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Ordine di fratelli

 
RELAZIONE DEL GRUPPO DI LAVORO
SULLA IDENTITÀ FRANCESCANA DEL NOSTRO ORDINE

(Annessa alla Relazione del Ministro Generale per il Capitolo 2000)
 

Questa breve relazione vuole essere un riassunto retrospettivo e un aggiornamento, anche per ciò che riguarda il sessennio che si conclude, sulla nostra identità francescana e la sua incidenza nella storia attuale e recente del nostro Ordine.

I. Alcuni dati rilevanti

1. Risposta a una grande sfida della Chiesa

1.1 La storia attuale e recente del nostro Ordine ha un capitolo davvero fondamentale: quello dell’impegno che abbiamo preso, ovunque e a tutti i livelli, per obbedire al richiamo della Chiesa a proposito dell’adeguato rinnovamento della vita religiosa. Riflettendo però sui principi conciliari del rinnovamento e adattamento degli istituti religiosi, non c’è dubbio che il nostro Ordine si è soffermato di più, deliberatamente, nell’approfondire e tradurre in atto le intuizioni e le intenzioni evangeliche di san Francesco come Fondatore, punto focale ispiratore del progetto e della sana tradizione dei Cappuccini.

1.2 Alla luce di numerose ricerche, riflessioni ed esperienze, siamo riusciti ad individuare nei sostantivi fratello e Fraternità il nucleo evangelico specifico della forma di vita che l’Altissimo rivelò a san Francesco e, di conseguenza, a individuarci nettamente - senza assumere nessuna qualificazione “clericale” o “laicale” - come un Ordine di fratelli (Cost. 83, 5s.; 115, 6); cioè un Ordine in cui tutti i suoi membri, a motivo della stessa vocazione religiosa, sono uguali e chiamati a realizzarsi, senza distinzione, secondo la legge evangelica della carità in chiave fraterna: “voi siete tutti fratelli” (Mt 23, 8; Rnb 22, 35). In questo senso san Francesco aveva capito molto bene, intuitivamente, la realtà teologica primordiale dello stato religioso: qualcosa che “non è, per se stesso, né clericale né laicale” (can. 588, 1).

1.3 In funzione di questa dimensione evangelica di base, il carisma francescano acquista la sua specificità e il suo valore concreto e pluriforme nelle diverse connotazioni spirituali, lavorative, apostoliche, legislative e istituzionali dei fratelli e delle Fraternità. Il principio della priorità della nostra vita fraterna evangelica ci porta a fare scelte radicali secondo “la vita del vangelo di Gesù Cristo” (Rnb, Prologo) vissuto da san Francesco nelle sue dimensioni di preghiera, minorità, povertà, penitenza, inserimento nel popolo, testimonianza e servizio, opzione per la pace, la giustizia e il rispetto alla natura, ecc. (Cfr. IV CPO, 36ss; V CPO). Ma, soprattutto, la fraternità evangelica deve essere il criterio-guida del nostro processo formativo come francescani (che abbraccia tutto l’arco della vita di ognuno) e della nostra missione al servizio della Chiesa e del mondo. “La testimonianza profetica della fraternità vissuta è al centro della nostra evangelizzazione” (V CPO, 21). “Il primo apostolato del frate minore è vivere nel mondo [fedele alla sfida del proprio nome] la vita evangelica nella verità, nella semplicità e nella letizia” (Cost.145, 2).

1.4 Vale la pena ricordare, a questo proposito, due affermazioni molto significative del magistero di Giovanni Paolo II, che rispecchiano la sensibilità autorevole della Chiesa, oggi, nei nostri confronti, in perfetta coerenza con le linee maestre dell’impostazione che abbiamo dato al nostro rinnovamento come cappuccini.

