COSTITUZIONI
DEI
FRATI MINORI CAPPUCCINI
E
ORDINAZIONI
DEI CAPITOLI GENERALI
*
REGOLA E TESTAMENTO DI S. FRANCESCO
Testo ufficiale
e versione italiana
Conferenza Italiana
dei Ministri Provinciali Cappuccini
Roma 2002
CAPITOLO I
LA VITA DEI FRATI MINORI CAPPUCCINI
ARTICOLO I
La nostra
vita secondo il Vangelo
1
1. Il santo Vangelo
del nostro Signore Gesù Cristo è sempre, per la Chiesa, sorgente di vita e annunzio
di salvezza al mondo intero.
2. Per mezzo del Vangelo infatti la Chiesa, guidata dallo
Spirito Santo, conosce Cristo e con la fede ne accoglie
le opere e le parole, che per coloro che credono sono
spirito e vita.
3. San Francesco, fondatore della nostra Fraternità, fin
dall’inizio della sua conversione accolse il Vangelo come
norma del suo vivere e del suo agire.
4. Perciò all’inizio e alla fine della Regola espressamente
ordinò che si osservasse il Vangelo, e nel Testamento
affermò che gli era stato rivelato di dover vivere secondo
la forma del santo Vangelo.
5. Quindi noi, figli di Francesco, impegnamoci
a progredire sempre di più nella conoscenza del Vangelo.
6. In tutte le circostanze della vita seguiamo il Vangelo
come legge suprema; leggiamone assiduamente le parole
che salvano e, come la beata Vergine Maria, meditiamole portandole nel cuore. Così la nostra vita
sarà sempre più profondamente permeata dal Vangelo e noi
cresceremo verso la pienezza in Cristo.
2
1. San Francesco,
autentico discepolo di Cristo e sublime modello di vita
cristiana, insegnò ai suoi frati a seguire in letizia
le orme di Cristo povero e umile per essere guidati da
lui nello Spirito Santo al Padre.
2. Infiammati dall’amore di Cristo, contempliamolo nell’annientamento
dell’incarnazione e della croce per essere a lui più somiglianti;
e, celebrando l’Eucaristia in fraterna letizia, partecipiamo
al mistero pasquale, per pregustare la gloria della sua
risurrezione, nell’attesa che egli ritorni.
3. Osserviamo con cuore generoso i consigli evangelici,
specialmente quelli di cui abbiamo fatto voto, cioè la
castità consacrata a Dio, la povertà che per noi è particolare
via di salvezza, e l’obbedienza caritativa.
3
1. San Francesco,
dopo aver ascoltato le parole della missione dei discepoli,
diede inizio alla Fraternità dell’Ordine dei Minori, perché,
vivendo in comunione di vita, testimoniasse il Regno di
Dio, predicando la penitenza e la pace con l’esempio e
la parola.
2. Per acquisire la forma del vero discepolo di Gesù
Cristo, che in modo mirabile si manifestò in san Francesco,
impegniamoci a imitare lui, a prenderci diligente cura
con la vita e con le opere del suo patrimonio spirituale
e a parteciparlo agli uomini di ogni tempo.
3. A questo fine leggiamo frequentemente la vita e gli
scritti di san Francesco e dei suoi figli, in modo particolare
dei cappuccini, che si sono distinti per santità di vita,
operosità apostolica e dottrina, come pure altri libri
che rivelano il suo spirito.
4
1. Come Frati
Minori Cappuccini dobbiamo conoscere l’indole e il progetto
di vita della nostra Fraternità, affinché la nostra vita,
rettamente adattata ai diversi tempi, si ispiri alla genuina
tradizione dei nostri fratelli.
2. Prima di tutto si devono imitare ritornando all’originaria
ispirazione, cioè alla vita e Regola del nostro Padre
Francesco,con la conversione del cuore, in modo che il
nostro Ordine continuamente si rinnovi.
3. Seguendo il loro esempio, sforziamoci di dare la priorità
alla vita di preghiera, specialmente contemplativa; coltiviamo
una povertà radicale, sia personale che comunitaria, insieme
allo spirito di minorità; offriamo l’esempio di una vita
austera e lieta nella penitenza, nell’amore alla croce
del Signore; alla luce dei segni dei tempi, impegniamoci
inoltre a cercare nuove forme per la nostra vita, con
l’approvazione dei legittimi superiori.
4. Mentre teniamo fra di noi un rapporto familiare come
fratelli, condividiamo con gioia la vita con i poveri,
con i deboli e i malati, e custodiamo la nostra caratteristica
di frati del popolo.
5. Diamo impulso a un’attività apostolica dinamica e con
varietà di forme, anzitutto con l’evangelizzazione, conservando
sempre lo spirito di servizio.
5
1. La Regola di
san Francesco, che sgorga dal Vangelo, ci sospinge a vivere
la vita evangelica.
2. Perseveriamo attivamente nel ricercarne l’intelligenza
spirituale e sforziamoci di metterla in pratica con santa
operazione in semplicità e purezza di cuore, come espressamente
ci esorta a fare lo stesso nostro Fondatore nel Testamento,
e secondo lo spirito, le intenzioni evangeliche e la santità
esemplare dei primi frati cappuccini.
3. I superiori, insieme alle fraternità, favoriscano la
conoscenza, l’amore e l’osservanza della Regola.
4. La Regola e le intenzioni del nostro Padre e legislatore
devono poter esser fedelmente osservate in ogni parte
del mondo. A questo scopo, i superiori maggiori provvedano
che si cerchino le forme più idonee per la vita e l’apostolato
dei frati, applicando anche il principio della pluriformità,
secondo la diversità delle regioni, delle culture e delle
esigenze dei tempi e dei luoghi.
5. Autentica pluriformità è
infatti quella che, salva sempre l ’unità dello stesso
spirito genuino, trova il suo fondamento nella comunione
fraterna e nell’obbedienza ai superiori; così viene garantita
la libertà evangelica nell’agire, anzitutto in vista del
rinnovamento della nostra vita, in modo che non si estingua
lo spirito.
6
1. Il serafico
Padre fece scrivere il Testamento quando, poco prima di
morire, con le sacre stimmate nel suo corpo e pieno di
Spirito Santo, più intensamente desiderava la nostra salvezza.
2. In esso egli manifesta la sua ultima volontà e ci consegna
l’eredità preziosa del suo spirito.
3. San Francesco ci ha donato il Testamento perché ogni
giorno, sempre più perfettamente e
secondo l’interpretazione che ne fa la Chiesa,
osserviamo la Regola che abbiamo professata.
4. Per questo, in continuità con la tradizione del nostro
Ordine, noi accogliamo il Testamento come primo commento
spirituale della Regola e fonte di profonda ispirazione
per la nostra vita.
7
1.
Le Costituzioni hanno lo scopo di aiutarci, nelle
mutevoli situazioni della vita, ad osservare la Regola
nel modo migliore e quanto più perfettamente.
2. In esse troviamo un mezzo sicuro per rinnovarci spiritualmente
in Cristo e un valido aiuto nel cammino verso la pienezza
della consacrazione,con la quale ogni frate si è donato
totalmente a Dio.
3.Osserviamo queste Costituzioni, alle quali siamo obbligati
in forza della nostra professione, non da servi ma come
figli che aspirano ardentemente ad amare Dio sopra ogni
cosa, nell’ascolto dello Spirito Santo che ci istruisce,
impegnati per la gloria di Dio e per la salvezza dei fratelli.
4. Si esortano vivamente tutti i frati a dedicarsi con
amore allo studio personale della Regola, del Testamento
e delle Costituzioni per esserne intimamente imbevuti.
ARTICOLO II
La nostra
vita nella Chiesa
8
1. La Chiesa,
strumento di salvezza e di unione degli uomini con Dio
e tra di loro, si presenta come il popolo di Dio che è
pellegrino nel mondo e, costituito da Cristo in comunione
di vita, di carità e di verità, viene arricchito dallo
Spirito Santo di molteplici doni o carismi per rinnovare
e diffondere sempre più la Chiesa stessa.
2. All’interno di essa, ricca di così grande varietà di
carismi, san Francesco, sotto il soffio dello Spirito
Santo, ha dato inizio a una Fraternità religiosa con una
propria forma di vita. La Chiesa l’ha approvata con la
sua autorità gerarchica e con sollecitudine di madre continua
a custodirla, affinché nel proprio volto più chiara risplenda
l’immagine di Cristo povero, umile e dedito al servizio
degli uomini, specialmente
dei poveri.
3. Anche l’Ordine dei Frati Minori Cappuccini è stato
approvato dalla Chiesa con la Bolla “Religionis
zelus ”, emanata dal Papa Clemente
VII il 3 luglio 1528.
4. Amiamo quindi intensamente la Chiesa, meditiamo il
suo mistero e prendiamo parte attiva alla sua vita e alle
sue iniziative.
