pertanto ser-ve da pista per la nostra
impostazione che tenta di sviluppare il proprio approccio
inquadran-dosi sulle esigenze di dare un contributo
all’esposizione globale come preparazione teorica al-la
riflessione pratica.
Necessità dell’approccio. A tal fine diventa necessario
l’uso del metodo della ricerca sociologica e psicologica,
attraverso cui si raccolgono e si interpretano le risultanze
che le os-servazioni possono offrire. L’apporto sociologico,
quindi, va considerato come l’aspetto com-plementare
di una riflessione più ampia e completa che risulta
composta di elementi di natura teologica, in generale,
e teologica spirituale in particolare, ma anche di componenti
di indole antropologica in riferimento non solo ai valori,
ma anche ai comportamenti effettivi. Tale fat-to peraltro
non comporta una “naturalizzazione” della vita spirituale,
ma si configura come condizione storicamente corretta
e antropologicamente plausibile, di trascrivere, in
termini esperienziali e vissuti, gli atteggiamenti e
i comportamenti dell’esperienza religiosa, aggiun-gendovi
quella che possiamo chiamare il “know how” attitudinale
e comportamentale per rendere leggibile e decodificabile
la testimonianza .
Inquadramento multidisciplinare. L’approccio sociologico
peraltro non si configura solo come un dato marginale
o accessorio o successivo, ma va considerato connaturale
e con-geniale alla realtà individuale e sociale vissuta
nei diversi contesti storici e culturali. Pertanto non
solo come esigenza di interdisciplinarietà, ma, ancor
più, come esigenza concettualmente insostituibile e
funzionalmente chiarificatrice . Oggi peraltro appare
importante esplicitare i meccanismi sottesi della nostra
psiche ai fenomeni spirituali, da cui emerge l’esigenza
di e-splicitazione che comporta il passaggio dall’implicito
all’esplicito, dal subconscio al coscien-te. L’approccio
antropologico anche alle manifestazioni storiche e socioculturali
della vita spirituale dell’uomo, appare indispensabile,
in quanto evita il rischio di considerare tale com-ponente,
come al di fuori delle coordinate spazio-temporali,
quasi fosse a-storica e a-culturale.
Taglio comprendente. Come già accennato, tale prospettiva
di osservazione deriva dal fatto che il relatore è un
frate, che attua un suo approccio, quasi fosse un’osservazione
parte-cipante e comprendente, ovviamente con i vantaggi
e limiti che tale metodo comporta. Dall’interno, infatti,
si potrebbe essere tentati di sminuire l’oggettività
di certi dati, per il fatto che il relatore, condividendo
i valori del gruppo studiato, li potrebbe osservare
senza il suffi-ciente distacco o neutralità metodologica.
Tuttavia c’è il vantaggio che si possono cogliere circostanze
di cui altri, dall’esterno, forse non intuiscono neppure
l’esistenza .
Focalizzazione microsociologica. Inoltre per non ripetere
la stessa impostazione di questa mattina, il presente
apporto si caratterizza come approccio microsociologico.
Per que-sto è importante anche sottolineare l’altra
considerazione e cioè che il presente approccio ri-guarda
gli ambiti che possiamo considerare interni alla problematica
del potere. Si vuole os-servare come essa incide sulla
vita dei membri delle aggregazioni sociali, anche religiose,
che sul piano locale si configurano come piccoli gruppi.
Studiare gli aspetti interni della dinamica del potere
porta a sottolineare come tale problematica è collegata
intrinsecamente a problemi particolari, attinge settori
specifici e influisce su ambiti circoscritti .