  • In occasione del Capitolo generale del 1982, il Papa ci diceva: “La vostra ispirazione primitiva voi l’avete riscoperta riflettendo, con una sensibilità nuova, sul nome stesso ricevuto in eredità dal vostro padre san Francesco, e cioè: Frati Minori. In tale nome, infatti, il Santo ha racchiuso ciò che gli stava maggiormente a cuore del Vangelo: la fraternità e la minorità, l’amarsi come fratelli e lo scegliere per sé l’ultimo posto, sull’esempio di Cristo che non venne “per essere servito, ma per servire” (Mt 20, 28). In ciò è dato vedere come il ritorno alle fonti sia, spesso, la via migliore anche ai fini dell’adattamento alle attese e ai segni dei tempi” (5 luglio 1982).
  • Nel Capitolo Generale del 1988 il Papa ci ha detto ancora: “L’identità tipica del cappuccino sta nel primato della vita evangelica fraterna, vivificata da una forte esperienza contemplativa, vissuta in radicale povertà, austerità, semplicità, lieta penitenza, e nella piena disponibilità al servizio di tutti gli uomini” (12 luglio 1988). Un precedente immediato di questa ultima affermazione pontificia si trova nel Rescritto della Congregazione per i Religiosi e gli Istituti Secolari, del 25 dicembre 1986, mediante il quale sono state approvate le nostre Costituzioni. In questo Rescritto viene definita ufficialmente la nostra fisionomia di cappuccini come religiosi che, anzitutto, “si impegnano a vivere la forma della fraternità evangelica, sorretti principalmente dallo spirito di orazione”.

1.5 Da questa identità francescana del nostro Ordine derivano anche importanti conseguenze di indole giuridica, nel campo, per così dire, strutturale o istituzionale; conseguenze o applicazioni pratiche previste già, con la massima lucidità e semplicità, da san Francesco. Dagli scritti e dalla prassi di san Francesco risulta che fu sua intenzione dar vita ad una fraternità evangelica che accomunasse tutti i membri in un’unica famiglia, fossero chierici o laici, fra l’altro, senza alcuna discriminazione - di per sé - anche nell’accesso alle cariche di superiori. Basta pensare, per esempio, alla concreta ed esplicita previsione di san Francesco, inserita nella sua Regola, “confermata con l’autorità apostolica” dal Papa Onorio III il 29 novembre 1223, e già “approvata dal suo predecessore papa Innocenzo III”, sulla normale eventualità di fratelli ministri provinciali non sacerdoti: “I ministri poi, se sono sacerdoti, impongano con misericordia ad essi [i frati che peccano] la penitenza; se invece non sono sacerdoti, la facciano imporre da altri sacerdoti dell’Ordine” (Rb 7). Nella stessa Regola viene pure sancita la normale possibilità di avere “come ministro generale e servo di tutta la fraternità uno dei frati dell’Ordine”, senza alcuna distinzione (Rb 8). Questa accessibilità di tutti i fratelli all’esercizio della potestà ecclesiale di governo - al ministerium fratrum [al servizio dei fratelli] (Rnb 17) – nell’Ordine fu proposta al “signor Papa” e vissuta come una doverosa conseguenza dell’identità evangelica dei Frati minori, come ci pensò san Francesco. Può essere utile ricordare che questa amplissima uguaglianza fraterna, a livello anche istituzionale, fu approvata senza alcuna difficoltà dalla Curia romana, dove c’erano allora eminenti giuristi, a cominciare da Innocenzo III e dal cardinale Ugolino (più tardi Gregorio IX). D’altronde bisogna anche riconoscere che sul piano dei fatti, come testifica la storia francescana, questo progetto del Fondatore non rimase soltanto sul piano di una mera possibilità giuridica. Tutt’altro! Non solo vivente Francesco, ma anche dopo, la storia dell’Ordine francescano conosce molti frati non chierici che ricoprirono l’ufficio di superiore “maggiore” e di superiore “locale”.

1.6 D’altra parte vale pure la pena sottolineare un dato importantissimo della nostra storia cappuccina. Giustamente, perché forma parte dell’eredità che abbiamo ricevuto da san Francesco, ebbe un valore tutto singolare la conferma della tradizione del nostro Ordine da parte del Papa san Pio V, come dichiararono le nostre Costituzioni, rivedute nel 1575: “Non ostante il decreto del Sacro Concilio Tridentino [che estromise i laici dagli uffici di superiorato e li privò di voce attiva e passiva], per dichiaratione, seu concessione di Pio Quinto felice memoria, però tutti i Frati tanto chierici, quanto Laici, fatta ch’haranno la professione tra di noi, habbino voce attiva, ma niuno di loro possa havere la passiva, se non sarà stato quattro Anni finiti nella nostra congregatione” (Cost. a. 1575, c. 8°). Questa frase, inserita da allora nelle Costituzioni cappuccine, ha marcato la storia dell’Ordine, quasi fino ai nostri giorni. In realtà la tradizione secolare del nostro Ordine Cappuccino che, proprio su questo terreno, è chiara e nostra propria, non è che la conferma logica del pensiero di san Francesco e della prassi che da lui deriva.