9
1. Seguendo l’esempio
di san Francesco, che fu uomo cattolico e integralmente
apostolico, prestiamo fedele obbedienza allo Spirito di
Cristo che vive nella Chiesa.
2. Obbediamo e riveriamo il Sommo Pontefice, a cui i religiosi,
anche in forza del voto di obbedienza, sono sottomessi
come a supremo superiore, e il Collegio dei Vescovi che insieme con lui è segno visibile dell’unità e dell’apostolicità
della Chiesa.
3. Dovunque siamo, cooperiamo al bene della Chiesa particolare
con la nostra presenza fraterna e profetica, adoperandoci
per la sua crescita e il suo progresso.
4. Offriamo il nostro servizio apostolico al popolo di
Dio e a tutta la comunità umana, secondo il nostro carisma
e sotto la guida del Vescovo diocesano.
5. Rendiamo il dovuto onore ai presbiteri e a tutti quelli
che ci amministrano lo spirito e la vita, e collaboriamo
attivamente con essi.
10
1. Amiamo e obbediamo
con animo generoso al ministro generale, che è stato scelto
per il servizio e per l’utilità di tutta la Fraternità,
come successore del santo Fondatore e come legame vivo
che ci unisce con l ’autorità della Chiesa e fra di noi.
2.. Seguiamo con amore e con obbedienza attiva e responsabile
anche gli altri ministri della Fraternità, che il Signore
ci ha dato come pastori e che sono
depositari della fiducia dei frati, affinché siamo più strettamente
e sicuramente legati al servizio della Chiesa in spirito
di fede e nell’ amore di Cristo.
11
1. San Francesco
dall’adorazione del Padre, che è il sommo bene, attinse
quel sentimento di fratellanza universale, che gli faceva
vedere in ogni creatura l’immagine di Cristo primogenito
e salvatore.
2. Come figli di quello stesso Padre, sentiamoci fratelli
di tutti gli uomini, senza alcuna
discriminazione; e, andando incontro con spirito
fraterno a tutte le creature, continuamente offriamo a
Dio, fonte di ogni bene, la lode del creato.
3. Riuniti dallo Spirito Santo nella stessa vocazione,
mediante la preghiera e l’attività comunitaria favoriamo
il senso di fraternità in tutto l’Ordine e soprattutto
nelle nostre comunità provinciali e locali. Coltiviamo
lo stesso sentimento verso tutti i fratelli e le sorelle,
sia religiosi sia laici, che con noi formano un’unica
famiglia francescana.
4. La nostra fraternità evangelica, quasi modello e fermento
di vita sociale, invita gli uomini a promuovere tra loro
relazioni fraterne e a unire le forze in vista dello sviluppo
e della liberazione di tutta la persona nonché per l’autentico
progresso sociale.
5.La nostra vita fraterna ha un’importanza particolare
e acquista maggior forza di testimonianza nel processo
di sana socializzazione e solidarietà, con il quale Dio
ci chiama ad impegnarci nel realizzare e far crescere
la fraternità nella giustizia e nella pace.
12
1. Il Figlio di
Dio, assumendo la condizione di servo, è venuto non per
essere servito ma per servire e dare la propria vita per
la salvezza di tutti.
2. Nell’intimo desiderio di conformarci a lui, non presumiamo
di essere nella condizione di maggiori, ma impegniamoci
quali minori nel servire tutti,
specialmente quelli che patiscono indigenza e tribolazioni,
anzi perfino coloro che ci perseguitano.
3. Volentieri, dunque, viviamo la nostra vita fraterna
accanto ai poveri,condividendo con grande amore i loro
disagi e la loro umile condizione.
4. Mentre andiamo loro incontro nelle necessità materiali
e spirituali, dedichiamoci con la vita,
l’azione e la parola alla loro promozione umana
e cristiana.
5. Così facendo, manifestiamo nella minorità il nostro
spirito di fraternità e in pari tempo diventiamo fermento
di giustizia, di unione e di pace.
13
1. Per realizzare
con frutto la nostra vocazione evangelica nella Chiesa
e nel mondo, impegnamoci a vivere
con fedeltà la vita apostolica, che unisce inscindibilmente
la contemplazione e l’azione, a imitazione di Gesù,
che visse incessantemente nella preghiera e nell’opera
della salvezza.
2.Gli apostoli, mandati dal Signore in tutto il mondo,
seguendo il modello di vita del Maestro, erano perseveranti
nella preghiera e nel servizio della parola.
3. San Francesco, che pur preferiva i luoghi solitari,
per seguire le orme del Signore e degli apostoli,
scelse una forma di vita che in sé unisse intimamente
la preghiera e la proclamazione del messaggio di salvezza.
4. Siamo perciò assidui nella lode di Dio e nella meditazione
della sua parola, affinché sempre più cresca in noi il
vivo desiderio che gli uomini, per opera nostra, giungano
ad amare Dio in letizia.
5. Così, la nostra vita di preghiera sarà totalmente compenetrata
di spirito apostolico, e la nostra attività apostolica
sarà pienamente animata dallo spirito di preghiera.
CAPITOLO II
LA VOCAZIONE ALLA NOSTRA VITA
E LA FORMAZIONE DEI FRATI
ARTICOLO I
La vocazione
alla nostra vita
14
1. Dio nella sua
bontà chiama tutti i cristiani nella Chiesa alla perfezione
della carità, nei diversi stati di vita, perché siano
fatte progredire la santità personale e la salvezza del
mondo.
2. A questa chiamata ognuno deve dare una risposta d’amore
con la massima libertà, in modo che la dignità della persona
umana si armonizzi con la volontà di Dio.
3. Tutti con animo riconoscente rallegriamoci per la grazia
singolare della vocazione alla vita religiosa, a noi concessa
da Dio.
4. In risposta alla nostra vocazione francescano-cappuccina,
offriamo una testimonianza pubblica e sociale della vita
eterna di Cristo già presente nel tempo, seguiamo Cristo
povero e umile, diffondiamo ovunque il suo messaggio agli
uomini, specialmente ai poveri.
5. Così noi, vivendo in fraternità come pellegrini, penitenti
nel cuore e nelle opere, al servizio di tutti gli uomini
in spirito di minorità e in letizia, ci dedichiamo alla
missione salvifica della Chiesa.
15
1. La sollecitudine
per le vocazioni nasce principalmente dalla consapevolezza
dei frati di vivere essi stessi e di proporre agli altri un genere
di vita particolarmente ricco di valori umani ed evangelici.
Gli aspiranti, quando abbracciano tale vita, mentre rendono
un autentico servizio a Dio e agli uomini, realizzano
pienamente se stessi. Noi però dobbiamo rinnovarci continuamente
se vogliamo offrire una chiara testimonianza di un tal
genere di vita.
2. Tutti i frati collaborino attivamente nel favorire
le nuove vocazioni, mossi dal desiderio di realizzare
il disegno di Dio secondo il nostro carisma.
3. Memori della preoccupazione di san Francesco nel veder
crescere di numero la fraternità delle origini, tutti
i frati, e anzitutto i ministri e le singole fraternità,
si prendano diligente cura di discernere e favorire le
vocazioni autentiche, soprattutto con l’esempio della
vita, con la preghiera e con la parola.
4. Così facendo, collaboriamo con Dio che chiama e sceglie
chi vuole e gioviamo al bene della Chiesa.
16
1. Si promuovano
diligentemente le varie forme di impegno pastorale per
le vocazioni, specialmente negli ambienti più affini allo
spirito del nostro Ordine.
2. Migliori risultati si ottengono se alcuni frati vengono
incaricati in modo specifico di promuovere e coordinare
l’animazione vocazionale. Tutti i frati però offrano la
loro collaborazione in segno di fecondità della vita francescana.
3. Per favorire le vocazioni giova molto offrire ai giovani
l’opportunità di partecipare in qualche modo alla nostra
vita fraterna. Questo molto opportunamente potrà avvenire
in apposite case, dove contemporaneamente venga ad essi
offerto un aiuto per la riflessione personale.
4. Secondo le esigenze delle regioni e dei tempi, i ministri
provinciali con il consenso del definitorio
e, se sembrerà opportuno, con il consiglio del Capitolo
provinciale, costituiscano strutture particolari per seguire
più da vicino e preparare nel modo migliore coloro che
si orientano alla vita religiosa.
5. Tali strutture siano ordinate secondo i principi di
una sana pedagogia, di modo che, armonizzando formazione
scientifica e formazione umana e mantenendo i debiti rapporti
con la società e la famiglia, gli alunni vi conducano
una vita cristiana confacente alla loro età, al loro spirito
e al loro sviluppo; tale cioè che consenta di scoprire
e sostenere la vocazione alla vita religiosa.
6. Il corso degli studi necessari venga programmato in
modo che gli alunni possano continuarli altrove senza
difficoltà.