Supporto teorico di base. In particolare nella nostra
esposizione vogliamo privilegiare l’esposizione che
mette in evidenza alcune implicazioni teoriche particolari
derivanti dalla te-oria sociologica sul potere che fanno
riferimento: a) alla teoria della relazione sociale
che ca-ratterizza costantemente la vita dei gruppi e
delle organizzazioni di cui analizza i vari aspetti,
momenti, circostanze vissute dai protagonisti nei rapporti
interni e reciproci sia nella direzio-ne verticale sia
in quella orizzontale ; b) alla teoria dell’istituzionalizzazione
che riguarda la dinamica evolutiva di ogni aggregazione
sociale, che, dopo essere nata da istanze carismati-che,
sperimenta una peculiare modalità di sviluppo nel tempo
e nello spazio che corrisponde al processo d’istituzionalizzazione
con le implicazioni relative ai rapporti sociali .
B. DELIMITAZIONI CONTENUTISTICHE
In rapporto al contenuto un primo cenno va fatto alle
molteplici ricerche esegetico-storiche che su questo
argomento sono state attuate, specialmente nel periodo
del post-concilio, anche se in realtà, tanti autori
sottolineano che sia sempre esistita una certa trascura-tezza
a tale riguardo. Ciò sembra intendere anche il P. Lazaro
Iriarte quando afferma che i fi-gli di Francesco hanno
insistito costantemente sulla povertà, ma hanno facilmente
dimenticato la “minorità” . Tale carenza spiega perché,
su questa materia l’Ordine lungo la sua storia, si è
facilmente conformato alle istanze provenienti dalla
società circostante, sia civile sia ecclesia-le, e ne
ha ripreso le impostazioni logiche e pratiche circa
il potere con i relativi schemi com-portamentali sia
verticali sia orizzontali.
Ovviamente diamo per scontato il concetto della minorità,
come atteggiamento interio-re e comportamento esterno.
Esso ha la sua radice profonda, come già detto, nella
Kenosi di Cristo e nell’intuizione empatica dell’imitazione
di Cristo che Francesco si pone come obiet-tivo della
sua scelta di vita. Di tale visione oltre al radicamento
cristologico, sono molto rile-vanti: le implicazioni
psico-dinamiche e le condotte specifiche, che riguardino:
la concezione di sé e la visione di Dio, le condizioni
delle abitazioni, e l’utilizzo delle cose e dei simboli,
come anche lo stile di vita, le scelte relazionali semplici
ed umili verso tutti, sia verso i poten-ti, sia verso
i poveri e i deboli .
In rapporto ai contenuti hanno particolare importanza
le delimitazioni concettuali, che per correttezza espositiva,
è meglio prospettare sotto forma di ipotesi. Questa
impostazione parte dalla funzione che le ipotesi hanno
nella guida del lavoro scientifico e sostengono il mo-do
di osservare e di leggere i dati che l’osservazione
pone a nostra disposizione. La formula-zione delle ipotesi,
come è consueto fare nel contesto dello studio scientifico,
serve a vedere se e come una data impostazione, risponda
ad un procedimento empirico valido e, nello stesso tempo,
offra la prospettiva di proporre un’interpretazione
più ampia ed esplicita del problema che sta studiando.
Una prima enunciazione propone un assunto euristico
di partenza che si può esprimere in questi termini:
la visione teorica e la traduzione in pratica delle
implicazioni delle minorità nell’Ordine, oggi, sono
piuttosto ridotte e molto marginali, mentre prevalgono
quelle basate sul potere nelle sue varie forme dirette
o indirette, reali o simboliche . È nostro intento,
quin-di, sottolineare in questa riflessione che la fraternità
francescana oggi non è abbastanza carat-terizzata dalla
minorità. Ne è testimonianza il fatto stesso che il
capitolo precedente abbia sen-tito il bisogno di proporre
questa tematica alla riflessione del CPO, come occasione
ed oppor-tunità di approfondirne la situazione, di coglierne
i presupposti biblici, teologici e carismatici, osservarne
meglio la fenomenologia delle manifestazioni del potere,
ricercarne la spiegazione, in base ai fattori che vi
hanno incidenza .