1.7 In piena coerenza con questo “retroterra” francescano-cappuccino, le Costituzioni dell’Ordine, rivedute alla luce del Concilio Vaticano II e approvate dalla Congregazione per i Religiosi e gli Istituti Secolari (25 dicembre 1986), dichiarano: “Nell’ambito dell’Ordine, della provincia e della fraternità locale, ogni ufficio o incarico deve essere accessibile a tutti i frati, facendo tuttavia attenzione a quegli atti che richiedono l’ordine sacro” (Cost. 84, 5). “Essendo noi, secondo la volontà di san Francesco e la genuina tradizione cappuccina, un Ordine di fratelli, tutti i frati di voti perpetui possono accedere a tutti gli uffici o incarichi, salvo quelli che derivano dall’ordine sacro” (Cost. 115, 6). Nella stesura di questi testi delle nostre Costituzioni l’Ordine si è pure ispirato alla seguente affermazione, molto indovinata e importante, del Concilio Vaticano II: “I monasteri e gli istituti maschili non del tutto laicali (non mere laicalia) possono ammettere, secondo la loro indole, a norma delle Costituzioni, chierici e laici, in pari misura e con eguali diritti e obblighi, eccettuati quelli che scaturiscono dall’ordine sacro” (Perfectae caritatis 15). Una dichiarazione conciliare di straordinaria rilevanza, che diede occasione al seguente autorevole commento di Giovanni Paolo II, nel discorso rivolto ai partecipanti alla Plenaria della Congregazione per i Religiosi e gli Istituti Secolari, il 24 gennaio 1986: “Il Concilio Vaticano Il parla di Istituti non mere laicalia (PC 15). Tutto questo ci dimostra come lo Spirito Santo, che è sempre attivo nella Chiesa, fa germogliare dalla radice sempre giovane del battesimo e dall’antico tronco dei consigli evangelici, nuove strutture, nuovi Istituti, nuovi ministeri laicali. Affermando che “lo stato di vita consacrata, per natura sua, non è né clericale né laicale” (can. 588, 1), il Codice di Diritto Canonico ha voluto riconoscere questa realtà, lasciando spazio alle possibilità che lo Spirito di Dio suggerisce per far fronte alle nuove necessità dell’apostolato”.

1.8 Per concludere, sembra doveroso sottolineare alcuni dati significativi della storia del nostro Ordine. La conferma sopra accennata di san Pio V, in risposta a una petizione nostra in proposito, accreditava il fatto che l’Ordine cappuccino applicò, dalla fondazione, la normativa prevista dalla legislazione francescana riguardo alla voce attiva e passiva nelle elezioni capitolari. E questa normativa rimase sostanzialmente stabile fino all’inizio del secolo scorso, quando, soprattutto, si fece strada l’impostazione omologante del Codice piano (1917). Per altro risulta molto eloquente l’atteggiamento tenuto dalla Sede Apostolica in certi momenti in cui l’uguaglianza giuridica di tutti i fratelli è stata compromessa o messa in discussione: sempre è prevalsa, da parte della Chiesa, la totale coerenza con la giurisprudenza secolare dell’Ordine, rispettando e tutelando sostanzialmente le nostre sane e legittime consuetudini. Questa prassi della Santa Sede e dell’Ordine prova che sia l’una che l’altro erano a conoscenza della rilevanza e specificità della questione. Il riconoscimento dell’Ordine come istituto “né clericale né laicale”, con tutte le conseguenze, deriva dall’essere Fraternità - voluto da san Francesco - e dai motivi evangelici che fondano la professione di vita come fratelli.