ARTICOLO II
L ’ammissione
alla nostra vita
17
1. San Francesco,
preoccupato della purezza della nostra vita,prevedendo
che la sua Fraternità sarebbe cresciuta in una grande
moltitudine, temeva allo stesso tempo che crescesse il
numero dei frati inetti.
2. Perciò, coloro che vogliono abbracciare la nostra vita
siano accuratamente esaminati e scelti, perché la Fraternità,
più che di numero, deve crescere di giorno in giorno nella
virtù, nella perfezione della carità e nello spirito.
3. I ministri provinciali s’informino con cura se gli
aspiranti alla nostra vita abbiano le qualità richieste
dal diritto comune e dal nostro particolare per la loro
valida e lecita ammissione. In particolare si osservi
quanto segue:
a) gli aspiranti, per la loro indole, devono essere idonei
a vivere la nostra vita evangelica in
comunione fraterna;
b) sia accertato che essi godono della salute fisica e
psichica necessaria per vivere il nostro genere di vita;
c) bisogna che con la loro vita gli aspiranti mostrino
di credere fermamente ciò che crede e tiene per certo
la santa madre Chiesa e abbiano un modo di sentire cattolico;
d) risulti che essi godono di buona reputazione, specialmente
presso le persone che meglio li conoscono;
e) abbiano la maturità richiesta e una volontà generosa
e sia accertato che essi vengono all’Ordine solo per mettersi
sinceramente al servizio di Dio e della salvezza degli
uomini, seguendo la Regola e forma di vita di san Francesco
e le nostre Costituzioni;
f) abbiano l’istruzione richiesta nella rispettiva regione
e diano speranza che potranno fruttuosamente esercitare
i loro uffici;
g) specialmente se si tratta di aspiranti in età adulta
e di quelli che hanno avuto già una qualche esperienza
di vita religiosa, si prendano tutte le informazioni utili
circa la loro vita precedente;
h)trattandosi poi di accogliere dei chierici diocesani
o persone provenienti da altro istituto di vita consacrata,
da una società di vita apostolica o da un seminario, oppure
della riammissione di un nostro candidato, si osservino
le prescrizioni del diritto comune.
18
1. Cristo, nostro
sapientissimo maestro, al giovane
che gli aveva manifestato il desiderio di voler raggiungere
la vita eterna rispose che,se voleva essere perfetto,
cominciasse con il vendere tutti i suoi beni e distribuirli
ai poveri.
2. Francesco, a sua imitazione, non solo lo insegnò e
lo mise in pratica in se stesso e negli altri che accoglieva,
ma anche nella Regola ordinò che fosse osservato.
3. Perciò i ministri provinciali facciano conoscere e
spieghino quelle parole del santo Vangelo agli aspiranti
che vengono al nostro Ordine spinti da un amore profondo
a Cristo, affinché a suo tempo, prima della professione
perpetua, essi facciano la rinunzia ai loro beni materiali,
preferibilmente a favore dei poveri.
4. Gli aspiranti si preparino spiritualmente alla futura
rinunzia dei beni e si dispongano al servizio di
tutti gli uomini, specialmente dei poveri.
5. I frati poi, come vuole la Regola, evitino di ingerirsi
in qualsiasi modo in questi affari.
6. Gli aspiranti, inoltre, siano disposti a mettere a
disposizione di tutta la fraternità le risorse di intelligenza
e di volontà e anche i doni di natura e di grazia per
svolgere gli incarichi che riceveranno a servizio del
popolo di Dio.
19
1. Ammettere al
postulato, al noviziato e alla professione, oltreché
al ministro generale, in ciascuna provincia compete al
ministro provinciale, che può delegare questa facoltà
al vicario provinciale, al viceprovinciale
e al superiore regolare.
2. Questi superiori, prima di ammettere gli aspiranti
al noviziato, consultino il proprio Consiglio
oppure tre o quattro frati nominati dallo stesso
Consiglio; invece per poterli ammettere alla prima professione
e a quella perpetua hanno bisogno del consenso del loro
Consiglio.
3. Se il caso lo richiede, si consultino anche coloro
che hanno una particolare competenza in materia.
20
1. Spetta al maestro
dei novizi compiere l’atto o il rito di ricevere i novizi,
a meno che il ministro provinciale disponga diversamente;
con tale atto ha inizio il noviziato.
2. È invece il ministro provinciale che riceve in nome
della Chiesa i voti dei profitenti; può tuttavia delegare questa facoltà ad un altro
frate dell’Ordine.
3. Nel ricevere al noviziato e nell’emettere la professione
si osservino le norme liturgiche.
4. La professione religiosa ordinariamente si emetta durante
la celebrazione eucaristica, servendosi della formula
seguente, approvata dalla Santa Sede per le famiglie francescane:
“A lode e gloria della SS.ma
Trinità. Io, fr. N.N., poiché il Signore mi ha
ispirato di seguire più da vicino il Vangelo e le orme
di nostro Signore Gesù Cristo, davanti ai fratelli qui presenti, nelle tue mani,
fr. N.N.,
con fede salda e volontà decisa: faccio voto a Dio Padre
santo e onnipotente di vivere per tutto il tempo della
mia vita (o: per...ann...) in
obbedienza, senza nulla di proprio e in castità e insieme
professo la vita e la Regola dei Frati Minori confermata
da Papa Onorio promettendo di osservarla fedelmente secondo
le Costituzioni dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini.
Pertanto mi affido con tutto il cuore a questa Fraternità
perché, con l’efficace azione dello Spirito Santo, guidato
dall’esempio di Maria Immacolata, per l’intercessione del nostro Padre Francesco
e di tutti i santi, sostenuto dal vostro fraterno aiuto,
possa tendere costantemente alla perfetta carità nel servizio
di Dio, della Chiesa e degli uomini ”.
21
1. La natura e
il fine dei tre consigli evangelici, ai quali ci si impegna
con voto nella professione, è di unirci a Cristo con il
cuore reso libero dalla grazia, in una vita casta, povera
e obbediente per il Regno dei cieli, sulle orme di san
Francesco.
2. Il consiglio evangelico della castità per il Regno
dei cieli, quale segno del mondo futuro e fonte di più
abbondante fecondità in un cuore indiviso, comporta l’obbligo
della perfetta continenza nel celibato.
3. Il consiglio evangelico della povertà a imitazione
di Cristo, il quale da ricco che era si fece povero, oltre
a una vita povera nelle cose e nello spirito, comporta
la dipendenza dai superiori e la limitazione nell’usare
e nel disporre dei beni; inoltre, richiede che prima della
professione perpetua si faccia la rinunzia volontaria
alla capacità di acquistare e possedere; e ciò, per quanto
possibile, in una forma che sia valida anche secondo il
diritto civile.
4. Il consiglio evangelico dell’obbedienza, professato
in spirito di fede e di amore per seguire Cristo
obbediente fino alla morte, comporta l’obbligo di sottomettere
la volontà ai legittimi superiori per amore di Dio “in
tutte le cose che non vanno contro la coscienza e contro
la Regola ”, quando essi comandano secondo le nostre Costituzioni.
ARTICOLO III
La formazione
in generale
22
1. La formazione
è la promozione dei frati e delle fraternità, in modo
che la nostra vita sia di giorno in giorno sempre più
conforme al santo Vangelo e allo spirito francescano,secondo
le esigenze dei luoghi e dei tempi. La formazione deve
essere continua e protrarsi per tutta la vita sia in ordine
ai valori umani che alla vita evangelica e religiosa.
2. La formazione integrale coinvolge tutta la persona,
in particolare nel suo aspetto psichico, religioso, culturale
e anche professionale o tecnico. Essa si realizza in due
fasi: la formazione iniziale e la formazione permanente.
23
1. Ogni formazione
è prima di tutto azione dello Spirito Santo, che vivifica
interiormente sia i formatori che i formandi.
2. La formazione attiva esige la collaborazione dei formandi,
che sono i primi operatori e responsabili della propria
crescita.
3. Ogni frate è allo stesso tempo e per tutta la vita
formando e formatore, perché tutti abbiamo sempre qualcosa
da imparare e da insegnare. Questo principio sia stabilito
come programma della formazione, da tradursi nella pratica
della vita.
4. Vivere insieme tra noi come frati minori è l’elemento
primordiale della vocazione francescana. Perciò la vita
fraterna deve essere sempre e dovunque esigenza fondamentale
del processo formativo.
5. Perché le singole fraternità, in modo particolare quelle
specificamente formative, possano soddisfare questa primaria
esigenza, è necessario che attingano ispirazione e incentivo
da quella primigenia fraternità che è la fraternità provinciale.
6. Anche se tutti i frati sono formatori, ci devono necessariamente
essere alcuni che hanno maggiore
responsabilità nell’ufficio della formazione e sono di
ciò incaricati. Primi fra questi sono il ministro provinciale
e i guardiani, in quanto animatori e coordinatori ordinari
del cammino formativo dei frati.Vi
sono poi dei formatori qualificati, che assumono questo
ufficio particolare a nome della fraternità.