Un secondo assunto di partenza può essere formulato
nel seguente modo: nonostante le apparenze vadano in
senso contrario, tuttavia la minorità non può essere
considerata con-tro la visione antropologica e sociologica
della natura umana. La minorità, infatti, non solo richiama
la kenosi di Cristo, riproposta da Francesco come minorità,
ma riproduce la sostanza del mistero centrale dell’incarnazione,
cioè dell’incarnazione del Figlio di Dio. Tale fatto
in-duce a non considerare come valida ed esclusiva l’ottica
che prescinde dalla componente reli-giosa e soprannaturale,
e che si configura come integrale . Il principio dell’incarnazione,
per-tanto, suggerisce l’esigenza di completamento e
di integrazione della stessa concezione antro-pologica
e sociologica, lasciando aperta la prospettiva ad integrazioni
possibili che riescano a spiegare anche il complesso
dei fenomeni che storicamente si riscontrano nella storia
umana.
Tale prospettiva può concretizzarsi attraverso la combinazione
delle manifestazioni at-tuate sul piano dell’antropologia
culturale, e suggerite da particolari motivazioni rientranti
nell’antropologia teologica. Ciò rimanda ad una concezione
della stessa antropologia culturale che non escluda
la coalescenza delle manifestazioni socioculturali con
la presenza di motiva-zioni che sono di “natura” diversa,
cioè spirituale o, comunque, derivanti da una particolare
visione teologica. In questo senso lo spirito della
minorità, che combina manifestazioni del piano culturale,
con motivazioni derivanti da quello spirituale ma mediate,
dal punto di vista psico-dinamico, dalla struttura psicologica
dell’uomo, non è contro l’antropologia, ma ne pro-pone
una visione o concezione più completa ed integrale .
II. IL POTERE COME CONDIZIONE E COME PROBLEMA
In questo contesto, pur non volendo ripetere le considerazioni
circa il potere svolte questa mattina, non si può non
evidenziare l’universalità e la perennità del fenomeno
del pote-re nella storia umana, nella sua pervasività
e capacità di permeazione di tutte le condizioni, aspetti,
situazioni e strutture della vita umana, e neppure della
debolezza e prospettiva di cor-ruzione del potere. Esso
può essere considerato sia come una condizione ineliminabile
della vita sociale, ma nello stesso tempo costituisce
un grave e costante problema per la vita spiri-tuale.
Pertanto non basta prenderne atto e rassegnarvisi, ma
occorre prendere coscienza e stu-diarne la natura, gli
attributi, le circostanze e gli ambiti in cui esso manifesta
la sua incidenza. Inoltre esso costituisce una sfida
che occorre affrontare, come già detto, da tutte le
angolature possibili, per vedere come esso si oppone
alla minorità e ne ostacola l’interiorizzazione .
Tutti gli autori, infatti, che hanno studiato questo
argomento hanno messo in evidenza tali aspetti. In particolare
sono richiamate certe istanze moraleggianti di A. Comte,
e di E. Durckheim degli inizi dell’analisi sociologica,
ma anche le esigenze di controllo proposte da V. Pareto
e di M. Weber, e di altri analisti più recenti . Per
tale ragione B. Russell chiude il suo famoso saggio
sul “potere” con due capitoli significativi: uno dedicato
all’“etica del pote-re”, e l’altro al “potere domato”.
Del resto se la definizione più appropriata della tendenza
al potere è quella di chiamarlo “istinto”, è logico
che la prospettiva sarà quella di non rinunciare al
potere, ma di sottoporlo ad autocontrollo, per potenziare
la prospettiva positiva dell’uso del potere, alla ricerca
di occasioni, di tecniche e di opportunità che possano
aiutare di arrivare ad una “regolazione del potere”
.