2. Qualche difficoltà nel cammino

2.1 Concludendo il lavoro più importante di rinnovamento delle nostre Costituzioni, ispirato soprattutto, come ha voluto la Chiesa, al ritorno alle sorgenti carismatiche del Fondatore, abbiamo incontrato qualche difficoltà. Il 7 luglio 1984 la Congregazione per i Religiosi e gli Istituti Secolari ci comunicava che era stato approvato - con qualche “osservazione” - il testo delle nuove Costituzioni dell’Ordine. La più importante osservazione era questa: “Aggiungere (in qualche parte del testo) che l’Ordine è un Istituto clericale”. Più tardi, ritornando sulla stessa richiesta, si precisava così la formulazione e il luogo concreto (al n. 115, 6 delle Costituzioni). “Essendo noi, secondo la volontà di san Francesco, un Ordine di fratelli.., salvo quelli che derivano dall’ordine sacro. Infatti il nostro Ordine viene annoverato dalla Chiesa tra gli istituti clericali. Se si tratta della carica di superiore,...”. (“Ordo enim noster…”: la congiunzione enim conferma o spiega ciò che precede: infatti, giacché, perché...).

2.2 Può essere utile ricordare, prima di tutto, che non si tratta di un problema esclusivamente nostro. Un gruppo consistente di Istituti religiosi si sono trovati con una difficoltà sostanzialmente analoga, anche se il caso dei francescani - come è stato riconosciuto dal Papa, dal Sinodo sulla vita consacrata e, in genere, da tutti - offra dei rilievi assai particolari.

2.3 Ritenendo che una dichiarazione del genere comportasse per l’Ordine un grave problema di coscienza, il Ministro Generale e il suo Definitorio hanno ritenuto di non poter accogliere la suddetta modifica richiesta e hanno fatto ricorso alla Congregazione per i Religiosi e gli Istituti Secolari con lettera del 23 gennaio 1987. Nonostante i diversi approcci da parte nostra, mediante gli opportuni esposti che mettono in rilievo la difficoltà di introdurre nel nostro diritto proprio fondamentale un elemento estraneo, contrario alla volontà del Fondatore, all’identità e alle sane tradizioni dell’Ordine e alle decisioni degli ultimi Capitoli Generali che hanno elaborato le Costituzioni (dal 1968 in poi), non è stato possibile sbloccare la situazione.

2.4 La Congregazione ha insistito nell’assoluta impossibilità di un altro tipo di Istituti di vita consacrata al di là dei due nettamente ed esclusivamente accettati dal nuovo Diritto Canonico (can. 588, 2-3): Istituti clericali e Istituti laicali; e ciò anche dopo una risposta del Pontificio Consiglio per l’interpretazione dei Testi Legislativi (26 maggio 1987), che non precludeva - anzi, insinuava - la possibilità di altre categorie di Istituti, oltre alle due indicate esplicitamente nel Codice. Un criterio aperto, sostenuto durante il Sinodo sulla vita consacrata (14 ottobre 1994) dal Cardinale Rosalio José Castillo Lara, S.D.B., Presidente allora (26 maggio 1987) del Pontificio Consiglio per l’interpretazione dei Testi Legislativi. Inoltre è stata addotta l’opinione che sostiene l’intrinseco legame tra la potestà di giurisdizione nella Chiesa e il sacramento dell’Ordine; quindi coloro che non hanno ricevuto il sacramento dell’Ordine, almeno nel grado del diaconato, non possono partecipare alla potestà di giurisdizione ecclesiastica. Sembra però che un principio del genere possa, fra l’altro, generare delle grosse perplessità nei confronti della dottrina, della normativa e della prassi secolari della Chiesa. Finalmente è stata suggerita l’ipotesi del ricorso a una specie di referendum affinché tutti i membri dell’Istituto (direttamente o per mezzo di interventi specifici del Capitolo Generale, per esempio) decidano riguardo all’indole del proprio Istituto. Sembra però che una procedura come questa sollevi forti perplessità di ordine giuridico. Prima di tutto, bisognerà circoscrivere bene il problema solo a quegli Istituti che “col passare del tempo hanno acquistato una fisionomia diversa da quella del progetto originario del fondatore” (Giovanni Paolo II, Vita consecrata, n. 61). Ma questo, ovviamente, quando tale cambiamento sia dovuto a libera opzione dell’Istituto in quanto tale, non ad altri criteri provenienti dall’esterno. In questo caso, risulta evidente che noi non potremo né dovremo - alla luce della storia dell’Ordine - domandarci “se sia opportuno e possibile tornare all’ispirazione originaria” (VC, 61), cioè alla volontà del Fondatore. D’altronde, al di là di questo, sarebbe strano, per esempio, che, qualora la maggioranza dei frati, per ipotesi, dicesse che il nostro Ordine è “clericale” o “laicale”, tale decisione avesse efficacia vincolante in contrasto con la chiara intenzione di san Francesco, sanzionata dalla Suprema Autorità della Chiesa. Qui non si tratta di prendere decisioni per innovare o meno l’identità dell’Ordine, ma del “riconoscimento” storico-giuridico-carismatico del nostro Ordine, quale lo ha voluto san Francesco e ce lo ha tramandato la sana tradizione dell’Ordine. Problema, questo, che l’Ordine, in ottemperanza alle norme esplicite della stessa Chiesa, applicative a loro volta delle decisioni del Concilio Vaticano II, ha affrontato e concluso dopo un lungo e serio lavoro di tutto l’Ordine, sancito dai recenti Capitoli Generali e raccolto nelle Costituzioni vigenti approvate dalla Santa Sede.