24
1. L’Ordine disponga
degli strumenti formativi rispondenti alle esigenze del
proprio carisma specifico.
2. Dovendosi prestare un’attenzione particolare ai frati
durante il periodo della formazione iniziale, le singole
circoscrizioni dispongano di adeguate strutture educative.
3. Il processo educativo richiede, come esigenza molto
importante, un gruppo di frati responsabili che lavorino
seguendo criteri omogenei per l’intero iter formativo.
Tale gruppo deve avere il debito sostegno di tutta la
fraternità.
4. Di grande importanza sono il segretariato per la formazione
e i centri formativi; perciò ci si preoccupi di curarli
bene e di renderli efficienti.
5. Il segretariato generale per la formazione sia a disposizione
dei superiori generali come dei superiori delle diverse
circoscrizioni, offrendo loro aiuto e informazioni perché
possano favorire quanto riguarda la formazione.
6. Similmente nelle singole province si abbia un consiglio
per la formazione e nei centri formativi un frate abbia
particolare responsabilità per promuovere ciò che riguarda
la formazione.
7. Le singole province o i gruppi di province, secondo
le situazioni regionali, abbiano un loro piano formativo,
nel quale siano esposti gli obiettivi, i programmi e gli
itinerari concreti di tutto il processo formativo dei
frati.
ARTICOLO IV
L’iniziazione
alla nostra vita
25
1. La formazione
iniziale alla nostra vita richiede le necessarie esperienze
e conoscenze, mediante le
quali gli aspiranti, guidati dai formatori, si avviano
progressivamente alla vita francescana evangelica.
2. Nel tempo della iniziazione la formazione degli aspiranti,
componendo in modo armonico l’elemento umano e quello
spirituale, sia veramente solida, integrale e adattata
alle esigenze dei luoghi e dei tempi.
3. Si adottino mezzi appropriati per una educazione attiva,
anzitutto l’esercizio di attività e compiti mediante i
quali gli aspiranti siano gradualmente portati all’acquisto
del dominio di sé e della maturità psichica e affettiva.
4. Nel rispetto del temperamento personale e dei doni
di grazia di ciascuno, essi vengano iniziati a una vita
spirituale nutrita dalla lettura della parola di Dio,
dall’attiva partecipazione alla liturgia, dalla riflessione
e dalla preghiera personale, in modo che siano sempre
più attratti verso Cristo, che è via, verità e vita.
5. Nella formazione iniziale i frati acquistino una seria
conoscenza e pratica dello spirito francescano cappuccino
con lo studio della vita di san Francesco e del suo pensiero
sull’osservanza della Regola, della storia e delle genuine
tradizioni del nostro Ordine, e soprattutto con l’assimilazione
interiore e pratica della vita alla quale sono stati chiamati.
6. Coltivino in modo particolare la vita fraterna sia
nella comunità sia con le altre persone, alle cui necessità
vadano incontro con sollecitudine, per imparare così a
vivere sempre più perfettamente la solidarietà attiva
con la Chiesa.
7. La formazione iniziale speciale dei frati sia programmata
a seconda dei diversi uffici che dovranno esercitare e
secondo le circostanze e gli statuti particolari delle
circoscrizioni.
8. Tutte le tappe della iniziazione devono essere trascorse
in fraternità particolarmente idonee a vivere la nostra
vita e a curarne la formazione, costituite a questo scopo
dal ministro provinciale con il consenso del definitorio. Tuttavia il ministro provinciale, con il consenso
del definitorio, ha facoltà
di permettere che il periodo del postulato sia trascorso
al di fuori delle nostre fraternità.
9. L’erezione, il trasferimento e la soppressione della
casa del noviziato spetta al ministro generale con il
consenso del suo definitorio
mediante decreto scritto. In casi particolari e in via
eccezionale la medesima autorità può concedere che un
aspirante faccia il noviziato in un’altra casa dell’Ordine,
sotto la guida di un religioso idoneo, che faccia le veci
del maestro dei novizi.
10. Il superiore maggiore può permettere che il gruppo
dei novizi dimori per determinati periodi di tempo in
un’altra casa dell’Ordine da lui designata.
26
1. Ogni fratello,
dato da Dio alla fraternità, le porta gioia e insieme
è per noi stimolo a rinnovarci nello spirito della nostra
vocazione.
2.L’azione formativa iniziale è compito di tutta la fraternità,
dal momento che gli aspiranti sono parte di essa.
3. Tuttavia il ministro provinciale, con il consenso del
definitorio, nel modo e nei
limiti che lui stesso dovrà stabilire, ne affidi la direzione
a frati dotati di esperienza della vita spirituale, fraterna
e pastorale, di scienza, prudenza, discernimento degli
spiriti e conoscenza delle anime.
4. I maestri, sia dei postulanti che dei novizi e dei
professi, siano liberi da ogni impegno che possa ostacolare
la cura e la guida degli aspiranti.
5. Se motivi particolari lo consigliano, al maestro si
possono affiancare dei collaboratori, specialmente in
ciò che riguarda la cura della vita spirituale e il foro
interno.
27
1. Il tempo della
formazione iniziale comincia il giorno in cui uno, ammesso
dal ministro provinciale, entra nella fraternità, e si
protrae fino alla professione perpetua. Esso si compie
a norma del diritto universale e del nostro particolare.
Dell’ingresso in fraternità sia redatto un documento.
2. Da quel giorno il candidato, per quanto riguarda la
formazione, la vita e il lavoro, è considerato membro
della fraternità in una forma graduale che sarà stabilita
dal ministro provinciale con il consenso del definitorio.
3. La formazione iniziale, intesa come inserimento nella
nostra fraternità, comprende il postulato, il noviziato
e il postnoviziato.
28
1. Il postulato
è un periodo della formazione iniziale nel quale si fa
la scelta della nostra vita. La durata e le modalità di
questo primo periodo vengono determinate dal ministro
provinciale con il consenso del definitorio.
Durante questo periodo il postulante conosce la nostra
vita, mentre la fraternità da parte sua conosce meglio
il postulante e può discernere la sua vocazione.
2. La formazione dei postulanti tende soprattutto a completare
la catechesi della fede; essa comprende l’introduzione
alla liturgia, il metodo della preghiera, lo studio del
francescanesimo e una prima esperienza di attività nell’apostolato.
Inoltre, vengono accertate e sviluppate la maturità umana,
anzitutto quella affettiva, e l’attitudine a discernere
i segni dei tempi secondo il Vangelo.
29
1. Il noviziato
è un periodo di più intensa iniziazione e di più profonda
esperienza della vita evangelica francescano-cappuccina nelle sue esigenze fondamentali; esso
suppone una scelta libera e matura della vita religiosa.
2. La direzione dei novizi, sotto l’autorità dei superiori
maggiori, è riservata soltanto al maestro, il quale deve
essere un frate membro dell’Ordine, professo di voti perpetui.
3. La formazione del novizio ha come fondamento i valori
della nostra vita consacrata, conosciuti e vissuti alla
luce dell’esempio di Cristo, delle intuizioni evangeliche
di san Francesco e delle genuine
tradizioni dell’Ordine.
4. Il ritmo del noviziato risponda alle esigenze fondamentali
della nostra vita religiosa, specialmente
attraverso una particolare esperienza di fede, di preghiera
contemplativa, di vita fraterna, di incontro con i poveri
e di lavoro.
5. Perché il noviziato sia valido deve comprendere dodici
mesi da vivere nella stessa comunità del noviziato. Il
ministro provinciale con il consenso del definitorio ne stabilisce l’inizio e le modalità. 6. L’assenza
dalla casa di noviziato per un periodo superiore a tre
mesi, continui o interrotti, rende invalido il noviziato.
Un’assenza superiore a quindici giorni va ricuperata.
Per il resto si osservino con diligenza le norme del diritto
universale riguardanti il noviziato.
7. Dell’inizio del noviziato, con il quale comincia la
vita nell’Ordine, si rediga un documento.
30
1. Il postnoviziato
è un periodo in cui i frati, camminando verso una maggiore
maturità, si preparano alla scelta definitiva della nostra
vita evangelica da fare mediante la professione perpetua.
2. Dal momento che nella nostra vocazione la vita evangelica
fraterna occupa il primo posto, anche durante il postnoviziato
le deve essere data la priorità. Per questo si dia a tutti
i frati la medesima formazione religiosa per la durata
e nelle modalità stabilite dal ministro provinciale con
il consenso del definitorio.
3. I frati, in armonia con la propria indole e grazia,
si applichino ad uno studio più profondo della Sacra Scrittura,
della teologia spirituale, della liturgia, della storia
e spiritualità dell’Ordine, ed esercitino varie forme
di apostolato e di lavoro anche domestico. Tale formazione
poi venga fatta sempre tenendo conto della vita e della
maturazione progressiva della persona.