È opportuno quindi chiarire alcuni parametri della teoria
del potere che vi fanno rife-rimento, sottolineando
che tale problematica non si verifica solo a livello
di grandi sistemi e sul piano macroscopico, ma hanno
riferimento anche al piano microsociale della vita interna
di una aggregazione umana, come una fraternità. In tale
contesto non può mancare una parti-colare attenzione
alla fenomenologia concreta ed attuale del potere dal
punto di vista sociolo-gico . Per questo vogliamo centrare
la nostra attenzione sui vari ambiti, situazioni, aspetti
più minuti e quotidiani, forme di manifestazioni del
potere sul piano sia interno. Di essi vogliamo osservare
i meccanismi della dinamica "interazionale"
esperiti dall’Ordine nel suo complesso e nelle sue articolazioni
zonali e locali. Inoltre vogliamo sottolineare i livelli
di applicazione e le direzioni di movimento, le motivazioni
consce ed inconsce del singolo che incidono e carat-terizzano
la fenomenologia del potere
.
A. I PARAMETRI DELLE MANIFESTAZIONI DI POTERE
La riflessione sul potere è tanto ampia che abbraccia
tutti i tratti della vita sociale: a-spetti fisici,
psichici, morali, tecnici, politici, economici. In tutti
questi aspetti, che corrispon-dono a caratteristiche
della persona, si presentano ambiti di uso di potere
verso gli altri siano essi soggetti personali o, se
vogliamo anche non personali (la natura animale, vegetale,
cosmi-ca). Ciò non toglie che vadano ripresi alcuni
concetti significativi per dare corpo e consistenza
a questa ulteriore applicazione della problematica alla
nostra vita.
a. Le componenti del potere
Le condizioni o le componenti che caratterizzano e realizzano
le manifestazioni del potere fanno riferimento a diversi
tratti relazionali che vanno meglio individuati in quanto
co-stituiscono gli attributi di coloro che esercitano
il potere. Tra essi più rilevanti ed importanti vanno
considerati: intenzionalità, efficacia, asimmetria .
L’intenzionalità può essere esplicita (o speranza) o
implicita (desiderio), ma è sempre legata alla spinta
verso la conquista di un bene personale, come direbbe
T. Hobbes, o comun-que alla produzione di effetti voluti
dall’agente su altri, come preferisce affermare B. Russell.
In ogni caso essa deriva dalla coscienza di sé, del
riconoscimento degli e della legittimità og-gettiva
e razionale che compongono il concetto stesso di relazione.
Essa inoltre si avvale della posizione sociale del singolo
o del suo gruppo (categorie, classe, ccc.), della struttura
sociale che gli permette o facilità o comunque tollera
tali manifestazioni .
L’efficacia richiama alla mente l’esperienza di potere
che l’operatore percepisce nel contesto della propria
vita che comporta la capacità di partenza del soggetto
(presupposti di status), e potere come utilizzo concreto
delle risorse che l’agente ha a disposizione. Di tali
due modalità: il primo inerisce alla categoria (status)
di membro di un istituto antico, numeroso, prestigioso,
sia in base al principio dell’eredità, sia in conseguenza
del principio dell’acquisizione personale; il secondo
invece fa riferimento alla quantità di risorse di vario
genere e prevalentemente morali, culturali, spirituali,
ma anche sacrali che permettono o fan-no arrivare, più
in là delle persone che ne sono sprovviste .
Infine l’asimmetria mette l’accento sul fatto che, a
parità di condizioni un dato sogget-to sente di poter
dominare sull’altro o di aggredirlo o soggiogarlo o
comunque di difendersi. Non per nulla autori come Wright
Mills o P. Blau, sono del parere che se tale componente
non fosse presente non ci sarebbe prospettiva di relazione
sovraordinata e quindi di potere. Essa pertanto può
prendere configurazioni categoriali e personali in base
alle contrapposizioni clas-siche o moderne: chierico-laico,
dotto-ignorante, sacerdote-fratello, settentrionale-meridionale,
primomondista-terzomondista, ecc.