2.5 A motivo della delicatezza del problema e della sua difficile soluzione, il Ministro Generale e il suo Definitorio, mossi da un grave dovere di coscienza, si rivolsero direttamente al Papa, non a titolo di ricorso giuridico ma chiedendo soltanto la grazia di poter vivere il carisma dell’Ordine come ce lo ha affidato san Francesco, e come lo ha custodito e ce lo ha tramandato la nostra sana e legittima tradizione (Lettera del 25 dicembre 1987). Non possiamo quindi vederci “annoverati tra gli istituti clericali”. Siamo ben consapevoli della vicinanza e sincera comprensione del Papa nei nostri confronti, e della Sua esplicita e formale promessa di rispondere direttamente, nel momento opportuno, alla nostra umile e fiduciosa domanda. Rimanendo in attesa, non abbiamo inserito, ovviamente, la suddetta “aggiunta” nelle nostre Costituzioni. Sembra comprensibile che il tempo di attesa della risposta si sia prolungato, anche tenendo conto di altre implicazioni dell’argomento nell’insieme della vita e del diritto universale della Chiesa e dei diversi diritti propri degli Istituti religiosi, come è apparso nel Sinodo sulla vita consacrata.

2.6 Su questo sfondo risaltano alcuni fatti, che vale la pena rammentare.

Il Ministro Generale, Fr. Flavio Roberto Carraro, concludendo una relazione su “I fratelli non chierici nell’Ordine Francescano Cappuccino” (23 gennaio 1986), nella Plenaria della Congregazione per i Religiosi e gli Istituti Secolari, si esprimeva così: “So di parlare non ad un tribunale che mi giudica, e sento di rivolgermi, come figlio della Chiesa, alla sua Gerarchia, sempre e particolarmente attenta alla voce dello Spirito. Per questo mi permetto anche di manifestarvi il mio presente stato di animo, che è anche quello dei miei fratelli del Consiglio Generale al completo: Se, nel mio servizio di ministro, dovessi promulgare un testo delle Costituzioni in cui si dichiara che il nostro “è un Ordine clericale”, sentirei di fare qualcosa contro la mia coscienza. E ne provo profonda e tormentosa angustia”.

Giovanni Paolo II, in un messaggio indirizzato al nostro Ministro Generale, Fr. John Corriveau (18 settembre 1996), in occasione del Convegno internazionale dell’Ordine sulla dimensione laicale della vocazione cappuccina, ha sottolineato espressamente il collegamento tra l’identità della nostra Fraternità francescano-cappuccina e l’indole dei cosiddetti Istituti “misti”, a cui si riferisce nel n. 61 della Vita consecrata: quelli “che nel progetto originario del fondatore si configuravano come fraternità, nelle quali tutti i membri - sacerdoti e non sacerdoti - erano considerati uguali tra di loro”. Non sappiamo se il Papa, indirizzandoci questo messaggio, abbia avuto in mente la nostra lettera del 25 dicembre 1987. Siamo moralmente sicuri però di due cose: che Lui è ben consapevole del “disagio” che portiamo nel cuore da diversi anni e che il nucleo essenziale del Suo messaggio è, in realtà, la risposta più netta e più bella alla nostra umile e fiduciosa domanda del Natale dell’anno 1987. Certo, la nostra identità francescana - come riconosce il Papa - non permette di catalogarci nell’area dei cosiddetti “Istituti clericali”.