ARTICOLO V
La professione
della nostra vita
31
1. Riflettiamo
spesso quanto grande sia la grazia della professione religiosa.
2. Per mezzo di essa infatti, a nuovo e speciale titolo,
abbracciamo, a gloria e a servizio di Dio, una vita che
ci spinge alla perfezione della carità; e, consacrati
al culto divino in modo stabile e più profondo, rappresentiamo
Cristo unito da vincolo indissolubile alla Chiesa sua
sposa.
3. In questa consacrazione, per ottenere un più abbondante
frutto della grazia battesimale, ci obblighiamo a praticare
i consigli evangelici secondo la Regola e le Costituzioni.
4. Intendiamo così liberarci dagli impedimenti che ci
possono distogliere dalla carità perfetta, dalla libertà
spirituale e dalla perfezione del culto divino.
5. Per mezzo della professione infine mentre godiamo di
uno speciale dono di Dio nella vita della Chiesa, aiutiamo
con la nostra testimonianza la sua missione di salvezza.
6. Esortiamo perciò i frati a prepararsi ad essa con grande
diligenza con gli esercizi spirituali, con una intensa
vita sacramentale, specialmente eucaristica, e con fervente
preghiera. E ciò sia fatto più intensamente e in modo
particolare prima della professione perpetua.
32
1. Terminato il
noviziato e verificata l’idoneità del novizio, viene emessa,
per il tempo da determinarsi dal ministro provinciale
in accordo con lo stesso novizio, la professione temporanea
dei voti, da rinnovarsi spontaneamente fino alla professione
perpetua. Se permane il dubbio sull’idoneità, il ministro
provinciale può prorogare il tempo di prova, ma non oltre
sei mesi. Se poi il novizio sarà giudicato non idoneo,
venga dimesso.
2. Il tempo della prima professione non sia, di per sé,
né più breve di tre anni né più lungo di sei; ma, se sembra
opportuno, può essere prorogato, in modo tuttavia che
il tempo in cui il frate è legato da voti temporanei non
superi complessivamente i nove anni.
3. La professione perpetua, se il frate è giudicato idoneo
e spontaneamente lo richieda, si emette nel
tempo determinato dal ministro provinciale, udito lo stesso
profitente, salvo sempre il
triennio completo di professione temporanea e mai prima
del ventunesimo anno di età già compiuto. Mediante la
professione perpetua il candidato è definitivamente incorporato
nella Fraternità con tutti i diritti e i doveri, a norma
delle Costituzioni.
4. Compiuto il tempo della professione temporanea, il
frate può andarsene; e, per giusti motivi, il competente
superiore maggiore, udito il suo consiglio, può escluderlo
dall’emettere la professione successiva.
5. Si osservino tutti gli altri prescritti del diritto
universale riguardanti la professione, specialmente circa
la disposizione dei beni prima della professione temporanea
e perpetua.
33
1. Durante il
rito della prima professione si consegna l’abito religioso,
benché prima siano stati indossati i vestiti del noviziato.
Ricordiamo che le vesti che indossiamo devono essere segno
tanto della consacrazione a Dio quanto della nostra minorità
e fraternità.
2. Rivestiti di Cristo, mite ed umile, dobbiamo essere
non dei falsi minori, ma veramente tali nel cuore, nelle
parole e nelle opere.
3. I segni di umiltà che i frati presentano esternamente
giovano poco alla salvezza delle anime, se i frati stessi
non sono animati dallo spirito di umiltà.
4. Perciò, seguendo l’esempio di san Francesco, impegnamoci
con tutte le forze ad essere buoni e non soltanto sembrarlo,
ad essere coerenti nel parlare e nell’agire, fuori e dentro;
e ritenendoci, secondo l’ammonizione della Regola, inferiori
a tutti, siamo i primi ad onorare gli altri.
5. Il nostro abito, secondo la Regola e l’uso dell’Ordine,
consiste nella tonaca di color castano con il cappuccio,
del cingolo e dei sandali o, per giusto motivo, delle
scarpe.
6. I frati portino l’abito dell’Ordine come segno della
propria consacrazione e come testimonianza di povertà.
Per la consuetudine di portare la barba, vale il principio
di pluriformità.
34
1. La fraternità
locale, nei tempi stabiliti dal ministro provinciale con
il consiglio del definitorio,
dopo una previa informazione del maestro, dialoghi e rifletta
in comune sulla idoneità dei candidati e sul proprio modo
di comportarsi con loro.
2. Durante il noviziato e prima della professione perpetua
i frati di voti perpetui, che per quattro mesi hanno dimorato
in tale comunità, esprimano il loro giudizio anche con
voto consultivo, nel modo determinato dal ministro provinciale.
3. Non si tralasci di sentire il parere dei frati di voti
temporanei, pur se essi non possano prendere parte alla
votazione.
4. Di ciascuna di queste riunioni e dell’esito delle votazioni,
se queste ultime hanno avuto luogo, sia mandata relazione
al ministro provinciale.
35
1. Sia redatto
inoltre il documento della professione emessa, sia temporanea
che perpetua ,con l’indicazione dell’età e delle altre
circostanze necessarie, firmato dallo stesso professo,
da chi ne ha ricevuto la professione e da due testimoni.
2. Questo documento poi, insieme agli altri prescritti
dalla Chiesa, sia conservato diligentemente nel
l’archivio provinciale; venga annotato anche dal ministro
provinciale nel registro delle professioni, da conservarsi
in archivio.
3. Trattandosi di professione perpetua, il ministro provinciale
ne informi il parroco del luogo dove il professo è stato
battezzato.
36
1. Il ministro
provinciale e, per mandato speciale, anche gli altri dei
quali si è detto al numero 19, hanno la facoltà di dimettere
il postulante o il novizio ritenuto non idoneo alla nostra
vita.
2. Per un grave motivo che non ammetta dilazione, ha la
stessa facoltà sia il maestro dei novizi sia quello dei
postulanti, con il consenso però del Consiglio della fraternità.
Di ciò deve essere subito informato il ministro provinciale.
3. Il ministro generale con il consenso del definitorio
può concedere ad un frate di voti temporanei, se questi
lo chieda per gravi motivi, l’indulto di uscire dall’Ordine;
ciò comporta, per diritto stesso, la dispensa dai voti
e da tutti gli obblighi derivanti dalla professione.
4. In tutto ciò che riguarda il passaggio ad un altro
istituto di vita consacrata o ad una associazione di vita
apostolica, l’uscita dall’Ordine e la dimissione del frate
dopo la professione sia temporanea che perpetua, si osservino i prescritti del diritto universale
della Chiesa.
ARTICOLO VI
La formazione
speciale
37
1. San Francesco
nel suo Testamento scrive: “Coloro che non sanno lavorare,
imparino ”.
2. Questo richiamo ha per noi un significato sempre nuovo
e oggi più urgente che mai. Difficilmente infatti si può
svolgere un’attività in modo conveniente senza una formazione
specifica ed adeguata.
3. È compito dell’Ordine aiutare ogni frate a sviluppare
la sua propria grazia di lavorare. Così i frati, lavorando,
si sostengono vicendevolmente nella vocazione e viene
incrementata l’armonia della vita
fraterna.
4. I singoli frati siano formati, secondo le loro doti,
per i compiti e gli uffici che dovranno svolgere. Perciò
alcuni imparino i mestieri e le attività pratiche, gli
altri si dedichino agli studi pastorali o scientifici,
specialmente sacri.
38
1. Tutti i frati
però, servendo il Signore da minori, si ricordino che
sopra tutte le cose devono desiderare di avere lo spirito
del Signore e la sua santa operazione.
2. Procurino perciò i frati, mentre apprendono un’abilità
manuale e una solida cultura, di essere competenti nella
particolare grazia del lavoro e insieme santi.
3. Si dedichino alla formazione speciale in spirito di
abnegazione e di disciplina, secondo le capacità del loro
ingegno, affinché, con la promozione della propria persona
e lo sviluppo della propria cultura, contribuiscano al
bene dell’Ordine, della Chiesa e della società.
4. Gli studi, illuminati e vivificati dalla carità di
Cristo, siano del tutto consoni allo stile della nostra
vita.
5. Perciò i frati, nell’attendere agli studi, coltivino
la mente e il cuore così che, secondo l’intenzione
di san Francesco, progrediscano nella vocazione; infatti
la formazione a qualsiasi genere di lavoro è parte integrante
della nostra vita religiosa.
39
1. I frati che
sono chiamati agli ordini sacri devono essere preparati
secondo le norme date dalla Chiesa, tenuto presente il
carattere della nostra fraternità. Per ricevere gli ordini
sacri si richiede il consenso del ministro provinciale
e del suo definitorio.
2. Con la stessa sollecitudine, in ciascuna provincia,
si provveda alla formazione intellettuale, apostolica
e tecnica degli altri frati, secondo gli uffici dei singoli.