Per questo il nostro argomento riguarda non solo il
senso verticale e il modo secondo cui si realizzino
processi di dominanza, ma anche in senso orizzontale,
quando si verifica una relazionalità che rende difficili
i rapporti fraterni e paritetici, frapponendo costantemente
l’amor proprio e l’interesse personale. In alcuni casi
addirittura si prospettano situazioni in cui anche le
impostazioni più altruistiche e filantropiche, sembrano
orientate a raggiungere non tanto il beneficio degli
altri, quanto piuttosto a mettere in evidenza cosa il
soggetto vuole rag-giungere, anche a scapito di quello
che, espressamente, si afferma.
b. Gli attributi del potere
Un altro ambito di riflessione riguarda quelli che sono
chiamati gli attributi del potere che fanno riferimento
alle modalità e circostanze dell’esercizio della dominanza
nei confronti degli altri, come sono proposti da alcuni
autori .
Un primo attributo va visto nel concetto di estensione
temporale, nel senso che l’esercizio si allunga nel
tempo, per cui si possono costatare manifestazioni che
si ripetono più volte, da un minimo di due volte ad
un massimo di una sorta di continuità nel tempo per
cui il soggetto si configura come padrone rispetto ad
uno schiavo, cioè dominato completamente. Questa configurazione
del potere tuttavia fa riferimento sia al potere considerato
come un mezzo per raggiungere altri fini, sia considerato
come fine e cioè voluto e fatto oggetto di un proprio
intento di perseguimento in quanto tale .
Ma è importante osservare anche la capienza concettuale
rispetto ai contenuti, nel sen-so che il potere riguarda
più aspetti sui quali si esplica. Infatti, anche a questo
riguardo occor-re fare riferimento al fatto che un soggetto
può avere un numero maggiore o minore di ambiti in cui
esercita le sue prerogative. Ciò si può riscontrare
sia nella forma di potere desiderato sia in quella di
potere goduto. In ogni caso si usufruisce di una situazione
“ereditata”, “acqui-stata” dagli altri, o “mantenuta”
dalle nostre strutture o comunque è ribadita dai simboli
esi-stenti ed anche appositamente creati .
Infine occorre fare riferimento al concetto di intensità
energetica che l’operatore può mettere in atto. Infatti,
si può trattare di autorità o signoria che potrebbe
esprimersi come co-ercizione in vari gradi. Ci si può
trovare di fronte all’uso della forza più o meno bruta
sia fisi-ca sia psicologica, o di fronte ad un atto
di imperio, o ad una costrizione totale, in cui scompa-re
ogni minimo accenno alla libertà soggettiva in chi deve
subire il predominio degli altri. Il grado più blando
comincia dalla manipolazione del consenso, fino ad un
semplice parere o di un consiglio tecnico, morale, spirituale,
sacramentale, ecc.) .
L’approfondimento, o meglio ancora, l’applicazione di
tali distinzioni rappresentano una grande gamma di situazioni
e caratteristiche relative all’esercizio del potere.
Nel nostro contesto inoltre possiamo vedere come da
tali tratti e da tali attributi del potere possono deri-vare
le manifestazioni concrete. Tutto questo caratterizza
la vita sociale, i cui meccanismi si proiettano nella
vita di gruppo anche religioso, che ne riproduce i modelli
prevalenti.
B. LA FENOMENOLOGIA DEL POTERE
Un’esposizione sistematica delle esemplificazioni fenomenologiche
può configurarsi come un elenco lungo e noioso, in quanto
sono tanti i luoghi comuni, facili, visibili, e forse
anche staccati da una comprensione che inquadri le manifestazioni
stesse nella loro interezza fattuale. Non si tratta
di raccontare degli aneddoti, ma di costatarne l’inquadramento
articolato e valido dal punto di vista scientifico.