Un altro fatto significativo è quello della “prassi” della Congregazione, la quale:

A noi Cappuccini ha concesso numerose dispense a favore di fratelli non chierici, perché fossero nominati superiori locali. Inoltre in due casi ha ammesso la “postulazione a superiore maggiore” a favore di un fratello non chierico: il 4 maggio 1983 e il 10 luglio 1986.

Ad altri Istituti religiosi, che adducono le nostre stesse motivazioni, ha dato una soluzione globale del problema, concedendo ai loro fratelli non chierici la facoltà di accedere agli uffici di superiore sia locale sia “maggiore”.

2.7 Per completezza, si fa notare che nello svolgimento delle trattative con la Santa Sede noi abbiamo fatto un bel po’ di strada da soli; soltanto più tardi, a partire da 1994, abbiamo cominciato a lavorare anche insieme, sulla base di una chiara e ovvia identità di vedute, con l’Ordine dei Frati Minori. Malgrado però la consistenza dei nostri comuni argomenti, da parte della Congregazione non si sono ancora chiarite le cose, anche perché da tempo la situazione d’impasse, a proposito di certi problemi, emersa in occasione del Sinodo sulla vita consacrata, sta condizionando il dialogo.

II. Panorama del Sessennio 1994-2000

I dati rilevanti a proposito dei passi e delle iniziative nostri relativi al tema della nostra identità francescana non sono stati molti, proprio per il motivo indicato sopra (n. 2.7).

1. Nel contesto del Sinodo sulla vita consacrata:

Certi apporti di alcuni confratelli durante la celebrazione del Sinodo sulla vita consacrata, cioè gli interventi pubblici del Ministro Generale, Fr. John Corriveau (10.10.94), di Fr. Flavio Roberto Carraro, ex-Ministro Generale (11.10.94) e di Fr. Ignatius Feaver (11.10.94). Si potrebbe aggiungere pure l’intervento di Mons. Franghískos Papamanolis (6.10.94) e quello di Mons. John Aloysius Ward (11.10.94).

In data 13 luglio 1995, firmate dal nostro Ministro Generale e dal Ministro Generale dei Frati Minori, Fr. Hermann Schalück, sono state inviate due lettere: una al Papa, e un’altra al Sig. Cardinale Jan Pieter Schotte, CICM, Segretario del Sinodo dei Vescovi, reiterando sostanzialmente le nostre attese e sottolineando deliberatamente la Propositio 10 del Sinodo sulla vita consacrata come criterio indovinato per potere identificarci come Istituti né clericali né laicali, fedeli allo spirito e alle intenzioni di san Francesco. Infatti nella suddetta Proposizione sinodale si riconosce l’esistenza dei cosiddetti Istituti “misti” nella Chiesa e si tratteggia sostanzialmente la loro identità di “istituti in cui, secondo l’intenzione del fondatore, sono uguali i religiosi chierici e non chierici, in pari misura e con eguali diritti e obblighi, eccettuati quelli che derivano dall’ordine sacro” (PC 15). Si propone inoltre che, quando è richiesto dai capitoli generali, i compiti di governo rimangano aperti “a tutti” senza discriminazione” (Propositio 10).

Sempre a proposito dello stesso tema, è da ricordare la visita dei due Ministri Generali, Fr. Hermann Schalück e Fr. John Corriveau, al Sig. Cardinale Eduardo Martínez Somalo, Prefetto della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e delle Società di vita apostolica, il 9 dicembre 1996.

In questi diversi approcci con personalità e organismi della Santa Sede, si è rimarcato sempre, da parte nostra, il fatto che non tutti gli Istituti denominati “misti” dal Sinodo hanno la stessa configurazione giuridica, sia dal punto di vista del proprio carisma fondazionale che di quello delle sane tradizioni; e che pertanto noi desideriamo di poter riesprimere in pienezza, nella vita e nel diritto proprio, la nostra peculiarità originaria e secolare a questo riguardo.