3. La formazione nelle discipline filosofiche e teologiche,
impartita specialmente secondo la dottrina francescana,
tenda con metodo uniforme a rivelare progressivamente
alle menti il mistero di Cristo.
4. Nel nostro Ordine apostolico, la sollecitudine pastorale
pervada tutto il corso della formazione, così che tutti
i frati, ciascuno secondo le proprie capacità, possano
annunciare, come discepoli e profeti del nostro Signore
Gesù Cristo, con l’opera e con la parola il Regno di Dio,
tenendo conto delle necessità pastorali delle regioni
e del compito missionario ed ecumenico della Chiesa.
5. I ministri provinciali, con il consenso del definitorio,
stabiliscano nelle province alcuni luoghi per provvedere
in maniera adeguata alla formazione speciale dei frati;
o provvedano diversamente, specialmente con la collaborazione
fra le province o tra le famiglie francescane, per quanto
le condizioni dei luoghi lo permettono.
6. Se poi i frati, nel periodo della formazione iniziale,
secondo le condizioni e le esigenze della regione o della
provincia, frequentano centri di formazione fuori dell’Ordine,
si deve sempre e accuratamente completare la loro formazione
religiosa francescano-cappuccina.
7. I ministri provinciali abbiano cura che i frati idonei
siano preparati in modo particolare presso istituti, facoltà
e università, nelle scienze sacre e nelle altre scienze,
così pure nelle arti e nelle professioni, come sembrerà
opportuno per il servizio della Chiesa e dell’Ordine.
40
1. I formatori
siano consapevoli che i frati formandi
sono i principali artefici della formazione da acquisire,
della quale sono anche i primi responsabili, in fiduciosa
collaborazione con gli educatori. 2. Nel metodo di insegnamento,
nei colloqui con gli alunni e nel condurre attivamente
le esercitazioni, gli educatori procurino che i frati
in formazione acquistino una cultura viva e coerente.
3. Nel preparare ed esporre le lezioni usino diligente
cura, fedeli al magistero della Chiesa, tengano conto
del progresso delle loro discipline e adeguino le lezioni
alle sue esigenze.
4. Si raccomanda, infine, che impegnino le loro energie
nella ricerca, composizione e pubblicazione di opere scientifiche,
specialmente di argomento francescano; a tal fine ad essi
e agli altri frati possono essere di aiuto gli Istituti
Francescani promossi dall’Ordine.
5. Oltre la biblioteca centrale o regionale, che è vivamente
raccomandata, in tutte le nostre case si abbia una biblioteca
comune, la quale sia convenientemente fornita secondo
le necessità di ciascuna fraternità. L’accesso alle nostre
biblioteche, dove è possibile, sia consentito anche agli
estranei, osservate tuttavia le debite cautele.
ARTICOLO VII
La formazione
permanente
41
1. La formazione
permanente è il processo di rinnovamento personale e comunitario
e di conveniente aggiornamento delle strutture, per renderci
idonei a vivere sempre la nostra vocazione secondo il
Vangelo nella concreta realtà di ogni giorno.
2. La formazione permanente, quantunque riguardi in modo
unitario tutta la persona, ha un duplice aspetto: la conversione
spirituale mediante un continuo ritorno alle fonti della
vita cristiana e allo spirito primitivo dell’Ordine e
il loro adattamento ai tempi; e l’aggiornamento culturale
e professionale attraverso un adeguamento, per così dire,
tecnico alle condizioni dei tempi. Tutto questo favorisce
una fedeltà maggiore alla nostra vocazione.
42
1. Il frate che
ha concluso il periodo della formazione iniziale, non
può ritenersi pienamente preparato per tutta la vita.
Per questo tutti i frati sono destinatari della formazione
permanente.
2. La formazione permanente non è altro che una realizzazione
continua della nostra vocazione. Quindi senza dubbio e
al di sopra di tutto è dovere e diritto di tutti i frati
curare la propria formazione permanente.
3. Allo stesso tempo la formazione permanente deve essere
considerata anche come un dovere ordinario e pastorale
dei superiori.
43
1. In ciascuna
provincia si emanino norme particolari riguardanti la
formazione permanente, secondo la diversità dei luoghi
e le condizioni delle persone e dei tempi.
2. Il programma sia organico, dinamico e completo in modo
da comprendere, alla luce del Vangelo e dello spirito
di fraternità, tutta la vita religiosa.
3. Il modo di vivere quotidiano favorisce molto la formazione
permanente. Infatti la prima scuola di
formazione è l’esperienza di ogni giorno della vita religiosa
nel ritmo normale di preghiera, di riflessione, di convivenza
e di lavoro.
4. Inoltre si raccomandano molto i mezzi o aiuti straordinari,
cioè le iniziative nuove o rinnovate di formazione permanente,
con l’aiuto delle fraternità locali e provinciali, esistenti
nell’ambito delle singole province o delle regioni o delle
Conferenze dei superiori maggiori.
5. Per favorire lo spirito di fraternità in tutto l’Ordine,
per perfezionare la formazione e promuovere la cultura
francescana si raccomanda il nostro Collegio internazionale
di Roma.
44
1. Ciascun frate
s’impegni con slancio a camminare degnamente nella vocazione
francescano-cappuccina, alla
quale Dio lo ha chiamato.
2. Perciò sforziamoci tutti di conservare e di perseverare
nel dono della vocazione religiosa per il bene nostro
e degli altri e di renderlo più sicuro con la cooperazione
fedele, con la vigilanza prudente e con la preghiera costante.
3. Guardiamoci anche, fratelli, di non cadere nell’apostasia
del cuore, che si ha quando, per tiepidezza, sotto un’apparenza
religiosa, si porta un cuore mondano e ci si allontana
dallo spirito e dall’amore della propria vocazione, obbedendo
allo spirito di superbia e di sensualità di questo mondo.
Ma, ricordando il detto dell’apostolo: “Non vogliate conformarvi
a questo mondo”, fuggiamo tutto ciò che sa di peccato
e snerva la vita religiosa.
4. Adoperiamoci quindi, perché, dopo aver lasciato il
mondo, niente altro desideriamo, niente altro vogliamo,
niente altro ci diletti, se non seguire lo spirito del
Signore e la sua santa operazione, e piacergli sempre,
così da essere veramente fratelli e poveri, miti e assetati
di santità, misericordiosi e puri di cuore, tali insomma
che, attraverso di noi, il mondo possa conoscere la pace
e la bontà di Dio.
CAPITOLO III
LA VITA DI PREGHIERA DEI FRATI
45
1. La preghiera
a Dio, come respirazione di amore, nasce dalla mozione
dello Spirito Santo, per cui l’uomo interiore si pone
in ascolto della voce di Dio che parla al cuore.
2. Dio infatti, che ci ha amato per primo, ci parla in
molti modi: in tutte le creature, nei segni dei tempi,
nella vita degli uomini, nel nostro cuore e specialmente
mediante il suo Verbo nella storia della salvezza.
3. Nella preghiera, rispondendo a Dio che ci parla, raggiungiamo
la nostra pienezza in quanto usciamo dall’amor proprio
e, in comunione con Dio e con gli uomini, ci trasferiamo
in Cristo Uomo-Dio.
4. Cristo stesso, infatti, è la nostra vita,la nostra
orazione e la nostra azione.
5. Perciò, allora veramente realizziamo un filiale colloquio
con il Padre quando viviamo Cristo e preghiamo nel suo
Spirito, che grida nel nostro cuore: Abbà, Padre!
6. Consacrati più intimamente al servizio divino per mezzo
dei consigli evangelici, sforziamoci in libertà di spirito
di attuare fedelmente e costantemente questa vita di preghiera.
7. Coltiviamo perciò con massimo impegno lo spirito della
santa orazione e devozione, al quale tutte le altre cose
temporali devono servire, così da essere veri seguaci
di san Francesco, che sembrava non tanto uno che prega,
quanto uomo fatto preghiera.
8. Desiderando sopra tutte le cose lo spirito del Signore
e la sua santa operazione, pregando sempre Dio con cuore
puro, offriamo agli uomini la testimonianza di una preghiera
autentica, così che tutti vedano e sentano nel nostro
aspetto e nella vita delle nostre fraternità la bontà
e la benignità di Dio presente nel mondo.
46
1. La nostra preghiera
sia l’espressione caratteristica della nostra vocazione
di frati minori.
2. Preghiamo veramente come frati quando ci riuniamo nel
nome di Cristo, e ci amiamo fra noi; in modo che il Signore
sia realmente in mezzo a noi.
3. E preghiamo veramente come minori quando viviamo con
Cristo povero ed umile, offrendo al Padre il grido dei
poveri nella condivisione effettiva della loro condizione
di vita.
4. Come i profeti, i salmisti e lo stesso Cristo ci hanno
insegnato, la nostra preghiera non sia fuori della realtà;
ma sull’esempio di san Francesco che trovò il Signore
nel lebbroso, s’incarni sempre più nelle condizioni di
vita, negli eventi della storia, nella religiosità del
popolo e nella particolare cultura delle regioni.