Questo tuttavia non deve distogliere da una qualche
rivi-sitazione del complesso dei fenomeni, ma deve indurre
ad attuare tale incombenza in modo più attento ed oculato
ed evitando i luoghi comuni e gli esempi banali, ma
soprattutto inqua-drandolo in modo significativo e valido
dal punto di vista dottrinale ed esplicativo. In altre
pa-role, tale tentativo necessita di un quadro di riferimento
adeguato e valido dal punto di vista scientifico che
presuppone una proporzionata documentazione e una sua
articolazione plausi-bile e metodologicamente sicura,
relativa ai vari periodi storici .
Anche un piccolo elenco di situazione che vorremmo presentare,
presuppone che vada sottolineata la distinzione tra
aspetto oggettivo e soggettivo delle singole manifestazioni,
evi-denziando che, in realtà, non tutto quello che appare
contro lo spirito della minorità dal punto di vista
oggettivo sia sempre tale dal punto di vista dell’attore.
Va posta attenzione alle situa-zioni in cui le stesse
intenzioni manifeste, non sempre sono effettivamente
rispondenti a quelle profonde degli operatori, e che
non ci possa essere una sorta di ipocrisia negli operatori
a far apparire il loro comportamento come genuino, mentre
potrebbe sottendere altre intenzioni di-scutibili .
Lo stesso si può dire a riguardo dell’esigenza di distinguere
le diverse manifestazioni in base all’ambiente culturale
e storico. Infatti, ogni contesto, distinto per area
o per periodo storico, usa certi suoi criteri soggettivi
nella valutazione dei comportamenti, diversi da una
cultura all’altra. Essi possono rendere gli stessi atti
variamente giudicati e quindi apprezzati o criticati.
Quello che può apparire negativo in un dato ambiente
storico o culturale, potrebbe non esserlo in altre situazioni
o circostanze .
Un'altra osservazione consiste nel proporre esempi categoriali
e non individuali. In al-tre parole vogliamo cogliere
settori più ampi e significativi delle manifestazioni
e non tanto un puro elenco casuale ed arbitrario. In
questo senso non occorre fare riferimento ai limiti
perso-nali, ma sottolineare piuttosto lo stile di vita
di un dato gruppo che può essere inficiato dalla volontà
di potenza, per il fatto che questo riguarda una considerazione
più ampia quanto agli aspetti, e più continua quanto
alla durata nel tempo .
Per tali ragioni ci sembra più opportuno muoverci entro
l’ambito dell’impostazione proposta da Max Weber per
spiegare l’origine del potere. Essa mette in evidenza
tre ambiti particolari: il sacrale, come complesso di
proposte entro la dimensione religiosa e carismatica,
il tradizionale, come riferimento a comportamenti rientranti
nel sistema culturale corrente tra-smesso dal passato,
il razionale e il moderno, come inquadramento del proprio
comportamen-to nel contesto della corrispondenza tra
mezzi e fini .
a. La strumentalizzazione sacrale
Nel contesto della vita dei membri di un ordine religioso
capita frequentemente che i frati siano considerati
come rappresentanti del “potere” entro un contesto in
cui la dimensione religiosa appare importante e molto
sentita. Per il fatto che la loro vita sostanzialmente
risulta improntata e caratterizzata dalla pietà, essi
sono gratificati di vantaggi personali nella scala so-ciale,
nella manifestazione di forme di rispetto. Inoltre la
gente spesso è portata a delegare ad essi ruoli e funzioni
che reputa importanti, talvolta anche in modo autolesionista,
per incapaci-tà o anche per semplice tendenza al disimpegno
personale. Pertanto attribuisce preminenza a coloro
che di tale aspetto religioso fanno professione pubblica
.
Tale ambito potrebbe essere legato al tema della ordinazione
sacerdotale o comunque nell’ottica della sacralità delle
funzioni. I frati (sacerdoti o anche non sacerdoti),
appaiono co-me i tramiti tra la gente e la Divinità.