2. L’Esortazione Apostolica postsinodale Vita consecrata (25 marzo 1996):

Nel numero 61 di questo documento pontificio si annuncia l’istituzione di “un’apposita commissione per esaminare e risolvere i problemi connessi con la materia degli Istituti chiamati “misti”, le cui conclusioni conviene attendere, per fare poi le opportune scelte secondo quanto sarà autorevolmente disposto”. A questo proposito, soltanto ci è possibile constatare tre cose: che la presenza del nostro Ordine nel lavoro della suddetta commissione è stata meramente simbolica, che non possiamo prevedere quali saranno le conclusioni che verranno fuori, né quando e come saranno pubblicate e, soprattutto, che non sappiamo se il Signore riserverà ancora altre difficoltà alle nostre fatiche e alle nostre attese.

3. Messaggio del Papa al nostro Ministro Generale, Fr. John Corriveau (18 settembre 1996): rimandiamo alle annotazioni fatte in precedenza su questo dono del Santo Padre, estremamente positivo nel contesto delle nostre aspettative.

4. L’identità dell’Ordine Francescano nel suo momento fondativo (1999):

Questo studio, tradotto in diverse lingue e ben noto a tutti, perché inviato a tutte le circoscrizioni dell’Ordine, affronta l’argomento fondamentale per capire lo specifico, dal punto di vista teologico e giuridico, della forma di vita evangelica che pensò e volle san Francesco come Fondatore. Giustamente per questo apre orizzonti in parte nuovi per individuare il luogo proprio e la terminologia adeguata per identificare il proprium del francescano nell’insieme delle tipologie, oggi identificabili, d’Istituti di vita consacrata: Istituti clericali, Istituti laicali, Istituti clericali e laicali, cioè “misti” e Istituti né clericali né laicali, cioè “indifferenziati”, che prescindono per natura loro dal carattere clericale e laicale (come è stato il propositum fondazionale di san Francesco). Si tratta del primo lavoro del genere pubblicato dalla Conferenza dei Ministri Generali del Primo Ordine francescano e del TOR, elaborato da una commissione interfrancescana. Il Sig. Cardinale Eduardo Martínez Somalo, Prefetto della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, ringraziando dell’invio per conoscenza di questo studio, lo ha ritenuto un “imprescindibile punto di riferimento e valido strumento per conoscere la mens del Fondatore circa l’identità della nascente famiglia religiosa dei francescani” (30 giugno 1999).

Conclusione

Alcune cose sono certe: abbiamo fatto una lunga strada, ma non siamo arrivati ancora alla fine del cammino; forse ci attendono ancora altre difficoltà.

Quale sarà l’incidenza, nel tema concreto della nostra identità francescana, dei chiarimenti ufficiali promessi in occasione del Sinodo sulla vita consacrata (VC, 61)?

Attendiamo il futuro con fede, con speranza e con pace; ma anche con un atteggiamento lucido, responsabile e operoso nei confronti delle sfide del nostro carisma, non soltanto mediante ricerche e riflessioni ma anche, e soprattutto, attraverso la nostra fedeltà esistenziale nella vita di ogni giorno.

Ogni Capitolo Generale è un momento di grazia straordinario. Quindi varrebbe la pena che questa “Relazione” non si limitasse a essere solo una mera “nota informativa”.

Dietro questa sintetica cronistoria, ci sono provvidenzialmente, a nostro avviso, alcuni inviti:

  • l’invito a ringraziare il Signore per quanto ha significato di bene e di luce per il nostro Ordine la lieta fatica di autoidentificazione come francescani, che ha segnato il nostro cammino durante gli ultimi decenni;
  • l’invito a ringraziare tutti i fratelli che hanno avuto una particolare responsabilità e hanno aiutato l’Ordine, a tutti i livelli, a capire e vivere meglio e di più la nostra specifica identità religiosa;
  • l’invito ad approfittare di questa occasione del Capitolo Generale per confermare il cammino percorso impegnandoci, in ottemperanza al Concilio Vaticano II e al Magistero della Chiesa, nell’individuazione del nostro carisma, e, soprattutto, per assicurare il pieno e fraterno appoggio alla nuova équipe di animazione e di governo dell’Ordine in vista del tratto di strada che attende ancora loro, a proposito della sfida della nostra identità, nel prossimo sessennio.

fr. Francisco Iglesias, OFM Cap.
fr. Teodosio Mannucci, OFM Cap.
fr. Giampiero Gambaro, OFM Cap.

 
     
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