5. Così l’orazione e l’azione, ispirate dall’unico e medesimo
Spirito del Signore, anziché opporsi tra
loro, si completano a vicenda.
6. La preghiera francescana è affettiva, cioè preghiera
del cuore, che ci porta ad una intima esperienza di Dio.
Contemplando Dio, sommo bene, da cui ogni altro bene procede,
devono erompere dal nostro cuore l’adorazione, il ringraziamento,
l’ammirazione e la lode.
7. Vedendo Cristo in tutte le creature, andiamo per il
mondo annunciando la pace e la penitenza, invitando tutti
alla lode di Dio, come testimoni del suo amore.
47
1. Consacrati
mediante il battesimo e la professione religiosa al servizio
di Dio, teniamo in massima
considerazione la sacra Liturgia, che è l’esercizio dell’ufficio
sacerdotale di Cristo, il culmine di ogni azione della
Chiesa e la sorgente della vita cristiana. Da questa fonte
nutriamo la vita interiore personale e fraterna ed apriamo
i suoi tesori ai fedeli.
2. Teniamo perciò in massimo conto il mistero dell’Eucaristia
e l ’Ufficio divino, che san Francesco
voleva che informassero tutta la vita della fraternità.
3. A questo fine gioverà molto designare nelle fraternità
dei frati per la preparazione delle azioni liturgiche,
affinché queste si rinnovino sempre più con creatività
e spontaneità, nella fedeltà alle norme liturgiche e secondo
lo spirito di esse.
4. Quanto al rito, i frati si conformino alle prescrizioni
che le competenti autorità ecclesiastiche hanno emanato
per la regione dove essi si trovano.
48
1. Partecipiamo
con piena ed attiva consapevolezza al sacrificio eucaristico,
nel quale celebriamo il mistero pasquale di Gesù
Cristo finché egli venga, non ritenendo nulla di noi stessi,affinché
ci accolga totalmente colui che totalmente a noi si dona.
2. Per rendere più evidente che, spezzando il pane eucaristico,
siamo elevati alla comunione con Cristo e fra noi, nelle
nostre fraternità si celebri ogni giorno una messa della
comunità. Dove ciò non fosse possibile quotidianamente,
si celebri almeno periodicamente e con la partecipazione
di tutti i frati.
3. Per manifestare inoltre l’unità del sacrificio, del
sacerdozio e della fraternità, è lodevole concelebrare,
a meno che non sia necessaria la celebrazione individuale.
4. L’Eucaristia, nella quale sotto le specie consacrate
è presente per noi lo stesso Signore Gesù
Cristo, sia conservata nei nostri oratori e nelle nostre
chiese nel luogo e nel modo più degni possibile.
5. Sull’esempio di san Francesco, veneriamo sopra tutte
le cose Gesù Cristo presente nell’Eucaristia; offriamo con lui a Dio
Padre noi stessi e le nostre azioni, e dinanzi a lui,
centro spirituale della fraternità, fermiamoci frequentemente
in devota preghiera.
49
1. Nella celebrazione
del sacrificio eucaristico e nelle nostre preghiere, consapevoli
dello spirito cattolico di san Francesco, preghiamo Dio
per la santa madre Chiesa, per coloro che ci governano,
per tutti gli uomini, per la salvezza del mondo intero
e in particolare per tutta la famiglia francescana e per
i benefattori; e inoltre, con pio sentimento di carità,
raccomandiamo a Dio tutti i defunti.
2. Quanto ai suffragi, si stabilisce: alla morte del Romano
Pontefice, del ministro generale e di un ex-ministro generale,
da ciascuna fraternità si celebri una messa per i defunti.
Lo stesso si faccia per i definitori e ex-definitori generali
in ogni fraternità del gruppo al quale essi appartenevano.
3. Al Capitolo provinciale spetta stabilire i suffragi
per i ministri ed ex-ministri provinciali, per i frati,
per i genitori e i benefattori.
4. Ogni anno, dopo la solennità di san Francesco, in ogni
nostra fraternità si celebri la commemorazione per tutti
i frati e i benefattori defunti.
50
1. La Chiesa,
non soltanto con la celebrazione dell’Eucaristia, ma anche
in altri modi, specialmente con la celebrazione della
Liturgia delle Ore, si associa a Cristo nel canto di lode
e nella intercessione supplice, e affida a noi tale incarico.
2. Tutta la fraternità si riunisca quindi ogni giorno,
nel nome di Cristo, per la celebrazione comunitaria della
Liturgia delle Ore. Quando questo non può essere fatto
integralmente, si celebrino in comune almeno le Lodi e
i Vespri.
3. Raccomandiamo, inoltre, che i frati facciano lo stesso
ovunque siano o si trovino, e che, secondo le circostanze
dei luoghi, si celebri la Liturgia delle Ore con i fedeli.
4. Il Capitolo locale, con l’approvazione del superiore
maggiore, disponga l’orario della casa e del lavoro in
modo che il corso del giorno sia consacrato dalla lode
di Dio, tenendo anche conto delle particolari circostanze
delle persone, dei tempi e delle culture.
5. Coloro che non possono celebrare comunitariamente
la Liturgia delle Ore, si ricordino che anche
nella recita privata si uniscono spiritualmente a tutta
la Chiesa e specialmente ai fratelli; con questa stessa
profonda intenzione preghino quei frati che dicono l’ufficio
dei Pater noster, secondo la
Regola.
51
1. Nella Liturgia
delle Ore parliamo a Dio con le sue parole tratte dalla
Scrittura e Dio stesso viene incontro a noi con la sua
parola e ci parla.
2. Affinché la parola di Dio penetri più profondamente
nei nostri cuori e informi più efficacemente tutta la
nostra vita, la Liturgia delle Ore sia viva ed attiva,
preferibilmente con intervalli di silenzio, che molto
contribuiscono ad una consapevole e proficua celebrazione.
3. A imitazione di san Francesco, che spesso esprimeva
i suoi affetti con il canto e la musica, le azioni liturgiche,
almeno nei giorni festivi, siano celebrate, per quanto
possibile, con il canto.
4. I frati facciano attenzione non tanto all’espressione
melodica della voce quanto piuttosto alla partecipazione
interiore, affinché la voce concordi con la mente e la
mente con Dio.
52
1. Custodiamo
e promoviamo quello spirito contemplativo che risplende
nella vita di san Francesco e dei nostri antichi frati.
Dedichiamo quindi ad esso un più ampio spazio curando
l’orazione mentale.
2. L’autentica orazione mentale ci conduce allo spirito
di vera adorazione, ci unisce intimamente a Cristo e accresce
di continuo nella vita spirituale l’efficacia della sacra
Liturgia.
3. E perché non si affievolisca mai lo spirito di preghiera,
ma sempre più si accenda in noi, dobbiamo dedicarci ogni
giorno della nostra vita a questo esercizio.
4. I superiori e gli altri, ai quali è affidata la cura
della vita spirituale, si adoperino perché tutti i frati
progrediscano nella conoscenza e nella pratica dell’orazione
mentale.
5. I frati poi attingano alle fonti genuine della spiritualità
cristiana e francescana lo spirito di preghiera e la preghiera
stessa, per potere apprendere la sublime conoscenza di
Gesù Cristo.
6. L’orazione mentale è maestra spirituale dei frati,
i quali, se sono veri e spirituali frati minori, pregano
sempre interiormente. Pregare infatti altro non è che
parlare a Dio con il cuore; e, in realtà, non prega chi
parla a Dio soltanto con la bocca. Ognuno perciò si sforzi
di attendere all’orazione mentale o contemplazione e,
secondo l’insegnamento di Cristo, ottimo maestro, di adorare
l’eterno Padre in spirito e verità, adoperandosi con sollecita
cura di illuminare la mente e infiammare il cuore, più
che di formulare parole.
53
1. Il primato
dello spirito e della vita di preghiera sia messo pienamente
in atto sia dalle fraternità sia dai singoli frati, dovunque
essi si trovino, come è richiesto dalle parole e dall’esempio
di san Francesco e dall’autentica tradizione cappuccina.
2. È della massima importanza formare la coscienza alla
necessità vitale della preghiera personale. Ogni frate,
dovunque si trovi, si procuri ogni giorno il tempo occorrente,
per esempio un’ora intera, per l’orazione mentale.
3. I Capitoli provinciali e locali provvedano che tutti
i frati abbiano il tempo necessario per l’orazione mentale
da farsi sia in comune che in privato.
4. La fraternità locale nei Capitoli si interroghi sulla
preghiera comunitaria e personale dei frati. I frati,
e per il loro ufficio pastorale prima di tutto i superiori,
si sentano responsabili della reciproca animazione della
vita di preghiera.