Questo rappresenta una serie di occasioni per cui si
o-stenta un “potere di ministerialità”, in cui la stessa
parola più che richiamare il servizio mette in evidenza
una collocazione della gerarchizzazione o stratificazione
socio-religiosa . In tale ambito risulta fonte di potere
tutta la serie di prestazioni sacerdotali o sacrali,
come punto di unione del popolo nei confronti con Dio.
In altre parole più o meno consciamente ci si colloca
nella prospettiva verticale rispetto a fedeli .
Un altro campo, che non sempre costa particolarmente
ai frati, per cui ne conseguono, a buon prezzo, credito,
prestigio e rispettabilità sociale nel proprio contesto,
è quello della for-za dell’ereditarietà. Questo in concreto
dà adito a forme di superbia spirituale che richiama
quella che già notava Francesco in una delle sue ammonizioni,
dove evidenzia una certa ten-denza di certi frati a
sentirsi grandi o importanti per i meriti e la grandezza
degli altri di cui raccontano le gesta, e potenziando
l’alone di grandezza che ne deriva a chi se ne dichiara
col-legato e/o discepolo, confratello o discendente
.
Infine si può fare riferimento alle situazioni in cui
l’uno o l’altro aspetto della vita quo-tidiana, che
pur potrebbe avere una sua autosufficienza, nel quadro
dell’autonomia del tempo-rale, è mantenuto in una posizione
di sottomissione sacrale . Questo talvolta può configurasi
come una sorta di strumentalizzazione della stessa religione,
di cui si convogliano le beneme-renze verso l’acquisto
di facilitazioni particolari o di gratificazione di
interessi personali di na-tura economica e monetaria,
o di piccoli vantaggi come: reverenza, precedenza, esenzioni,
di-spense di obblighi civili, ecc. . Esempi di questa
categoria sono frequenti all’interno di rela-zioni e
funzioni sul piano tecnico professionale specie nei
contesti agricoli. In altre parole tale prospettiva
potrebbe porsi in contrasto con l’ottica paolina dell’annunzio
del Crocifisso, senza gli accorgimenti della sapienza
umana .
b. Il protagonismo tradizionale
L’altra fonte di potere è quella basata sulla tradizione.
In essa le manifestazioni posso-no riguardare il “potere
di continuità”, secondo cui la religione in genere e
i frati in particolare, rappresentano il collegamento
con il passato con una situazione nostalgicamente arcaica.
In questo senso un dato ordine religioso, ma specialmente
gli ordini antichi come quello france-scano, sembrano
valutati come garanzia di continuità, come una risposta
ad esigenze di rassi-curazione contro la complessità
e il trambusto della vita attuale. In loro si ricerca
un supera-mento degli effetti negativi dei cambiamenti
e delle trasformazioni in quanto appaiono come fattori
di precarietà, evidenziano l’assenza di radici profonde
e durature, spezzano quei legami con quanto di buono
o di valido e talvolta anche di romantico, la tradizione
prospetta .
Inoltre va sottolineato quello che potrebbe essere denominato
“potere di culturalità”. Esso può esprimersi come collocazione
sociale prestigiosa, che apre la prospettiva ad un’incidenza
di carattere culturale, operatori di cultura e produttori
di usi e costumi sociali. I singoli religiosi, ma anche
le aggregazioni religiose come gli istituti, sono accreditati
di una valenza culturale per cui possono influenzare
e condizionare i comportamenti degli altri, non solo
nell’ambito religioso, ma anche in quello socio-politico,
economico, ecc. Si osserva una sorta di sovraordinamento
istituzionale, funzionale ad un accumulo non solo di
prestigio ma anche di ricchezza e di potere sociale
.
Si può fare anche riferimento al “potere di apparato”,
in quanto in rapporto al mondo esterno o ambiente circostante,
i frati mostrano la forza di risolvere un’ampia gamma
di pro-blemi e situazioni di vario tipo e di diversa
natura. Tale forma di potere si esprime come mol-teplicità
di case, voluminosità delle medesime, vastità di collegamenti
distribuiti nel territorio, quasi a rete, disponibilità
di alternative molteplici. In ciò confluisce anche un
riferimento alla potenza del gruppo sia come complesso
di soggetti, ma anche come qualità dei soggetti, il
po-tere del gruppo, infatti, non dipende solo dal numero,
ma anche dalla posizione strategica che nella società
i soggetti vengono ad avere .