5. Come discepoli di Cristo, benché poveri e fragili,
rimaniamo costantemente fedeli alla preghiera, in modo
che coloro che cercano sinceramente il Signore, si sentano
invitati a pregare con noi.
6. Con grande impegno coltiviamo e promoviamo nel popolo
di Dio lo spirito di preghiera soprattutto interiore,
perché questo, fin dall’inizio, fu carisma della nostra
Fraternità di Cappuccini e, come testimonia la storia,
germe di genuino rinnovamento.
54
1. Nella preghiera,
come figli di Dio, lasciamoci condurre dallo Spirito Santo,
affinché ci faccia crescere ogni giorno nella comunione
con il Padre e con i fratelli.
2. Nello spirito del santo Vangelo veneriamo e predichiamo
ai fedeli in modo speciale i misteri dell’umanità di Cristo,
particolarmente del Natale e della Passione, nei quali
san Francesco ammirava l’amore e l’umiltà del Signore.
3. Veneriamo con singolare devozione, specialmente con
il culto liturgico e il rosario, Maria
Madre
di Dio e Vergine concepita senza peccato, figlia e serva
del Padre, madre del Figlio e sposa dello Spirito Santo,
fatta Chiesa, secondo l’espressione di san Francesco,
e promoviamo la sua devozione tra il popolo. Lei infatti
è nostra madre e avvocata, patrona del nostro Ordine,
partecipe della povertà e della passione di suo Figlio,
e, come testimonia l’esperienza, via per fare nostro lo
spirito di Cristo povero e crocifisso.
4. Allo stesso tempo veneriamo piamente, secondo l’antica
tradizione, san Giuseppe, suo sposo.
5. Coltiviamo e promoviamo, secondo le consuetudini locali,
la devozione al santo Padre Francesco, modello dei minori,
e ai santi, specialmente nostri, facendo però attenzione
che tale venerazione sia sempre conforme allo spirito
della sacra Liturgia.
55
1. Al fine di
un continuo rinnovamento della nostra vita religiosa,
tutti i frati ogni anno facciano gli esercizi spirituali.
Si abbiano anche altri periodi di ritiro, che alle volte
lodevolmente vengano organizzati in modo diverso, tenuto
conto della diversità degli uffici.
2. A questo fine i superiori predispongano il tempo necessario
e l’opportunità per ognuno, anche per chi vive fuori convento.
56
1. Ogni fraternità
deve essere veramente una fraternità che prega. A questo
scopo giova promuovere, secondo la multiforme grazia di
Dio, nelle province e nelle regioni, fraternità di ritiro
e di contemplazione, nelle quali i frati possano dedicarsi
per un certo tempo, come Dio concederà loro, alle cose
dello spirito e alla vita di preghiera.
2. Questi frati, in comunione con la fraternità provinciale,
tengano presente ciò che san Francesco scrisse per quelli
che vogliono vivere piamente negli eremi.
3. Spetta al Capitolo provinciale o alla Conferenza dei
superiori maggiori decidere circa l’opportunità di tali
fraternità e provvedere alla loro regola di vita.
57
1. Il silenzio,
che è custode fedele della vita interiore ed è richiesto
dalla carità della vita in comune, venga tenuto in grande
stima in tutte le nostre fraternità per custodire la vita
di preghiera, di studio e di riflessione.
2. È compito del Capitolo locale assicurare nelle nostre
fraternità il clima di preghiera e di raccoglimento, tenendo
lontano tutto ciò che lo può ostacolare.
58
1. La lettura
della Sacra Scrittura e di altri libri spirituali è mezzo
efficace per nutrire la vera devozione e favorire l’esperienza
di Dio. I singoli frati siano fedeli nel dedicare un tempo
sufficiente a questa lettura.
2. Per avere sempre davanti agli occhi la via e la vita
che abbiamo promesso, in ogni provincia si diano norme
per la lettura pubblica della Sacra Scrittura, della Regola,
del Testamento e delle Costituzioni, e per la rinnovazione
della professione in comune.
CAPITOLO IV
LA NOSTRA VITA IN POVERTÀ
ARTICOLO
I
Il nostro impegno di povertà
59
1. Gesù
Cristo, Figlio di Dio, che tutto riceve dal Padre e in
tutto è in perfetta comunione con il Padre nello Spirito,
fu mandato ad evangelizzare i poveri. Lui, che era ricco,
si è fatto povero per noi e simile agli uomini, affinché
per mezzo della sua povertà noi diventassimo ricchi.
2. Dalla nascita nel presepio alla morte sulla croce amò
i poveri e si offrì come esempio ai suoi discepoli di
come il Padre li ama e li cerca.
3. La Chiesa, specialmente nei religiosi, riconosce la
povertà volontaria come segno della sequela di
Cristo e propone san Francesco come immagine profetica
della povertà evangelica.
4. Con la nostra povertà scelta per il Regno di Dio partecipiamo
alla relazione filiale di Cristo con il
Padre e alla sua condizione di fratello e di servo in
mezzo agli uomini.
5. La povertà evangelica richiede che siamo disponibili
nell’amore, conformi a Cristo povero e crocifisso che
è venuto per servire, e ci spinge alla solidarietà con
i piccoli di questo mondo.
6. Non consideriamo nostra proprietà i doni di natura
e di grazia che abbiamo ricevuto, ma sforziamoci di metterli
completamente a profitto del popolo di Dio.
7. Usiamo dei beni temporali con gratitudine, condividiamoli
con i bisognosi e nello stesso tempo offriamo la testimonianza
del retto uso delle cose agli uomini che avidamente le
desiderano.
8. Ai poveri annunceremo effettivamente che Dio stesso
è con loro nella misura in cui saremo partecipi della
loro condizione.
60
1. Poiché la povertà
evangelica è un impegno molto importante della nostra
forma di vita, nei Capitoli sia generali che provinciali
e locali, prendiamo decisioni sul modo di osservarla sempre
più fedelmente con forme compatibili con il variare dei
tempi e perciò sempre da riformare.
2. Nei Capitoli si tratti in modo particolare dell’uso
sociale dei beni affidati alle fraternità, sia del denaro
come delle case e dei terreni, per impiegarli volentieri
a vantaggio degli altri.
3. Infatti perché la nostra povertà individuale e comunitaria
sia autentica, deve essere manifestazione della povertà
interiore, e tale perciò da non avere bisogno di interpretazione.
4. La povertà esige un tenore di vita sobrio e semplice,
nel vestito, nel cibo, nelle abitazioni, e la rinuncia
ad ogni forma di potere sociale, politico o ecclesiastico.
5. Viviamo in consapevole solidarietà con gli innumerevoli
poveri del mondo e con la nostra attività
apostolica induciamo il popolo, specialmente i cristiani,
ad opere di giustizia e di carità a favore del progresso
dei popoli.
6. Sono da lodare quelli che in particolari situazioni
dell’ambiente, vivendo con i poveri e partecipando alle
loro condizioni e aspirazioni, li spingono all’evoluzione
sociale e culturale e alla speranza dei beni eterni.
61
1. Pratichiamo
la vita comune e condividiamo volentieri tra noi le cose
date ai singoli.
2. Tutti i beni, compresi stipendi, pensioni, sovvenzioni,
assicurazioni che in qualunque modo ci pervengono, siano
consegnati ad uso della fraternità, così che i singoli
ricevano da essa il medesimo vitto, vestito e le altre
cose necessarie.
3. I superiori siano per i frati luminoso esempio nella
custodia della povertà e ne promuovano presso di loro
l’osservanza.
ARTICOLO II
La povertà riguardo ai beni e al denaro
62
1. Osserviamo
la povertà che abbiamo promesso, memori delle intenzioni
e delle parole di san Francesco: “I frati non si approprino
di nulla, né casa, né luogo, né alcun’altra
cosa ”.
2. Perciò, come pellegrini e forestieri in questo mondo,
mentre siamo in cammino verso la terra dei viventi, serviamo
il Signore in povertà ed umiltà.
3. Serviamoci dei beni temporali per le necessità della
vita, dell’apostolato, della carità, soprattutto a vantaggio
dei poveri.
4. I superiori, personalmente o per mezzo di altri, possono
porre gli atti civili relativi ai beni temporali, se e
in quanto ciò sia necessario per i frati o per le attività
a noi affidate.
5. I superiori maggiori designino le persone fisiche o
giuridiche, a nome delle quali vengano registrati davanti
alla legge civile i beni a noi affidati.
63
1. Come figli
dell’eterno Padre, allontanata ogni ansiosa preoccupazione,
riponiamo la nostra fiducia nella Provvidenza divina e
affidiamoci alla sua bontà infinita.
2. Non accumuliamo quindi quantità eccessiva di beni materiali,
nemmeno di quelli necessari al vitto.
3. Procuriamo, soprattutto con il nostro lavoro, i mezzi
e i sussidi necessari alla vita e all’apostolato.
4. E se questi ci venissero a mancare, andiamo con fiduc