Infine si può notare quello che potrebbe essere definito
il “potere di visibilità”. Tale concetto evidenzia il
fatto che spesso i frati operano con modalità o stili
operativi che creano opinione pubblica, producono correnti
di pressione . In questi casi spesso i frati si allineano
con quelli del proprio ambiente circostante, anche se
sono di tipo mondano. In altre parole, an-che le scelte
e i comportamenti dei frati riproducono aspirazioni
e processi propri del mondo di oggi con le sue tensioni
e preoccupazioni centripete ed individualistiche. Ne
consegue che spesso prospettano una visione del mondo,
dell’uomo e della storia, che, come si suol dire, fa
a calci con la prospettiva evangelica e francescana.
c. Le tentazioni della modernità
Questo terzo ambito riguardo aspetti perenni, ma che
si configurano come modelli al passo con i tempi nelle
varie circostanze, e quindi funzionali anche che nel
contesto della vita moderna. Vi rientra innanzi tutto
il livello della preparazione intellettuale umanistica
e scienti-fica, che sebbene oggi sia indispensabile,
spesso genera un cambiamento di status sociale dei frati.
Tale situazione diventa fonte di potere non solo sul
popolo, ma anche sulla classe intel-lettuale e sviluppa
nuove forme di preferenza relazionale, che porta lontano
dalla “popolarità” della nostra presenza, e ci fa diventare
amici della classe media, se non addirittura dei potenti,
per cui se ne condividono anche le tendenze e le posizioni
di potere .
Un’altra fonte riguarda l’accesso alla tecnologia avanzata
e all’abbondanza di risorse. Questa forma di potere
si realizza sul piano della ricchezza, ma anche della
disponibilità di strumenti e mezzi, propriamente popolari.
Essi si configurano come simboli di potenza, spe-cialmente
quando, come spesso accade, essi non sono considerati
come semplici strumenti, per il proprio compito promozionale
o ministeriale, ma piuttosto come status symbol . Ovviamen-te
rientrano in questa fattispecie quando tali risorse,
oltre ad essere riferibili all’uso della tec-nologia
moderna dei mass-media, dell’informatica, e all’accesso
alle fonti di informazione, sono utilizzate come strumenti
di una preminenza personale.
Non si può dimenticare l’accesso alle fonti d’informazione,
come forma strategica e talvolta principe della modernità,
ma anche del prestigio. In questo contesto i frati si
allineano con le istanze particolarmente valorizzate
oggi, in quanto tale possibilità li colloca nella condi-zione
di gestione dei flussi informativi e di quindi formazione
dell’opinione pubblica, pertanto a complemento di quanto
appena detto, i frati non solo possono esserne dei destinatari
privile-giati, anche operatori attivi e più o meno efficaci
.
Un ulteriore aspetto riguarda l’accesso alla conoscenza
che riguarda la concezione del lavoro e l’uso del tempo
libero I frati si trovano spesso in sorta di mobilità
culturale, che li fa rientrare in una visione mondiale
globalizzata di cui si godono i benefici senza pagarne
i co-sti.. In questo contesto va fatto riferimento anche
alla necessità di impegnarsi sul lavoro, con-siderato
più come un hobby che come un vero impegno forte e pesante
e rientrante in una vi-sione teologica del lavoro. Essi
inoltre possono in certo senso gestire se stessi, i
propri talenti e le proprie preferenze culturali, attraverso
l’accesso ai confort disseminati nello spazio, che normalmente
la gente del popolo non riesce a conseguire .
III. UN TENTATIVO DI SPIEGAZIONE
Il complesso di tali manifestazioni mette in evidenza
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